All’inizio, i genitori erano felici che il figlio portasse a casa la sua futura moglie, ma quando l’hanno conosciuta, hanno chiesto al figlio di rinunciare a tutti i regali che avevano preparato!

I genitori del mio amico hanno lavorato sodo tutta la vita per dargli una vita serena. Gli hanno sempre assicurato tutto ciò di cui aveva bisogno, sostenendolo in ogni momento. La mamma era convinta che il figlio avesse bisogno di una spinta iniziale, così, dopo il diploma, gli hanno comprato una macchina e quando si è iscritto alluniversità gli hanno regalato un appartamento bello e curato. Il mio amico è sempre stato un ragazzo responsabile, ascoltava i consigli dei genitori e li teneva al corrente di tutto. Però la mamma, Rosetta, ha iniziato a preoccuparsi quando lui ha compiuto 27 anni e ancora non sembrava interessato al matrimonio.

Anche se aveva avuto delle ragazze in passato, per sua madre non era abbastanza. Lei desiderava che lui trovasse una compagna stabile, si immaginava già il figlio vestito da sposo e fantasticava di regalare agli sposini un bel viaggio di nozze. Rosetta non sapeva che lincontro con la futura moglie del figlio avrebbe cambiato tutto; infatti, ha cominciato a notare che il figlio passava ore al telefono, si vestiva con cura e usciva spesso per degli appuntamenti. Era felice, pensava che finalmente il figlio stesse costruendo una famiglia.

Un giorno, il figlio le ha detto che presto le avrebbe presentato la sua fidanzata, quella con cui voleva sposarsi. Rosetta era al settimo cielo, convinta che sarebbe andata daccordo con la futura nuora. Ma la sorpresa è stata enorme: invece di una ragazza, si è trovata davanti una donna di 38 anni, con due bambini piccoli fra le braccia. Il figlio aveva solo 27 anni.

I genitori, Rosetta e Pietro, sono rimasti sconvolti e hanno mostrato chiaramente il loro disappunto per quella relazione. Hanno chiesto al figlio che, se davvero voleva sposare lei, doveva riconsegnare le chiavi della casa e della macchina. Lui lo ha fatto, dicendo che avrebbe gestito tutto da solo. Dopo quellepisodio, ha tagliato ogni contatto con i genitori: li ha bloccati ovunque, non rispondeva più né ai messaggi né alle chiamate. Da qualche cugino, Rosetta ha scoperto che il figlio stava affrontando situazioni difficili. Lei è convinta che, prima o poi, il figlio si renderà conto del peso delle difficoltà e deciderà di non continuare quella vita con quella donna.

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All’inizio, i genitori erano felici che il figlio portasse a casa la sua futura moglie, ma quando l’hanno conosciuta, hanno chiesto al figlio di rinunciare a tutti i regali che avevano preparato!
# La Professoressa che Tutti Detestavamo La professoressa Ferrari era il terrore dell’Istituto Tecnico Statale “Leonardo da Vinci” di Milano. Tutti avevamo paura di lei. Era quella docente che ti sgridava se arrivavi anche solo un minuto in ritardo, che ti toglieva punti per la camicia fuori dai pantaloni, che non sorrideva mai e sembrava quasi divertirsi a bocciare gli studenti. In terza, io ero il leader non ufficiale di quelli che la odiavano. Organizzavo i mugugni, i soprannomi cattivi, gli scherzi pesanti. La chiamavamo “La Strega” e fantasticavamo su vendette per tutte le umiliazioni che ci aveva fatto subire. Il giorno in cui tutto cambiò era un venerdì di novembre. Avevo saltato le lezioni per andare con alcuni amici alla Galleria. Tornando a casa in metropolitana, notai qualcosa di strano: la professoressa Ferrari che usciva da una farmacia in un quartiere molto povero, con diverse buste in mano. La curiosità ebbe la meglio sulla paura. Scese alla fermata dopo la sua e la seguii da lontano. La vidi entrare in un condominio malmesso. Aspettai qualche minuto e mi avvicinai. Dalla finestra aperta al primo piano sentii delle voci. —Professoressa, grazie di essere venuta. Martina è a letto con la febbre da tre giorni. —Non si preoccupi, signora Conti. Ho portato l’antibiotico che ha prescritto il dottore. Martina Conti? Una compagna di classe molto silenziosa, che spesso sembrava stanca e mancava spesso a scuola. —Quanto le devo, professoressa? —Nulla, signora Conti. Ne avevamo già parlato. —Ma è una grossa spesa… —Martina è una studentessa bravissima. Merita di stare bene, per poter continuare a studiare. Mi sporsi e vidi la professoressa Ferrari, quella donna fredda e severa, accarezzare la fronte di Martina con una dolcezza che non avevo mai visto tra i banchi. —Come te la cavi con matematica, ragazza? —Bene, prof. Ho fatto gli esercizi che mi ha lasciato. —Ottimo. Lunedì ti porto dei libri in più, così ti prepari meglio al test per il liceo. —Professoressa, non so se potrò andare al liceo. Mia madre ha bisogno che lavori… —Martina, tu devi studiare. Questo è il tuo lavoro adesso. Al resto ci penso io. Me ne andai da lì confuso e turbato. Quella non era la professoressa Ferrari che conoscevo. La settimana dopo cominciai a osservarla meglio in classe. Notai cose che prima mi erano sfuggite. Quando Luca Bianchi si addormentava in classe, invece di svegliarlo urlando come faceva con noi, si avvicinava silenziosa e gli toccava la spalla. Poi scoprii che Luca lavorava in pizzeria fino a tardi per aiutare la sua famiglia. Quando Chiara Romani non portava i compiti, la prof le dava una seconda possibilità senza umiliarla di fronte agli altri. Chiara, infatti, accudiva i suoi fratelli piccoli mentre la madre faceva il turno di notte in ospedale. Un giorno trovai il coraggio di restare dopo lezione. —Professoressa, posso farle una domanda? —Dimmi, Filippo. —Perché si comporta così… diversamente con certi compagni? Rimase in silenzio per un istante, mettendo a posto le cose sulla cattedra. —A cosa ti riferisci? —Con alcuni è più… comprensiva. Ma con me e con altri è severissima. —Filippo, siediti. Mi sedetti in prima fila, nervoso. —Sai qual è la differenza fra te e Martina Conti? —No. —Tu hai genitori che possono comprarti quaderni, pagarti ripetizioni se serve, che stanno attenti ai tuoi voti. Martina no. —Ma non è colpa mia. —No, non è colpa tua. Ma è tua responsabilità sfruttare queste possibilità. Se sono esigente con te, è perché so che puoi dare di più. Se sono comprensiva con Martina, è perché sta già dando tutto quello che può. —Lei compra medicine ai suoi studenti? Mi guardò fissa. —Mi hai seguita l’altro giorno? Annuii, imbarazzato. —Filippo, alcuni dei miei ragazzi vengono a scuola senza aver fatto colazione. Altri dopo le lezioni lavorano per aiutare la famiglia. Altri ancora badano ai fratellini. Se posso fare qualcosa perché continuino a studiare, lo faccio. —A spese sue? —A spese mie. —Perché? —Perché anch’io sono cresciuta in una famiglia come la loro. Una maestra mi ha comprato i miei primi libri del liceo. Senza di lei, non sarei mai arrivata all’università. Mi venne un nodo alla gola. —Ma… allora perché è così dura con noi? —Perché la vita sarà dura con voi. Se non vi metto alla prova adesso, chi lo farà? I vostri genitori saranno sempre dalla vostra parte. Io sono l’unica a dirvi la verità: il mondo non regala nulla. —Non ci avevo mai pensato. —Filippo, tu sei intelligente ma svogliato. Passi il tempo a scherzare invece di studiare. Sai perché mi dà così fastidio? —Perché? —Perché sprechi occasioni che Martina darebbe qualsiasi cosa per avere. Lei studia con libri prestati, alla luce di una candela perché a volte non hanno corrente. Eppure prende voti più alti dei tuoi. Mi sentii il peggiore del mondo. —Posso… posso fare qualcosa per aiutare? —Vuoi davvero aiutare? —Sì. —Allora studia. Sii lo studente che puoi essere. E, se vuoi fare di più, aiuta i compagni in difficoltà. Da quel giorno vidi tutto con occhi diversi. La professoressa Ferrari non era la strega cattiva che pensavo. Era una donna che si faceva carico dei problemi di cinquanta famiglie, che spendeva il suo stipendio per ragazzi che non erano suoi figli, che era dura con chi poteva resistere e dolce con chi aveva già troppo peso sulle spalle. Iniziai a impegnarmi davvero. Organizzai gruppi di studio per aiutare i compagni in difficoltà. Smettei di fare lo spiritoso in classe. A fine anno, quando mi consegnò la pagella di terza con la media dell’8.7, la professoressa Ferrari sorrise. Era la prima volta che la vedevo sorridere. —Bravo, Filippo. Sapevo che potevi farcela. —Grazie di non essersi arresa con me, professoressa. —Non mi arrendo mai con i miei studenti. Anche quando voi vi arrendete con me. Anni dopo, laureato con una borsa di studio per merito, la prima cosa che feci fu cercarla. Insegnava ancora nella stessa scuola, ancora severa, ancora a comprare medicine e quaderni per i suoi studenti più bisognosi. —Professoressa, volevo ringraziarla. —Non devi ringraziare me, Filippo. Il lavoro l’hai fatto tu. —No, la devo ringraziare. Mi ha insegnato che essere severi è anche un modo d’amare. E che spesso chi ci ama davvero è proprio chi ci fa meno sconti. Ora sono docente universitario. E quando devo essere rigido con i miei studenti, penso alla professoressa Ferrari, al fatto che anche la severità può essere una forma di cura. Che pretendere tanto è credere nelle possibilità di qualcuno. I miei studenti forse mi odiano quanto io odiavo lei. Ma spero che, un giorno, capiscano che i professori più esigenti sono spesso quelli che ci vogliono davvero bene.