Per quando piove

Per ogni evenienza

Nel cassetto della cucina, sotto una scatola di pile di ricambio e degli elastici per capelli, cera un foglio di carta piegato in quattro. Chiara lo prendeva tra le mani non come una semplice nota, ma come uno strumento: lo distendeva con il palmo, tenendo ferma la carta, e leggeva non solo con gli occhi ma anche con il corpo come chi consulta le istruzioni prima di premere un pulsante.

In cima, scritto a penna: Per ogni evenienza. Seguiva lelenco. Non stai forte, non tirati su, ma gesti piccoli, testati nel tempo.

1. Un bicchiere dacqua. Poi un tè. Sedersi per due minuti.
2. Respirare: inspira per quattro, espira per sei, dieci volte.
3. Telefonare a una delle tre persone fidate. Dire: Ho bisogno di cinque minuti, ascoltami.
4. Scrivere tre passi immediati su un foglio. Non di più.
5. Delegare: chiedere, pagare, rimandare.
6. Fare il giro: da casa alla farmacia passando per il cortile, un giro attorno alla scuola, ritorno.
7. A casa, dire una frase sincera senza accusare nessuno.

La lista era nata due anni prima, dopo che in un supermercato Chiara aveva perso la calma perché la cassa si era bloccata e qualcuno le faceva pressione dietro. Era scappata senza comprare nulla e per mezza giornata non riusciva a capire perché. Alla prima seduta, la psicologa aveva chiesto: Che cosa fai quando ti travolge tutto? Chiara aveva risposto: Niente. Provo a non sentire niente. E aveva capito che quel niente era anchesso unazione, ma la più dannosa.

Quel giorno prese il foglio non perché stesse già male, ma per assicurarsi che fosse lì, una sicurezza silenziosa. Lo ripiegò, schiacciò gli angoli con le dita, lo rimise nel cassetto e lo chiuse.

Sul tavolo cera un contenitore di riso, vicino il pranzo della scuola di suo figlio. Chiara controllò che ci fossero tovaglioli, una mela e un piccolo pacchetto di biscotti. Nel corridoio era appesa la giacca di suo figlio, sul mobile cera il diario. Era tutto pronto, e proprio questo la rendeva ansiosa come prima di un viaggio, quando si teme di aver dimenticato qualcosa.

Il figlio, Matteo, uscì dalla camera mentre chiudeva la zip della giacca.

Mamma, oggi ho la verifica di matematica.

Me lo ricordo, rispose Chiara sorridendo, cercando di non trasmettere la sua ansia interna del tipo speriamo vada tutto liscio.

Il marito, Andrea, beveva già il caffè guardando il computer. Lavorava a turni, e quel giorno doveva passare dallautofficina per prendere dei pezzi per la sua auto e poi andare al cantiere.

Mi accompagni? chiese Chiara mentre metteva le scarpe da ginnastica.

Non posso. Ho un incontro alle nove, disse lui senza distogliere lo sguardo.

Chiara trattenne il solito fastidio. Non posso suonava come non voglio, anche se sapeva che non era questo il caso. Prese la borsa, controllò chiavi, bancomat, caricatore.

Lascensore arrivò in fretta, ma al primo piano le porte si bloccarono. Chiara premette di nuovo il pulsante. Silenzio.

Mamma, siamo bloccati? Matteo la guardò con uno sguardo troppo adulto.

No, aspetta. Premette apri e chiudi, poi il pulsante di chiamata. Lascensore sembrò sospirare e riprese il viaggio.

Chiara sentì salire il batticuore, come se qualcuno avesse versato acqua bollente nel petto. Ancora nulla era successo, ma il corpo già si preparava allimprevisto.

Fuori, vide che lautobus era appena partito. Alla fermata cerano persone, qualcuno si lamentava al telefono, qualcuno fissava il vuoto. Chiara guardò lorologio. Se avessero aspettato il prossimo, sarebbero arrivati tardi.

Andiamo a piedi fino alla metro, disse. Veloci.

Matteo le corse accanto, impegnandosi a non restare indietro. Chiara gli teneva il braccio, per evitarlo di scattare in strada. Nella testa avanzava già la lista: scuola, ufficio, chiamata, poi

Arrivata alla metro, sentì la vibrazione del telefono. Numero della scuola.

Chiara Lombardi? la voce della segretaria era gentile ma fredda. Oggi Matteo non ha il certificato per lesonero da ginnastica. Ha detto che gli fa male il ginocchio, ma senza certificato non possiamo

Chiara chiuse gli occhi per un istante.

Davvero gli fa male. Siamo stati dal medico, il certificato è a casa, mi sono dimenticata di metterlo nello zaino. Posso inviare una foto ora?

No, accettiamo solo loriginale.

Lo porto dopo il lavoro, disse Chiara, la voce già tesa. Oppure posso chiedere a mio marito.

Entro mezzogiorno, tagliò la segretaria.

Chiara chiuse la chiamata e sentì dentro una morsa. Entro mezzogiorno significava che avrebbe dovuto abbandonare il lavoro, proprio nel giorno della consegna del rapporto.

Matteo era vicino e la fissava.

Non lho fatto apposta, disse.

Lo so. Vai tranquillo, va tutto bene, rispose Chiara, anche se il va tutto bene era ormai distante.

Accompagnò Matteo a scuola, lo baciò sulla testolina e tornò di corsa alla metro. In vagone cera calca, qualcuno le pestò il piede, altri ridevano forte. Chiara si aggrappò al maniglione cercando di non pensare che la giornata era appena iniziata.

In ufficio, la accolsero laroma di caffè e di toner. La collega del tavolo accanto alzò la testa.

Chiara, il cliente è in linea. Dovè la versione finale? Sono già agitati.

Chiara si sedette, accese il PC, aprì la cartella. Il file sembrava sparito. Controllò ancora. Ieri lo aveva salvato sul server condiviso. O almeno pensava così.

Arrivo, disse, sentendo le mani sudate.

Aprì la mail, trovò la conversazione, cercò di ripercorrere i passaggi. Nel cervello balenava il solito pensiero: Hai rovinato tutto di nuovo. Una vecchia frase, ascoltata da bambina, che ogni volta tornava quando le serviva semplicemente risolvere.

Il cellulare vibrò di nuovo. Stavolta era la mamma.

Chiara, voce tesa, il rubinetto in cucina perde. Ho messo una bacinella, ma gocciola. Ho paura che allaghi i vicini.

Chiara guardò il monitor, la cartella vuota, lorologio.

Mamma, adesso sono in ufficio. Chiudi lacqua sotto il lavello, cè la manopola. Ricordi?

Non riesco, è dura.

Prendi un asciugamano, prova a girare così. Se non va, chiama il pronto intervento. Ti mando subito il numero.

Ma arrivano chissà quando.

Capisco, però non posso passare adesso. La voce di Chiara si fece più secca. Ti mando il numero, ok?

La mamma rimase silenziosa qualche secondo.

Va bene, disse piano.

Chiara chiuse la chiamata e si sentì subito in colpa, come se portasse una borsa pesantissima sulla spalla. Voleva essere una brava figlia, una brava madre, una brava impiegata e una persona normale. In questi momenti perdeva su tutti i fronti.

La responsabile entrò nel suo ufficio.

Chiara, che succede col rapporto? Il cliente aspetta. E ieri hai mandato una bozza con i numeri sbagliati.

Chiara sentì salire il calore sul viso.

Mi metto subito. Lo correggo.

Fai presto, disse la responsabile e se ne andò.

Chiara fissava lo schermo consapevole che avrebbe fatto quello che faceva sempre: agitarsi, provare a fare tutto insieme e alla fine sbagliare ancora di più. Dentro si diffondeva la solita ondata di panico, appiccicosa, con la sensazione che mancasse laria.

Si lasciò andare contro lo schienale e chiuse gli occhi per un secondo. Per ogni evenienza, riecheggiò nella testa come una mano posata sulla spalla.

Chiara si alzò, prese la tazza e andò in cucina. Non perché avesse voglia di tè, ma perché aveva bisogno di muoversi, di spezzare il ciclo.

Si versò un bicchiere dacqua dal distributore, lo bevve tutto dun fiato. Mise a bollire il bollitore, attese, mise una bustina nella tazza. Si sedette vicino alla finestra, guardando il cortile tra gli uffici. Due minuti. Solo questi.

Fece dieci respiri in cui lespirazione era più lunga dellinspirazione. Al sesto le spalle si rilassarono un po. Al decimo capì che il cuore batteva ancora, ma non come una sirena.

Tornando, prese il quaderno dalla borsa. Scrisse sopra: Adesso.

1. Trovare la versione finale del rapporto.
2. Chiamare il cliente e dire sinceramente quando sarà pronto.
3. Risolvere certificato e rubinetto.

Tre passi. Non dieci.

Aprì la cronologia sul server condiviso. Il file non era cancellato, solo rinominato. Ieri aveva aggiunto la data al nome e non aveva visto la differenza nella lista. Aprì il documento, controllò i numeri, individuò un errore in una formula. Sistemò, ricontrollò, salvò.

Poi chiamò il cliente.

Buongiorno, sono Chiara, disse con tono fermo. Ieri è arrivata una bozza con un errore, lho appena sistemata. La versione definitiva arriverà entro quaranta minuti. Se serve prima, mi dica che cosa è urgente e mi organizzo.

Dallaltra parte silenzio, poi un sospiro.

Quaranta minuti va bene. Grazie per aver avvisato.

Chiara chiuse la chiamata sentendo dentro un piccolo punto fermo. Non felicità, non sollievo, solo la possibilità di restare sulla linea.

Poi toccava fare una chiamata. Una delle tre persone. Aprì la rubrica e scelse Andrea. Non voleva sentire ancora non posso, ma serviva aiuto concreto, non ideale.

Andrea, ciao, ho bisogno di una cosa al volo. A scuola chiedono il certificato entro mezzogiorno. È sul mobile in corridoio, sotto il diario. Puoi passare a casa e portarlo?

Sono dallaltra parte della città, iniziò lui.

Chiara inspirò e si trattenne dal reagire.

Capisco. Ma se non lo portiamo, dovrò uscire dallufficio e sarebbe peggio. Puoi chiedere a qualcuno del cantiere o cambiare percorso?

Andrea esitò.

Va bene. Passo a casa, prendo il certificato e lo porto. Mandami una foto, così lo riconosco.

Grazie. La mando subito.

Fotografò il certificato, effettivamente sul mobile, e inviò. Pensò: Ecco, delegare. Non eroismo, ma chiedere.

Rimanevano la mamma e il rubinetto. Chiara le scrisse il numero del pronto intervento e una breve guida: Manopola sotto lavello, ruota a destra fino in fondo. Se non va, usa lasciugamano e gira piano. Se hai paura, chiama il pronto intervento e dì che il rubinetto perde, temi di allagare. Poi telefonò di nuovo.

Mamma, non posso passare subito, disse tentando di essere dolce. Ma resto al telefono con te mentre provi a chiudere.

Ho fatto, ma le mani tremano, ammise la mamma.

Facciamolo insieme. Dove sei?

In cucina.

Bene. Apri lo sportello sotto il lavello. Prendi lasciugamano. Avvolgi la manopola e prova a girare delicatamente.

Chiara ascoltò i movimenti, lo sbattere della bacinella.

Si è mossa, disse la mamma dopo un minuto, stupita. Oh, e ha smesso di gocciolare.

Perfetto. Non riaprire lacqua fino allarrivo dellidraulico. Stasera passo a controllare.

Scusami se ti ho disturbato, fece la mamma.

Non mi hai disturbato. Hai chiamato al momento giusto, rispose Chiara, stupita che fosse vero.

Mandò il rapporto. Esattamente dopo quaranta minuti. La responsabile annuì, non sorrise, ma nemmeno rimproverò. Il collega fece un cenno col pollice.

Sembrava finita, ma dentro restava una vibrazione sottile, come dopo una frenata brusca. Chiara sapeva: se ora tornava al lavoro, alla sera sarebbe diventata nervosa, finendo per scontrarsi con tutti.

A pranzo non andò in mensa. Indossò la giacca, prese il telefono e gli auricolari e uscì. Il giro era quello della lista: dallufficio alla farmacia passando per il cortile, uno attorno alla scuola, ritorno. Non perché servissero medicine, ma era uno spazio breve, senza sorprese.

Camminava veloce, contando i passi quasi senza volerlo, il corpo cercava il ritmo. Davanti alla farmacia comprò cerotti e una confezione di camomilla, anche se a casa la trovava già. Meglio così. Un segno concreto di cura verso sé stessa.

Sulla via di ritorno si fermò davanti alla recinzione della scuola, guardando le finestre. Matteo, da qualche parte lì, stava facendo la verifica. Chiara sentì la tentazione di scrivergli Come va?, ma non lo fece. Era giusto che lui fosse concentrato sul suo compito.

Nel pomeriggio Andrea mandò un messaggio: Il certificato lho consegnato. Tutto ok. Subito dopo la foto: il certificato in mano al bidello, con il corridoio della scuola sullo sfondo. Chiara sorrise, sentendo sciogliersi lennesimo nodo.

Tornò a casa più tardi del solito, stanca ma non svuotata. Sul mobile era rimasto il diario, il certificato non cera più: segno che Andrea davvero era passato, non aveva dimenticato.

Matteo era in cucina e mangiava pasta.

Mamma, ho preso un sette, disse, come se quello fosse la cosa più importante al mondo.

Bravo. Chiara gli accarezzò la spalla. Il ginocchio?

Tutto ok. Avevo solo paura che facesse male di nuovo.

Chiara annuì. Le venne da dire: Anchio avevo paura, ma sarebbe stato troppo. Mise a bollire il tè, prese la camomilla appena comprata e mise la bustina nella tazza.

Andrea entrò togliendosi le scarpe.

Comè andata oggi? chiese.

Chiara sentì la spinta a lamentarsi, elencare, mostrare che aveva avuto una giornata difficile. Ma cera la voce sulla lista: dire una frase sincera senza accusare.

Posò la tazza sul tavolo e disse:

Oggi mi sono sentita molto sballottata. Avrei bisogno che tu stasera ci sia, senza telefono almeno per mezzora.

Andrea la guardò con più attenzione che al mattino.

Va bene. Dopo cena facciamo così. Anchio sono stanco, ma ci sto.

Grazie, disse Chiara consapevole che non era una resa né una vittoria. Era un accordo.

Dopo cena si sedettero in soggiorno. Andrea lasciò il telefono a faccia in giù. Matteo si ritirò a fare i compiti. Chiara raccontò di tutto: rapporto, telefonata della scuola, problema del rubinetto. Non drammatizzando, solo ordinatamente. Andrea ascoltò, chiese qualche dettaglio, confermò: Sì, è tanto. Ed era sufficiente.

Più tardi Chiara passò a casa della mamma. Portò una chiave inglese e una nuova guarnizione, comprata in ferramenta. La mamma la accolse sulla soglia, un po timida.

Pensavo che ti fossi arrabbiata, disse.

Mi sono arrabbiata, rispose Chiara onestamente togliendo la giacca. Ma non con te. Con il fatto che non riesco a essere ovunque.

Insieme aprirono lo sportello sotto il lavello. Il rubinetto era chiuso, la bacinella asciutta. Chiara controllò la giuntura, strinse la vite, cambiò la guarnizione. Lacqua smise di gocciolare. Non era magia, solo tecnica.

Quando tornò a casa, nel cassetto della cucina il foglio era ancora lì. Chiara lo prese, lo aprì e guardò le istruzioni. Non promettevano una vita senza ostacoli. Promettevano solo una cosa: aveva una lista di piccoli gesti, da seguire quando tutto sembrava andare storto.

Aggiuse una nuova voce: 8. Chiedere mezzora senza telefono. Vicino scrisse: Funziona.

Poi ripiegò il foglio, lo mise via e chiuse il cassetto. La giornata non era stata perfetta. Ma non era più una tragedia e questo bastava per andare a dormire sentendo che domani ce lavrebbe fatta ancora.

E capì che la cura, la gentilezza verso sé stessa e gli altri sono già la chiave per superare le tempeste: nessun gesto eroico, solo il coraggio di chiedere, ascoltare, e prendersi il tempo per vivere davvero.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

one × 4 =