C’era una volta una donna e sua madre. Un inizio semplice, sospeso come una nota in una notte di nebbia romana. La madre aveva un carattere difficile, come si diceva, tossico parola che si sussurra nei bar della periferia, tra un caffè e una sfogliatella. La mamma aveva superato i sessantanni, la figlia trentasette. Vivevano da tempo separate: la figlia abitava in un piccolo appartamento luminoso ai limiti di Campo de Fiori, dove le finestre si aprivano sul brusio dorato delle strade. Pagava a fatica il mutuo, lavorava assai, ma lamore, quello vero, sembrava sempre sfuggirle tra le dita, come sabbia che scivola tra i sampietrini bagnati. Come si può incontrare la felicità, con una madre così? Quanti sbagli nelleducazione, quanti confini calpestati e sogni schiacciati, quanti affondi nascosti nella parola detta male. Colpa chiara, colpa della madre.
La madre, Assunta, viveva ancora nella casa datale tanto tempo prima dalla fabbrica di scarpe dove aveva lavorato, in periferia. Nemmeno si poteva chiamare proprio casa: erano due camere vecchie allinterno di un residence per operai vicino Tiburtina, stanze che profumavano di passato, con pavimenti segnati dai passi del tempo. Le pareti un po scrostate, ma Assunta non voleva cambiare mobili né rinnovare: a che serve, senza soldi?
Era tutto immobile, come in un passato che si ostina a non finire. Pulito, magro, sospeso, così.
Assunta veniva spesso a trovare la figlia. Che altro fare, ormai in pensione? Veniva e portava vortici di critiche, le domande taglienti sul futuro della figlia Ma quando ti sposi? Assunta domandava, e subito aggiungeva che nessuno avrebbe mai voluto una ragazza così disordinata. E giù una catena di osservazioni, impossibili da raccontare tutte, ripetute e monotone come la voce della pioggia sulle tegole. E la madre non voleva né sapeva cambiare più.
Frugava tra le pentole, riordinava i maglioni negli armadi, dormiva talvolta sulla piccola panchina-letto, disturbando notte e sogni con il suo russare pesante. Raccontava le stesse storie delle sue giornate a Trastevere, confuse e ripetute come la fiaba di una vecchia regina impazzita. Chi ha sposato chi, chi ha perso il lavoro, chi ha avuto guai con la legge le notti si sfaldavano così, tra racconti e mancanza di riposo.
La figlia, Arianna, sopportava a fatica. Si finiva a litigare. Ma ogni settimana gli eventi si ripetevano, come in un infinito girotondo. Uggiosa e interminabile era quella personale Mille e una notte Arianna leggeva manuali: come liberarsi dalla madre? Come mettere al proprio posto chi ti opprime il cuore? Imparare a dire no, non reagire, diventare adulta e smettere di tremare dentro come una bambina.
Ne parlava con le amiche. Tutti davano i consigli dei libri: Devi spezzare questo maledetto ciclo, cambiare la serratura, bloccarla, vivere la tua vera vita. Ecco dovè il problema, questa la radice della tua solitudine e delle tue insoddisfazioni.
Un giorno Arianna trovò il coraggio. Vai a casa tua, mamma. Non venire mai più. Basta! le gridò con rabbia. Dopo lennesima discussione, parole taglienti come limoni spremuti sulla pelle.
Assunta rimase stordita, tentò di protestare, ma Arianna taceva, le braccia chiuse al petto come un portone. Così Assunta, ferita, si trascinò nellingresso, indossò il vecchio cappotto consunto, infilò la sciarpa spessa come le nuvole dinverno. Raccolse la borsa di ventanni, e con un brontolio di dolore uscì. Allibita dallesilio, se ne andò.
Arianna chiuse la porta con un gesto da vittoriosa, il cuore pesante. Avrebbe dovuto cambiare la serratura la madre aveva le chiavi: veniva sempre ad annaffiare le piante o controllare che fosse tutto a posto quando Arianna partiva per le vacanze. Basta: cambio serratura e via, vivrò libera! pensò. Il grande ostacolo era eliminato
Eppure, quella sensazione di liberazione non arrivava. Arianna si avvicinò alla finestra e aprì le imposte. Il lampione sulla via lanciava una luce doro antico, e la neve cadeva lenta nellaria, trasfigurando tutto in un sogno. La neve, sotto la luce, non era neve: era polvere di stelle, e si posava lieve sulle vie di Roma. Arianna guardava la mamma, ormai lontana, piccola come una bambina, vista dal quinto piano. Curva forse dal freddo, forse dalle lacrime non versate. Il cappotto era ormai bianco di neve. E la mamma usciva dal cerchio della luce e spariva nelloscurità, sola.
Arianna ricordò quando, da bambina, osservava la strada aspettando la madre. Era insopportabile, senza lei. E sempre, dal buio, la madre appariva: un miracolo modesto ma incredibile. Bastava aspettare che tornasse da lavoro, di notte, sola dopo la morte troppo precoce del marito. Solo loro due, madre e figlia.
La bimba si sentiva sola, ma bastava guardare dalla finestra: lattesa era già compagnia. Chi aspetta, non è più solo.
Assunta arrivava sempre con un panino del forno della fabbrica, toglieva il cappotto inzaccherato dalla neve, abbracciava la figlia e subito brontolava per i giochi sparsi e i colori sul tappeto. Riscaldava una minestra, e la vita ricominciava, accesa di promesse e di tepore: con la mamma accanto, tutto era diverso.
Giochi in cortile, passeggiate sotto il sole di Ostia, vestiti stirati dalla madre, costume da carnevale, scarpe nuove, lacrime agli spettacoli di Natale. E ancora carezze prima del sonno, il fazzoletto che sapeva di lei. E Assunta lavorava sempre nel turno di notte, aveva aiutato Arianna perfino a comprare casa, cedendo tutti i suoi risparmi.
Arianna improvvisamente si ricordò. I racconti della mamma sulla sua infanzia a Frosinone, la povertà, la minestra sulla stufa, le calze rattoppate, il padre fuggito da unaltra parte, lasilo lontano dove si tornava solo nei weekend, la solitudine totale dopo i diciassette anni, quando la madre era rimasta orfana ed era andata subito a lavorare. La mamma non amava ricordare, erano ricordi amari. Ma quella sera, tutto emerse.
Non importa ciò che Arianna ricordò, in fondo. In sogno basta un attimo per scivolare tra mille ricordi Ora la mamma se ne andava e si faceva sempre più piccola. Arianna spalancò la finestra e, come una volta, urlò: Mamma! Mamma!
Assunta si voltò. Aveva sentito, ed era rimasta lì sotto la neve, immobile, come una statua bagnata. Restava finché Arianna, malvestita, non si precipitò giù dalle scale e le corse incontro. Mamma! Mamma!, gridava, come se avesse tre anni. Che strana dipendenza, pensò. Lindipendenza stavolta non era venuta.
Abbracciò la madre, ormai assomigliante a un misero pupazzo di neve, tutta coperta di fiocchi. E tornarono insieme verso casa, quella di Arianna. La libertà era stata così vicina! Bastava non guardare dalla finestra. Scrivere i sentimenti su un foglio, farsi distrarre così consigliavano i manuali. Ma che senso ha? Le emozioni si sentono, non si scrivono, e non sempre si spiegano davvero. Non è una madre di carta, né il dolore è una teoria. Quella era la sua mamma. E le mamme non si cambiano, come non si cambia la luna in sole, né un gatto in cane.
Tornarono a casa, stringendosi una allaltra contro la tramontana, guidate dalla luce dorata dei lampioni. Assunta singhiozzava, il volto di Arianna era bagnato dal fioccare. Si sedettero poi sul divano, guardando un vecchio film in bianco e nero di Totò, e tornò il tepore nelle ossa. Magari sbagliato, ma chi sa cosa è giusto? Quando si tratta della propria madre, della persona che sparisce nellombra, sola, piccola, persa e così cara, così insopportabilmente familiare.
Forse nemmeno tu sei perfetta, pensò Arianna. Forse non servi davvero a nessuno, fino in fondo. Allontani chi hai vicino, nessuno altro verrà, se non ne è venuto mai prima.
Non siamo poi così tanti, noi che serviamo a qualcuno, ve lo confesso. E questi qualcuno, spesso, non sono perfetti. Ma sono veri.
Dopo un anno, Assunta se ne andò per sempre. Nel mistero in cui tutti, inevitabilmente, siamo destinati a dissolverci. Il cuore si fermò, come un vecchio orologio di famiglia.
Arianna fu liberata dal controllo assillante, dal russare del giovedì, dalla catena di lamentele e interrogatori sullamore, dagli abbracci imperfetti, dalla tenerezza maldestra, dalla devozione eterna. Dal calore e dallamore. Tutto mischiato, e impossibile separare bene da male, caldo da freddo: era amore tutto quello, un impasto di plastilina colorata. E lei, Arianna, lo sapeva.
Rimase alla finestra, tornando dal funerale. Guardava la luce gialla della strada, il volo dorato della neve sullAventino. Nessuno, ora. Nessuno disturbava. Nessuno attraversava il sentiero, anche se per un attimo le era sembrato Arianna spalancò la finestra, voleva gridare: Mamma! Ma era solo unillusione.
Tutto era sbagliato, forse. La madre aveva fatto male, lei pure. Forse bisognava insistere, farla andar via davvero, vivere la propria vita. Ma gli esseri umani non sono eterni. Ogni storia è diversa. Ogni favola è unaltra favola. Ogni amore diverso, in libri e in vita.
E allora il lampione brillava, la neve cadeva, linverno scorreva. È facile accusare i cari delle proprie mancanze, ma non sempre è giusto. Quando chi ti ha stancato, ferito, lasciato solo se ne va non hai più nessuno da accusare. Solo il vuoto. Lamore, il rimpianto, il dolore che brucia. Forse, dicono, si possono lavorare anche quelli. Non sono certa. La perdita scava una voragine nel petto, una ferita che nulla, nemmeno il tempo di Roma, sana più.
È la vita che ci separa, non i libri, dalle persone care. E alla fine restiamo soli a una finestra o accanto al fiume: a guardare la notte in cui è svanita la persona amata, quella che tanto abbiamo accusatoArianna respirò profondamente laria gelida, le dita strette sul davanzale. La città era silenziosa, ma lei sentì dentro sé qualcosa muoversi piano, come un ricordo che scalda le ossa. Forse non tutte le ferite possono guarire, ma ogni assenza contiene la traccia esatta di unabitudine, di una voce, di una mano che si tendeva per abbracciarti anche quando non volevi. Un tempo odiava quei gesti, ora avrebbe voluto persino il più aspro rimprovero.
Si allontanò dalla finestra, camminò per casa, toccando le cose che la madre aveva riordinato mille volte: la sciarpa lasciata sulla sedia, il barattolo del caffè, una vecchia foto sbiadita di loro due, abbracciate davanti alla scuola. Ripensò a tutto ciò che avevano condiviso il brutto e il bello, il dolore e il sollievo, il peso e la leggerezza e si accorse che, piano, la rabbia si stava sciogliendo come ghiaccio nel sole. Restava solo lamore, spesso goffo, a volte pesante, ma vero.
Quella sera, si sedette sul divano, la coperta sulle ginocchia, e lasciò che la malinconia la attraversasse, senza fuggire via. Accese la televisione, riempiendo il vuoto con una vecchia commedia che la madre amava. Ridette tra le lacrime, sentendo la voce di Assunta in ogni battuta, la risata che tremava anche nei giorni peggiori. Arianna guardava lo schermo, ma vedeva ancora la mamma, e capì che nelle nostre case, e nei nostri ricordi, chi amiamo resta per sempre.
Fuori, la neve smise di cadere. Sullasfalto lucido, il lampione continuò a gettare il suo oro antico. Arianna chiuse gli occhi e, per la prima volta, non sentì vuoto. Sentì un abbraccio silenzioso, una presenza leggera, la promessa segreta di ogni madre: non importa quanto lontano andremo o sbaglieremo. In qualche modo, in qualche angolo del cuore, non siamo mai davvero soli.







