Verso il Comune
Giovanni Ricci ferma la sua vecchia Fiat Punto davanti allalimentari di un incrocio, senza spegnere il motore. Fa così da tempo: chi deve salire arriva in fretta, si siede, il calore della stufa non fa in tempo a disperdersi, e il ritmo della corsa resta regolare. Sul cruscotto, un quaderno a quadretti con lorario dei viaggi, accanto una penna e qualche moneta in un bicchierino di plastica. Giovanni non chiamerebbe mai questa cosa un vero lavoro, ma lo è: porta chi abita fuori Lecce, in paese, a cui il pullman non conviene o non basta con lo stipendio che ha.
La strada la conosce ormai a memoria. Dopo il ponte, cè una buca a destra: meglio sterzare un attimo a sinistra se la carreggiata è libera. Allaltezza dei campi, un cartello storto, di notte può sembrare una persona. Poco prima del Comune, la deviazione verso la vecchia masseria, dove lumidità sale forte dalla terra. E poi le facce: chi viene una volta a settimana, chi ogni giorno. Cè chi tace, chi, una volta seduto, sembra raccontare ciò che tiene dentro da anni, quasi che condividere il viaggio renda tutto più leggero.
Giovanni Ricci non si crede uno psicologo. Ascolta, annuisce, risponde corto solo se serve. Alla sua età le parole in più si trasformano presto in stanchezza in più. Ama la semplicità: accompagna, scarica, torna indietro. Perché la strada, lo sa da tempo, rende le persone più sincere e il guidatore, testimone muto, ma testimone.
Si avvicina una donna, cappotto chiaro, circa quarantanni, borsa a tracolla. Giovanni lha già vista di sfuggita, il nome però non gli viene.
Deve andare in Comune? chiede senza voltarsi troppo, solo spostando appena lo sguardo.
Sì, grazie risponde lei, accomodandosi dietro, a destra. A Gli Ulivi, per favore.
Nota che chiude la porta con cura, senza sbattere. Tiene la borsa sulle ginocchia, cintura allacciata al primo colpo. Gente così non contratta sul prezzo, non chiede di fare qualche chilometro in più.
Mentre Giovanni attende il secondo passeggero, controlla gli specchietti, sistema la dash cam che se ne sta attaccata a fatica da tre anni ogni tanto cade sulle buche. Sul quaderno, oggi, segnati due viaggi: questo è il primo. Vuole rientrare per pranzo, ha da portare lacqua dal pozzo e il ginocchio fa male se resta troppo fermo.
Sulla sinistra, compare un uomo: alto, giubbotto scuro, uno zainetto. Cammina svelto, però davanti allauto rallenta appena, lancia uno sguardo dietro al finestrino e per un attimo si blocca.
Giovanni coglie la cosa: non paura, non gioia quella frazione di secondo quando la mente decide il prossimo passo.
Comune? ripete calmo.
Sì, grazie luomo apre il portellone e si siede davanti. Paese.
Non si cintura subito. Prima appoggia lo zaino sulle gambe, poi, come ricordandosene, tira la cintura e si allaccia. Giovanni parte.
Per i primi chilometri, silenzio. La donna dietro guarda fuori, ma Giovanni nel retrovisore la coglie lanciare occhiatine alluomo davanti. Luomo fissa la strada e stringe lo zaino come a impedirgli di scappare.
Giovanni abbassa il volume della radio; subito dopo, spegne. Qui, la musica ingombra: meglio sentire il rumore del motore, delle gomme, del respiro.
Oggi la strada è buona dice solo per sciogliere laria.
Già risponde luomo.
Sì, abbastanza normale aggiunge la donna, con la voce appena più alta del necessario.
Giovanni si scopre a seguire le pause, più che le parole. Una del genere, tra chi ci tiene. Pausa delluomo, lunga più del normale. Pausa di lei, come chi pensa bene cosa dire e cosa no.
Dopo il ponte, evita la buca di sempre. Lauto sobbalza, la donna stringe più forte la tracolla.
Lei viaggia spesso? domanda lei, ma non a Giovanni: guarda il passeggero davanti.
Lui si volta appena, senza staccare gli occhi dal parabrezza.
Per lavoro, a volte risponde.
E esita, come se volesse chiamarlo per nome, poi rinuncia. Da molto che non torna in paese?
A Giovanni pare che in quellistante la temperatura aumenti, sebbene la stufetta spinga costante. Non sopporta quando la gente comincia a scavarsi davanti a lui. Soprattutto con queste domande trasversali.
Da anni replica luomo. Aggiunge, fissando lasfalto: Ci sono cresciuto.
Lei esala piano. Giovanni la osserva rifugiarsi nella borsa, a giocherellare con la zip senza aprirla.
Gli torna in mente la sua regola: non impicciarsi. Ma la regola è facile, finché tra i sedili non senti che qualcosa rischia di rompersi. A quel punto, il guidatore diventa una specie di muro.
Superato il filare dulivi, luomo sfila il cellulare, guarda lo schermo, lo rimette via. Giovanni scorge le dita tremargli, non dal freddo, no: nellabitacolo fa caldo.
In paese dove preciso? chiede Giovanni per alleggerire Le fermate sono tante.
In municipio dice luomo. Per delle carte.
La donna rialza la testa.
In municipio? ripete troppo svelta.
Sì ora lui si gira davvero: la barba di due giorni, il naso leggermente aquilino, gli occhi stanchi. Per la questione del terreno.
Del terreno? ribatte lei, e la voce le si incrina, sotto corre un filo dira.
Luomo la guarda, ora con riconoscimento: ma non è felice. Da chi vede una vecchia foto che pensava bruciata tanto tempo fa.
Noi ci conosciamo? chiede lui.
Lei chiude gli occhi un istante.
Non credo si ricordi di me. Ed è giusto così.
Giovanni stringe il volante. Non vuole stare dentro una storia che rischia di rovinarsi. Ma fermarsi ora, su quella strada, non si può. Tiene landatura, guarda avanti, però ascolta ogni sillaba: dalle parole dipende se dentro, in quel momento, qualcosa si rompe oppure no.
Alluscita dal boschetto, luomo toglie di nuovo il telefono. Le mani tremano ancora. Non dal freddo.
Mi dica, dove di preciso? Giovanni prova a riportare la calma.
Allufficio comunale ribadisce luomo. Ho dei documenti.
La donna lo fissa negli occhi dallo specchietto.
Comunale? chiede, stavolta la voce è tagliente.
Sì e, per la prima volta, la guarda davvero. Per il terreno.
Terreno ripete. Cè rabbia, ma anche paura.
Luomo si volta, la riconosce dun tratto.
Ma ci conosciamo?
Lei sospira.
Non credo che si ricordi di me. Dice sottovoce. E va bene così.
Giovanni sente la tensione nel piccolo spazio dellauto. Soppesa se convenga fermarsi.
Mi scusi, lei è? domanda luomo.
Anna. Mi chiamo Anna dice. Ero infermiera pediatrica, allora.
Lui deglutisce.
E allora?
Lei veniva a trovare un bambino. Anna tiene la voce ferma, ma gli occhi restano fissi sulla borsa. Alessandro. Ha firmato il rifiuto. Poi è sparito.
Non ho firmato niente! scatta lui.
Rabbia e dolore, ora il ginocchio martella. Giovanni nota che lui stringe la cintura come per strapparsi via.
Ha firmato eccome. Ho visto io la cartella, cera la sua firma. E lindirizzo. Paese, via delle Rose
Basta! Luomo urla quasi, la Punto sembra vibrare di riflesso.
Giovanni capisce che stanno superando il limite: ora, chi ha ragione conta meno. Contano le macerie che resteranno dentro una scatola di latta. Sceglie la piazzola ampia vicino alla pensilina vecchia, ancora prima di arrivare ci aveva pensato.
Facciamo una pausa qui dice calmo. Cè spazio.
Perché? chiede luomo, nervoso.
Perché parlate come se aveste scordato che qui cè gente viva. E io pure.
Mette la freccia, accosta sulla piazzola, tira il freno a mano. Non spegne il motore, per tenere caldo e andar via, se serve. Nellabitacolo si sente lo scattare della ventola.
Nessuno vi obbliga a scendere dice guardando davanti. Se volete parlare, meglio farlo da fermi. E non sono un giudice. Sono quello che vi deve portare a destinazione tutti interi, possibilmente.
Anna tace. Luomo guarda il quadro come se potesse trovarci una risposta tra i numeri.
Giovanni si gira verso di lui.
Una domanda dice calmo Davvero non ricorda lospedale? O fa finta?
Luomo non risponde subito. Poi, lentamente, slaccia le mani dallo zaino. Gli occhi si fanno vuoti.
Lospedale lo ricordo. Ma quella storia no. Allora avevo una moglie, partoriva. Non è andata bene, mi dissero che il bimbo che era morto.
Anna trattiene il respiro.
Le hanno mentito mormora. Poi più piano: Non so da chi venisse la decisione. Ero solo una giovane infermiera. Ho solo visto le carte.
Luomo la fissa.
Vuole dire che mio non riesce a finire.
Voglio solo dire che il bambino visse la voce di Anna è quasi un sussurro. Poi fu adottato. Tutto fu molto strano. Provai a chiedere, ma mi dissero di farmi i fatti miei. Lascai lospedale dopo un anno.
Giovanni resta per un attimo immobile. Avverte dentro una vecchia rabbia: comè facile, da noi, che il le hanno mentito decida decenni di vita. Ma rabbia ora non serve.
Perché me lo sta dicendo ora? chiede luomo qui, in macchina?
Anna si guarda le mani.
Perché ha fatto richiesta per il terreno dice. La casa in via delle Rose ci abita Alessandro. Ventanni, ormai. Crede che lei sia nessuno. Ora che va in Comune, salta tutto fuori. Ho riconosciuto il cognome, ho capito chi era chi è.
Vuole distruggere tutto? chiede luomo, amareggiato Io non sapevo.
Non voglio che vi troviate davanti agli altri, in corridoio, gridando dice Anna. Volevo solo avvisare. Darle una possibilità di scegliere.
Giovanni capisce che quella, è la storia che non dovrebbe esserci: non un destino, ma una scivolata che cambia ogni certezza. Ma accade comunque, come la buca dopo il ponte: puoi evitarla o finirci dentro, la strada passa sempre proprio lì.
Luomo guarda avanti per molto. Poi, quasi un sussurro:
E lui sta bene?
Anna annuisce:
Lavora alla segheria del paese. Non beve, ha studiato in un tecnico, poi ha mollato. Vive con la zia, la madre adottiva, Valeria. È brava persona. Lui la vuole bene.
Luomo si copre il viso con la mano. Giovanni scorge sul polso la traccia bianca dellorologio appena tolto: come chi vuole liberarsi di un peso.
Non posso andare da lui a dire: Ciao, sono tuo padre dice. Anche se fosse vero.
Non glielo chiedo replica Anna. Le chiedo solo di non trattare la pratica come semplice burocrazia.
Giovanni capisce che è il momento di restituire loro la scelta. Né spingere, né trattenere: solo offrire una cornice.
Senta dice Cè ancora mezzora per il Comune. Poi potete ognuno andare per la sua strada, oppure parlare ancora, o scambiarvi un numero. Ma qui non vi porto se iniziate a farvi male a vicenda. Intesi?
Luomo annuisce, senza guardarlo.
Anche Anna fa cenno sì.
Giovanni toglie il freno a mano e torna sulla statale. Lasfalto lucido, le ruote che sussurrano. Nellaria si fa silenzio, un silenzio che non è vuoto: è quello in cui ogni passeggero si sente di nuovo solo con se stesso.
Dopo qualche chilometro, luomo riprende in mano il cellulare.
Ha il suo numero? chiede senza voltarsi.
Anna si blocca.
Ce lho dice. Ma onestamente non so se posso darlo.
Non so nemmeno io se ho diritto a quel terreno ribatte Facciamo così: me lo lasci, io gli scrivo. Solo un messaggio. Senza nome. Chiedo se si può incontrare. Se dice di no, lascio perdere.
Anna guarda fuori, come se la scelta potesse nascondersi tra gli ulivi. Poi tira fuori il taccuino, apre a una pagina vuota, scrive con cura, stacca il foglio lungo la perforazione. Lo tiene tra le dita: ancora non lo passa.
Mi promette che non si presenterà direttamente da lui? domanda.
Prometto dice luomo.
Anna gli porge il foglio; lui lo prende con delicatezza e lo mette nella tasca interna, richiudendo bene la zip.
Giovanni guida, sentendo dentro qualcosa che scivola, cambia posto. Da sempre pensava che portare gente in giro servisse solo ad accompagnarla. Ma ora capisce che portare vuol dire anche permettere a qualcuno di non commettere errori sulla velocità.
Dentro Lecce, il traffico aumenta. Clacson, semafori, la gente nervosa. Giovanni mantiene la distanza. Davanti, luomo resta teso; dietro, Anna legge i nomi dei negozi, come cercando dove poter scendere e tornare anonima.
Mi lasci qui, grazie dice lei quando passa davanti alla farmacia allangolo.
Giovanni mette la freccia, si accosta. Anna apre lo sportello, ma prima di scendere si piega in avanti:
Non so come andrà a finire dice lei. Non voglio essere la causa di niente. Ma sono stanca di stare zitta.
Luomo la guarda.
Se sbaglia, mi rovina la vita dice lui.
Se non sbaglio, la sua vita è già rovinata. Solo che non lo sapeva risponde Anna, sottovoce. Mi scusi.
Scende, chiude piano la porta, sparisce senza voltarsi. Giovanni aspetta che sia lontana, poi riparte.
In municipio, devo andare dice luomo, come a ricordarsi lobiettivo.
Lo so risponde Giovanni.
Qualche isolato, poi ecco la facciata del Comune. Giovanni si ferma al marciapiede. Luomo resta ancora, guarda le mani, tira fuori il foglietto, legge i numeri.
Secondo lei devo? chiede allimprovviso, senza sollevare lo sguardo.
Giovanni odia dare consigli per cose così. Ma stare zitto ora sarebbe vile.
Penso che se entra lì solo per il terreno, otterrà una carta e perderà la pace. Se entra come uomo, magari nulla cambia subito. Ma almeno resterà uomo. È sua la scelta.
Luomo fa un cenno, mette via il foglio, apre lo sportello.
Grazie dice, e scende.
Giovanni lo segue con gli occhi. Luomo avanza verso le porte del Comune, non in fretta, non piano, come chi rieduca i passi. Uniforme si ferma, respira, solo poi entra.
Giovanni fa inversione e riprende la strada verso lincrocio. Sistemandosi il quaderno tra i semafori, sente dentro un peso ma non disperazione. Sa che domani stessa corsa, stesso tragitto: altre facce, altre storie. E dirà ancora: «Comune?»
Solo che, ora, sa che spesso in auto salgono non solo passeggeri. Qualche volta sono anni non detti di qualcuno. E che il vero compito è arrivare facendo in modo che lessenziale sia detto non rimbalzando su una buca, né allultimo secondo.



