Nonna Tommasa friggeva le patate.
Nonna Tommasa friggeva le patate. Che importa se erano già le otto di sera, che importa se il pancreas protestava già solo allodore: alla sua età, alla fine, serve mica tanta felicità per sentirsi ancora viva. E poi non le importava più molto del medico che diceva di non cenare tardi. Fuori, una leggera neve cadeva su Milano, mentre dentro la padella sfrigolava un allegro profumo di patate dorate.
La sua serata era monotona, e la malinconia la faceva da padrona. Il figlio con la nuora erano emigrati ormai da anni, i nipotinibelli sìma quasi incomprensibili: durante le videochiamate balbettavano in una lingua che non riconosceva più, mostrando sorrisi splendenti e distanti. Stavano bene, si erano sistemati: grazie al cielo, almeno quello. Gli unici svaghi rimasti erano la televisione e qualche chiacchiera in cortile con le altre nonne. Questa vita è passata in un lampo, neanche me ne sono accorta, sospirò Tommasa, mentre le ombre della sera si allungavano sulle lenzuolate appese fuori. Ma i pensieri tristi vennero interrotti da un campanello insistente.
Ancora la Mariangela! Sarà venuta di nuovo a chiedere lo zucchero o la farina, quella distratta, brontolò consueta tra sé, andando verso la porta. Finisco col darle una lezione se mi fa bruciare le patate.
Sull’uscio stava un grosso fagotto di abiti lisi, dominato da un cappello di lana basso sugli occhi, sotto il quale spuntava una barba grigia e folta da sembrare quasi irreale. Tommasa trasalì. Bandito, qui è finita per me, pensò, sentendosi gelare.
Buonasera signora. Mi scusi per lora, ma la necessità mi ha costretto. Non tema, non sono un ladro né un malvivente. La vita mi ha portato così. Avrei solo bisogno di un po dacqua calda dal rubinetto.
Dal groviglio di abiti sbucò una mano enorme e screpolata che le porgeva una bottiglia di plastica che sembrava minuscola.
Capisce, la mia Olivetta sta male, tossisce tanto, avrà la febbre. Deve bere qualcosa di caldo, ma abbiamo solo acqua fredda, non può prenderla così. E ha davvero sete, mi scusi
Tommasa rimase interdetta. Non era difficile capire che era un senzatetto, ma parlava con gentilezza, e nominava la sua Olivettachissà se moglie, o, Dio non voglia, figlia. E con questo freddo là fuori… Va bene, entra pure, se vieni in pace, disse Tommasa dopo un attimo di esitazione. Raccontami meglio cosa ti è successo, magari posso aiutarti.
Il mucchio dabiti esitò, perfino dava limpressione di desiderare il calore del cucinotto, dove laria sapeva di patate fritte, ma
Mi scusi, signora, sono sporco, è da un anno che viviamo in strada, io e Olivetta. Non voglio darle fastidio
Ma pensa che roba! Pure decidi tu che mi dà fastidio e che no? si indispettì Tommasa, il suo tono severo che aveva affinato in anni di servizi sociali con ragazzi difficili. E dovè questa tua Olivetta?
Ma sempre con me. Eccola. Allora il fagotto si aprì leggermente e da sotto gli strati di lana sbucò il musetto grigio di una gatta. Da sette anni non ci separiamo. Era la cocca di Marcellina, la mia compagna. Quando è mancata, lanno scorso, ci hanno mandato via.
Tommasa si fece avanti con le sue braccia secche ma ancora forti. Allora, entra, non fare la statua che già mi raffreddi casa. E smolla tutti quegli stracci, che in bagno ti metto una tuta di mio maritopace allanima suache era grosso come te. E Olivetta qui, me la coccolo in cucina con una ciotola di latte caldo.
Luomo tentò una debole protesta, ma con Tommasa non si discuteva quando si metteva in testa di aiutare qualcuno.
Passò circa unora. Nella scatola sotto il termosifone, Olivetta ronfava soddisfatta dopo essersi scaldata col latte. A tavola, due personedecisamente non ancora vecchiechiacchieravano alla luce soffusa, la padella ormai vuota tra di loro, con una tazzina di tè fumante davanti.
E dunque come ti sei ritrovato per strada, hai forse dilapidato tutto nei bar? chiese Tommasa fissando il suo insolito ospite.
No, non ho sperperato nulla, ho venduto. Ma era solo una stanza in una casa popolare, niente di più. Marcellina desiderava tanto una casetta in campagna; allora vendetti la stanza e comprammo un rustico.
E come mai non ci abiti?
Non posso. Tutto è passato in eredità al figlio di lei. Non eravamo sposati, lei era vedova e io sono sempre stato solo Dieci anni insieme, ma tutto intestato a lui, per non lasciargli problemi quando sarebbe venuto il momento. Ma nessuno avrebbe pensato che se ne sarebbe andata così in frettastava bene, più giovane di sette anni. Lha portata via una malattia in un mese. Dopo il funerale, ero stordito, e il figlio, il Mauro, mi mandò in un centro di riposo. Alla mia ritorno già la casa era di altri, non restò nulla: né cose, né documenti, niente. Solo Olivetta, trovata per fortuna grazie ai vicini. Mi dissero che Mauro aveva venduto sia la casa che il rustico allistante. Non mi ha risparmiato nulla, ma Olivetta era la cocca di sua madre, come ha potuto.
Allora, come ti chiami? È da unora che sei qui e ancora niente presentazioni!
Mi chiamo Antonio, Antonio Macari. Ma ormai per strada mi chiamano solo Tonio. Ho abusato della sua ospitalità, grazie mille per la cena. Non mangiavo qualcosa di così buono da tanto.
Poi si alzò, guardando con malinconia Olivetta. Lasci almeno lei stare qui al caldo per un po? Non ce la faccio a tenerla in strada, fa troppo freddo per lei, e non me lo perdonerebbe mai Marcellina.
Gli occhi di Antonio si fecero lucidi.
Senti, Tonio, disse Tommasa sghignazzando, la notte porta consiglio. In salotto ho preparato il divano, vai, riposa, domani si vede. Ma scrivimi il tuo indirizzo vecchio, e i vostri dati con la tua compagna. Devo almeno sapere chi ospito, non si sa mai.
Quando la casa si fece silenziosa, Tommasa prese il cellulare e la vecchia rubrica da sotto la madia. Una volta era stata solo Tommasa, ma che storie, che segreti da raccontare ai figli
***
Da giovane, Tommasa era stata chirurgo, e non uno qualsiasi: era tra i migliori di Milano, le chiamavano le mani doro. Lo dicevano tutti: professori, colleghi, pazienti. Ma la vita aveva sbandato. Tradimento del marito, la perdita di un bambino quasi a termine della gravidanza, e si era buttata via nelle terre caldetre anni sulle ambulanze delle missioni umanitarie. Poi il ritorno in città, tanti salvati, anche tra chi viveva ai margini. Quando manca il pane non guardi i principi, pensava spesso mentre rattoppava i feriti, figli di nessuno, o anche di qualche grosso boss. Ti tocca, ti conviene, specie se cresci un figlio da sola: portato via dalla guerra, col padre scomparso. Tempi strani e duri, sempre in bilico.
Di lei si fidavano per le mani ma ancora di più per la discrezione. Le arrivavano aiuti da tutte le parti. Ci teneva a essere autonoma, ma la vita è la vita e a volte impari ad accettare.
Pronto, Stefano? disse a voce bassa, una notte.
Eccomi, Tammi, che succede, insonnia?
Serve uninformazione su una persona, una cosa fuori dal comune
Non cambi mai, regina Tommasa. Vai, dammi tutto.
Lei dettò i dati. E soprattutto, controlla Mauro, ma tieni docchio anche Antonio, non si sa mai.
Vediamoci, magari? tentò timido lui.
Eh no, Stefano, ormai i tempi son passati, coccolo i nipoti adesso E chiuse.
Il secondo numero ci mise più tempo a rispondere, ma alla fine una vocina scocciata: Passami Camilla, bella mia, disse Tommasa col suo tono da Milanese vecchio stile, dille che la regina Tommasa la cerca. Pochi minuti, e tutto era sistemato. Si avviò verso il letto.
La mattina, una sorpresa gentile.
Olivetta, la gatta, si era acciambellata sul petto di Tommasa, facendole sentire un tepore dimenticato, e dalla cucina giungeva profumo di uova e salame. Nessuno le preparava la colazione da decenni; nemmeno quel secondo marito, buono e affettuoso, che aveva allevato il figlio come uno suo, si era mai svegliato presto allalba per lei.
Scusami se mi sono permesso, padrona, mi sono arrangiato balbettò Antonio, allontanandosi dal tavolo.
Non me la prendo, grazie rispose Tommasa, la voce incrinata, bene, siediti che a stomaco vuoto non si decide niente!
Antonio stava per dire qualcosa, ma preferì attaccarsi alla forchetta, sotto lo sguardo severo di lei. Persino Olivetta, a terra, sembrava stare già meglio.
Allora, Tonio, resterai qui per un po, punto e basta, casa mia regole mie. Se vuoi andartene fai pure, solo che Olivetta me la tengo. Chiaro? Gli occhi di Tommasa non lasciavano spazio a repliche.
E chi avrebbe risposto? Antonio era troppo stanco per protestare; almeno al caldo si sentiva di nuovo un uomo. Faceva del suo meglio, usciva a fare la spesa, cucinava, e dopo un mese arrivò perfino una nuova presenza in famiglia: Tonio riportò a casa dal cassonetto un cucciolo di cane spelacchiato e triste. Tommasa sbraitò, ma poi non lo cacciò. Presto ripresero a passeggiare tutti insieme nel parco, chiacchierando come una piccola famiglia.
Intanto, le cose fuori casa cambiavano, e Tommasa sorvegliava gli eventi con occhio attento, il cellulare pronto dopo che tutti dormivano. Mauro, il figlio di Marcellina, era caduto nel tunnel delle scommesse. Si era indebitato con certi loschi individuiche, guarda caso, Tommasa conosceva tramite Camilla e Stefanoe aveva svenduto tutto, persino la macchina e i ricordi di famiglia. Poi anche problemi al lavoro: verifiche su verifiche, finché qualcuno suggerì che sarebbe meglio allontanare una certa persona. Così fu, e Mauro perse il lavoro. Non trovò più niente in città e forse emigrò, nessuno lo vide più.
Antonio, invece, non riottenne mai la casa, ovvio. I favori a volte hanno un prezzo. Ma almeno gli sistemarono i documenti e la pensione. Così poteva offrirsi uno straccio di dignità, magari un cappuccino ogni tanto al bar con un euro e cinquanta.
Un anno dopo.
Siediti, Antonio, disse Tommasa con una serietà insolita.
Che cè, Tommasa, hai qualche dolore, o sono successe cose strane coi ragazzi?
Giusto dire che il figlio e la nuora ormai lo accettavano bene, anzi, erano felici che la loro mamma fosse di nuovo in compagnia.
Niente dolore, Tonio. Ma bisogna decidere cosa fare di noi. Che facciamo, restiamo conviventi o mi prendi in moglie? Che non siamo più delletà da stare in peccato!
Al matrimonio cerano il figlio, la nuora e i nipotini che correvano intorno parlando quella lingua straniera che ormai Tommasa sentiva familiare come la sua. Dietro, due loschi ospiti eleganti: uno aveva la faccia da politico, laltro da vecchia conoscenza, in giacca ma con la barba ancora storta, tipico delle amicizie di altri tempi.
Se mai vedrete al parco una coppia un po insolitauna nonna dallo sguardo fermo e un omone dalla barba bianca e gli occhi buoni, seguiti da una gatta grigia e da un grosso cane che muove allegramente le orecchiesappiate che sono loro: i protagonisti della mia storia.
E oggi, ogni tanto, pensando a tutto questo, mi dico che nella vita non è mai davvero troppo tardi per incrociare una nuova felicità. Bisogna solo avere il cuore aperto e il coraggio di non chiuderlo mai, a nessuno.







