La scatola delle promesse dimenticate Da un po’ di tempo Vera era convinta che in casa, oltre a lei…

LA SCATOLA DELLE PROMESSE DIMENTICATE

Ricordo i giorni in cui Bianca cominciò a sospettare che nella nostra casa vivesse qualcun altro oltre a lei e suo marito, Marco. No, non era un fantasma. I fantasmi, pensava Bianca, sono esseri seri: se mai compaiono, di certo non perdono tempo con sciocchezze quotidiane.

No, qui si trattava di qualcosa di molto più terreno. Una sorta di folletto domestico.

Tutto iniziò con la misteriosa sparizione dei calzini da ginnastica: uno solo alla volta, comera ovvio. Se fossero scomparsi in lavatrice, nessuna donna ne sarebbe rimasta sorpresa. Ma quei calzini bianchi, con una riga rossa, quelli che indossava ogni volta che andava al pilates Bianca li vedeva ogni giorno nel cassetto, come a sussurrarle: “Ehi, ricordi ancora di noi?”

E poi, dimprovviso, sparirono. Prima uno, poi il giorno dopo, laltro.
Riapparvero dopo una settimana, nello stesso cassetto. Ripiegati come delle chiocciole. Sopra, un pezzetto sgualcito di carta grigiastra con delle lettere stampate, appena storte:

«Ci hai dimenticati per 127 giorni. Noi contavamo.»

Sei stato tu? sbottò Bianca contro Marco, intento a scorrere le ultime notizie sulla Gazzetta. Vuoi forse insinuare che è ora che torni in palestra?

Lui la guardò con genuino stupore e negò in modo deciso.

Davvero no sospirò Bianca, pur restando con un dubbio. Marco aveva la fama di burlone.

Poi, scomparve la sua forcina preferita quella poggiata sempre sullo specchio dellingresso e il rossetto costoso per occasioni speciali che teneva nella borsa.

Li ritrovò sopra il mobile della cucina, tra i barattoli di riso e la pasta. Anche loro, accompagnati da bigliettini.

Sulla forcina:
«Deciditi: li vuoi lunghi o corti, questi capelli? Mi lasci mesi da sola e poi ti viene nostalgia.»

Sul rossetto:
«E quandè che cè stata lultima occasione speciale? Così rischio di seccarmi.»

Questo non è più divertente, sibilò Bianca, scuotendo per una spalla Marco che dormicchiava sul divano in attesa del pranzo.

Sei matta?! sbottò lui. Perché dovrei farmi del male da solo così?

Non era una sciocchezza. Marco non era uno sprovveduto, e uninquietudine si fece spazio nellanimo di Bianca.

Cominciò a memorizzare ogni volta dove riponeva le sue cose, tornando indietro per controllare, perfino andò dalla sua dottoressa. Lanziana signora, dopo alcuni test, le disse che aveva la memoria meglio di chiunque ella avesse mai visto.

Ma gli oggetti continuavano a sparire.

Le sue penne preferite. Una blusa a righe. La crema per le mani.

E, come finale degno di una commedia amara, il mazzo di chiavi della casa in campagna. Una sparizione che costò a Marco una settimana di silenzi pieni di sospiri eloquenti.

Bianca iniziò a diventare nervosa: dormiva male, sobbalzava al minimo rumore, spostava in continuazione telefono, chiavi e portafoglio.

Poi venne quel sabato, più strano degli altri.
Aveva deciso di mettere finalmente ordine nel guardaroba ormai era impellente.
Rovistando tra le scatole delle scarpe vuote, Bianca si imbatté in tutti quegli oggetti perduti. Disposti con cura, sembravano in attesa, come in una vetrina di usato.

La blusa intrecciata stretta con una gonnellina plissettata. Un biglietto:
«Sai ancora ballare?»

Le penne disposte per colore:
«Ci mastichi ogni volta che sei agitata. Noi vorremmo una vita meno stressante.»

Le chiavi, legate a un portachiavi, parevano tenersi per mano:
«Ci siamo annoiate in campagna non ci porta più nessuno. Ma, a differenza di qualcuno, siamo tornate da sole.»

Bianca si sentì confusa.

In quei biglietti rabbiosi e teneri, cera una saggezza amara, un filo di malinconia come se li avesse scritti lei stessa, ma in una vita parallela, in cui il tempo basta persino per parlare con gli oggetti.

Stava per chiudere la scatola, quando notò nellangolo un quadratino grigio, senza niente allegato. Solo un messaggio.

Le lettere tremavano, come se la carta fosse stata bagnata dalle lacrime:
«Hai promesso a quella bambina nello specchio che saresti diventata una pittrice.
Io sono quella bambina.
E qui dentro, in questa scatola di promesse scomparse e speranze mancate, mi sento tanto sola.»

Bianca rimase a lungo seduta sul pavimento del guardaroba, la schiena contro gli scaffali stracolmi, a ricordare.

Ecco, lasilo. Lei, lingua tra i denti, a disegnare una casa, il sole, papà e mamma con la sorellina.
Ecco le lezioni di disegno alle elementari: lo stupore davanti allacquerello che si spande sul foglio umido.
Lodore pungente dei colori a olio nellaula darte. Il silenzio del museo. Ogni pennellata come una musica sottile. Le spiegazioni vivaci della guida.

Allinizio pensava che sarebbe stata la sua vita.
Poi solo un passatempo. Un rifugio.
Poi…
Il nulla.
Non perché non avesse tempo. Semmai, aveva sempre qualcosaltro da fare, apparentemente più urgente, finché quel tepore di attesa non si spense come i calzini, le penne, le chiavi, svanita senza traccia.

Accarezzò lultimo biglietto con il dito.
Le sembrò che la carta fosse viva più calda, e tremasse appena. O forse era la sua mano a tremare.

Fu mai davvero più importante passare unora in più al mercato o leggere un altro romanzo giallo, piuttosto che inseguire un sogno?

Quella notte, il sonno tardò ad arrivare. Alle due, Bianca si alzò dal letto con un sospiro.

Dove vai? mormorò Marco assonnato.

Dormi sussurrò lei.

Fra le scatole in guardaroba ricordava di avere ancora alcuni vecchi colori, pensò Bianca, e passando davanti allo specchio dellingresso, incrociò lo sguardo di quella bambina. Timoroso. Ma colmo di speranza.

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