Dammi dell’acqua, la gola mi si è asciugata, te lo urlo da unora, e tu continui a far rumore con le pentole, quasi apposta! Non mi ascolti mai!
Il tono stizzoso e tremolante che proveniva dalla camera fece sobbalzare Elena e quasi le fece cadere il mestolo. Inspirò profondamente, contando fino a dieci abitudine consolidata negli ultimi tre anni di quella vita infernale. In cucina si mescolavano gli odori del pollo bollito e dei farmaci, impregnando ogni angolo; sembrava che persino le tende fossero intrise. Elena spense il fuoco sotto il brodo, prese un bicchiere, lo riempì di acqua a temperatura ambiente né fredda né calda, come voleva il medico e si diresse verso la stanza.
Luisa Pavese era distesa su una montagna di cuscini, somigliava a un vecchio uccello scontroso. Gli occhi acuosi seguivano ogni movimento della nuora. Sul comodino, fra boccette, blister di pillole e una pila di cruciverba, cera una busta spessa, mai vista prima.
Ecco, signora Luisa, beva, Elena porse il bicchiere, cercando di non lasciar trasparire il fastidio. Non sentivo, cera la cappa accesa. Il brodo è pronto, adesso le preparo le verdure come ha detto il medico.
La suocera inghiottì qualche piccolo sorso, si accigliò, come se le avessero dato dellaceto, e posò il bicchiere.
Hai sempre delle scuse, brontolò, asciugandosi le labbra con un angolo del lenzuolo. Ora la cappa, ora laspirapolvere, ora telefoni. E io qui, madre del tuo marito, che muore di sete.
Non dica così, le sono sempre vicina, Elena ignorò i rimproveri, era abituata. Sistemò la coperta, e il suo sguardo si soffermò sulla misteriosa busta, dove si notava il bordo di un foglio con timbro ufficiale.
Cosè quello? Nuove prescrizioni del medico? accennò al comodino. Vuole che guardi? Magari cè da andare in farmacia.
La mano di Luisa fu fulminea: coprì la busta con uno scatto sorprendente, considerata la recente lamentela riguardo alla debolezza.
Non toccare! sbottò. Sono affari miei. Documenti personali.
Elena rimase interdetta: di solito era la suocera a pretendere che la nuora vedesse ogni bolletta e ogni lettera dagli enti pubblici. Quella riservatezza era una novità.
Avevo solo chiesto… stava spiegando Elena, quando la porta dingresso sbatté e, dal corridoio, giunsero passi pesanti.
È tornato Marco! Luisa si illuminò, il volto si distese in un sorriso mieloso. Figlio mio, vieni qui, salvami da questa carceriera!
Marco, marito di Elena, entrò. Sembrava stanco: la giacca sgualcita, la cravatta storta. Capo ufficio vendite, ultimamente si attardava sempre in ufficio, evitando la casa, dove regnava latmosfera di un ospedale e rimproveri continui.
Ciao mamma. Ciao Elena, borbottò, baciando la madre e ignorando la moglie. Che succede adesso? Che carceriera? Elena si prende cura di te come fossi una bambina.
Cura… Luisa strinse le labbra. Aspetta che io lasci il posto, pensi che non lo capisco? Ha gli occhi freddi, vuoti. Nessuna affetto, solo dovere.
Elena sentì la rabbia salire alla gola. Tre anni fa, dopo lictus di Luisa, si era discusso: badante o casa di cura. Non cerano soldi, Marco aveva escluso il ricovero: “Cosa diranno? Non si abbandona la madre.” Così Elena aveva lasciato il lavoro in biblioteca, portato la suocera dal suo bilocale al loro trilocale, e il bilocale era stato affittato per coprire le spese mediche.
Vado a preparare la tavola, sussurrò Elena uscendo dalla stanza.
A cena Marco mangiava svogliato.
Ti piace? chiese Elena, sperando in una nota di calore.
Sì, va bene, rispose senza staccarsi dal telefono. Senti, Elena, mamma vuole che inviti Chiara. Le manca.
Chiara era la nipote di Luisa, figlia della sorella defunta. Una quarantenne chiassosa, truccata pacchianamente e completamente inutile in casa. Arrivava due volte lanno, portava un dolce economico, si sedeva a raccontare i suoi amori falliti, lasciando dietro di sé solo il profumo di vaniglia e piatti sporchi.
Per quale motivo? domandò Elena. Luisa ha la pressione alta, Chiara è un tornado. La agiterebbe.
È un desiderio di mamma, dice che ha una questione da discutere. Che venga, sopporta unoretta.
Il giorno dopo Chiara arrivò puntuale a mezzogiorno. Entrò senza togliere le scarpe, calpestando il tappeto lustro, e subito gridò:
Elena, cara, sei ingrassata? Il vestito ti sta male. Dovè la zia Luisa? Ho portato dei dolcetti!
Aveva un sacchetto di marshmallow, vietati a Luisa per il diabete.
Elena indicò la porta della stanza. Chiara entrò e subito si udì un vivace mormorio mescolato a lacrime. Elena tornò in cucina, tentando invano di ignorare. Si mise a selezionare il grano, ma la preoccupazione la tormentava. La busta sulla mensola non la lasciava in pace.
Dopo unora Chiara uscì raggiante, con la busta in mano. La infilò nella sua borsa capiente.
Bene, Elena, io vado! Sono impegnata, affari miei! Luisa dorme, non disturbarla. Complimenti: pulito qui, brava. Però cambierei le tende, sono fuori moda.
Sparì veloce quanto era arrivata.
La sera, mentre Elena cambiava le lenzuola un lavoro faticoso, dato il peso di Luisa e la sua scarsa collaborazione trovò il coraggio di chiedere:
Signora Luisa, che documenti ha dato a Chiara? Servono delle copie? O deve portarli agli assistenti sociali?
Locchio di Luisa si fece malizioso, colmo di soddisfazione.
Cara Elena, è la mia gratitudine. Chiara è lunica anima buona che mi ama senza interessi. Non per appartamenti, non per eredità. Solo affetto. Il sangue non è acqua.
Elena sentì gelo dentro.
Di quale appartamento parla? Il bilocale è affittato, i soldi vanno alle sue cure. Avevamo detto che in futuro sarebbe andato ai nipoti, ai nostri figli.
Luisa scoppiò in una risata strozzata.
Avevate accordi, eh? Siete bravi a dividere la pelle dellorso senza averlo ucciso! Io ho deciso diversamente. Oggi è venuto il notaio, mentre eri spesa. Ho fatto una donazione. A Chiara.
Elena rimase con la lenzuola in mano. Il mondo oscillava.
Come? Una donazione? sussurrò. A Chiara? Quella Chiara che non ha mai portato un bicchiere dacqua? Che non sa nemmeno quali pillole prende?
Ma lei non mi rimprovera mai! urlò Luisa. Tu ogni giorno con il muso lungo, come se facessi una grazia! Pensi che non lo senta? Aspetti che muoia e ti prendi lappartamento! Eh no! Ora è di Chiara. Legale, secondo larticolo 770 del Codice Civile: donazione. Senza ritorno.
Elena si sedette. Le gambe non la reggevano. Tre anni spesi. Iniezioni, pannoloni, capricci, notti insonni. Fine della carriera. E tutto, per essere chiamata una sconosciuta interessata?
E Marco? riuscì a chiedere. Marco lo sa?
Lo saprà quando sarà ora. I miei beni li dono a chi voglio. Ora vai, scalda la minestra, ho fame. E sistema il pannolone, mi stringe.
Elena si alzò, le orecchie ronzavano. Senza dire una parola uscì, si vestì e lasciò lappartamento. Non poteva restare ancora. Aveva bisogno di respirare.
Camminò a lungo per le piazze di Milano, finché non fu gelata. Un solo pensiero: tradimento. Non solo della suocera non aspettava amore ma del marito. Un notaio non arriva per caso; qualcuno deve aprire la porta, fornire i documenti.
Quando tornò, Marco era già a casa. Mangiava minestra direttamente dalla pentola.
Dove sei stata? chiese, seccato. Mamma urla, il pannolone è bagnato, tu non ci sei. Devo farlo io? Sono uomo, mi fa schifo!
Elena guardò il marito. Per la prima volta in ventanni vide chiaramente: non era il compagno, né una sicurezza, solo un egoista comodo.
Marco, disse piano, tua madre ha donato il bilocale a Chiara. Hai saputo?
Marco si soffocò, tossì, diventò rosso.
Che donazione? Stai vaneggiando?
No. Me lha detto lei. E Chiara ha preso i documenti. Il notaio è venuto mentre ero fuori. Chi ha aperto? Tu hai le chiavi doppie, potresti essere passato?
Marco distolse lo sguardo, sbriciolando il pane nervosamente.
Sì… sono passato. Mamma mi ha chiesto. Ha detto che serviva una delega per la pensione o altro. Ho lasciato entrare luomo, era un avvocato, sembrava onesto. Non ho approfondito, Elena! Dovevo lavorare!
Non hai approfondito? la voce di Elena tremava. Tua madre ha tolto ai nostri figli uneredità, la ha regalata a una sconosciuta, e tu non hai approfondito? E chi pagherà i suoi farmaci? Senza affitto, Chiara venderà lappartamento. Su quello stipendio? Vuoi che torni a lavorare, per mantenere una donna che mi ha disprezzata?
Non cominciare i drammi! Marco batté il pugno sul tavolo. Mamma forse non è lucida! Recupereremo tutto, dichiareremo lincapacità, se necessario!
Incapacità? sorrise amaramente Elena. Tu dicevi che era lucida quando ti elogiava. Il notaio sicuramente ha chiesto il certificato. Chiara ha pensato a tutto.
Dalla camera echeggiò il grido:
Cè qualcuno? Sono tutta bagnata! Elena! Vieni a lavarmi!
Marco fece una smorfia.
Elena, vai tu. Poi vedremo. Non può stare così.
Ma dentro Elena si spezzò qualcosa. Quella sottile fibra che sorreggeva il suo senso del dovere, la sua dedizione. Guardò le mani, rosse e ruvide, ricordò lultima volta in parrucchiere, le vacanze sognate e mai fatte: “come facciamo con la mamma?”
No, disse.
Come, no? Marco non capiva.
Non vado più. Non la lavo più. Non preparo più minestre. Non accetto più insulti. Ora ha la padrona, Chiara. Secondo la legge la donazione è gratuita, ma in coscienza… chi prende il bene, prende anche i doveri. Chiamala. Che venga lei.
Sei impazzita? Marco saltò su. Chiara non risponde a questora! E poi non saprebbe! Elena, è mia madre!
Esatto. Tua madre. Non la mia. E lappartamento è andato alla nipote. Io sono estranea. Carceriera, come lei mi ha definita.
Elena si girò, andò in camera sua. Aprì larmadio, prese la valigia.
Cosa stai facendo? Marco era sulla porta, sbiancato.
Vado via. Vado da mia madre. Piccolo il monolocale, ma l’aria è pulita.
Elena, fermati! La vecchia ha esagerato, ha sbagliato! Risolveremo! Non lasciarci! Come faccio solo con lei? Lavoro!
Prendi una badante. Ah, non ci sono soldi… lappartamento è perso. Quindi dovrai pensarci tu. Dopo il lavoro. Di notte. Nei weekend. Benvenuto nel mio incubo, Marco.
Buttava maglie e libri a caso in valigia. Le lacrime scendevano, ma non ci badava. Limportante era andarsene.
Elena, non ti lascio andare! cercò di trattenerla. Sei mia moglie! Devo stare con te nel bene e nel male!
Nel male ci sono stata, Marco. Per tre anni. Di bene neanche lombra. E, a proposito, chiuse la valigia chiedo il divorzio.
Per un appartamento?! Sei così materialista?
Non per lappartamento! urlò. Perché mi hai fatto diventare schiava! Perché hai aperto la porta al notaio e mi hai tradita! Perché ora pensi solo a chi cambierà il pannolone!
Trascinò la valigia. Dalla camera di Luisa proveniva un lamento:
Marco! Lei mi ha abbandonata! Vuole uccidermi! Ho sete!
Marco oscillava tra moglie e madre.
Elena, ti prego… almeno per stanotte resta!
Lascio le chiavi sul mobile, disse fredda Elena. Addio.
Uscì nel vano scala e aspettò lascensore. Quando le porte si chiusero, si appoggiò al vetro e pianse, lacrime di sollievo.
La prima settimana a casa della mamma fu confusa. Elena dormiva dodici ore, mangiava senza pensieri, passeggiava al parco. Aveva cambiato numero. Ma le notizie arrivavano.
Da una conoscente seppe che Marco cercava Chiara, che rispondeva che “il regalo è regalo, e nessun obbligo di assistenza”. Aveva già deciso di vendere il bilocale, le servivano euro per il suo business. Affittuario sfrattato in due mesi. E suggeriva che Luisa venisse messa in una casa di riposo, dato che il figlio non era allaltezza.
Marco fece ferie non pagate. Poi malattia. Poi chiamò i figli Matteo e Federica, studenti a Roma e Torino. Cercò di farli venire a curare la nonna. Telefonarono a Elena.
Mamma, papà dice che sei una traditrice, disse Matteo. Ma noi sappiamo quanto hai lavorato. Non veniamo. Abbiamo la sessione. E poi la nonna ha scelto Chiara.
Elena era fiera di loro. Avevano capito tutto.
Dopo un mese, Elena trovò lavoro in biblioteca. Poco stipendio, ma la pace e il profumo dei libri valeva più di qualunque antidepressivo. Presentò la richiesta di divorzio. Marco non si presentò.
Una sera, tornando dal lavoro, Elena trovò Marco sotto casa. Invecchiato, mal rasato, la camicia sporca, odore di vino e di vecchiaia.
Elena… si avvicinò. Aiutami. Non ce la faccio. Lei urla giorno e notte. Chiara ha già venduto lappartamento, a qualche furbo, per pochi euro. Finito il denaro, niente badante. Ho perso il lavoro…
Elena lo guardò, provando solo disgusto.
E io cosa centro, Marco?
Tu sai come fare… Tu sei quella che sa gestire. Torna, ti perdono tutto. Vendiamo il nostro appartamento, prendiamo uno più piccolo e assumiamo qualcuno.
Tu perdoni? ripeté Elena. Non hai capito niente? Dovrei essere io a perdonare. Ma non voglio.
Lei piange. Ti ricorda. Dice che la minestra la facevi meglio di tutti.
Dovevano ricordarsene prima. Quando invitavano il notaio.
Ma Chiara ci ha truffati! Lei è una furba!
Chiara ha fatto quello che ha potuto. Luisa voleva comprare lamore in euro e metri quadri. Laccordo cè stato. Laffare concluso.
Sei diventata crudele, sussurrò Marco.
Sono diventata libera, corresse Elena. Vattene, Marco. Basta. Il giudice ci vedrà fra una settimana. Spero sia rapido.
Entrò portando via la chiave.
Elena! gridò Marco. E se la metto in una casa di riposo? Bisogna fare le carte, non sono capace! Aiutami almeno con quello!
Elena si fermò. Si girò.
Internet, Marco. Sei un capo. O almeno lo eri. Vedrai che ce la fai. Io ho fatto il mio turno.
Chiuse la porta.
In casa, si avvicinò alla finestra. Marco era ancora lì, piccolo, schiacciato dal peso delle sue responsabilità finalmente sue. Elena chiuse le tende.
In cucina la mamma stava preparando pane ripieno di cavolo.
Chi era, Elena? chiese la mamma, affacciandosi.
Hanno sbagliato indirizzo, mamma. Solo quello.
Elena si sedette, prese il pane caldo e fece un morso. Era gustoso. Da tre anni il cibo non aveva sapore. La vita proseguiva, e questa vita era solo sua. Luisa aveva ottenuto ciò che meritava una nipote danarosa e un figlio che finalmente cresceva, seppur a cinquanta anni. La giustizia a volte è un piatto freddo, ma sazia lo stesso.


