Una Telefonata Inattesa — Paolo Ivanovich? — la voce al telefono era fredda e ufficiale. — Sì, sono…

Una chiamata inaspettata

Paolo Giovanni? la voce allaltro capo del telefono era fredda, distaccata.
Sì, sono Paolo Giovanni. Con chi parlo?
È il direttore dellIstituto per lInfanzia. Tra una settimana sua figlia compie tre anni e saremo costretti a trasferirla in unaltra struttura. È sicuro che non verrà a prenderla?
Aspetti, quale bambina? Di chi parla? Ho un figlio, Matteo, balbettai sconvolto.
Speranza Paolo Santini. È sua figlia, vero?
N-no, non è mia. Sono Paolo Giovanni, ma Rossi.
Mi scusi, la voce si fece stanca evidentemente cè stato un errore.
Un attimo dopo, i toni secchi del telefono sembravano battermi in testa come un tamburo.
Ma che storia è questa! mi indignai. Una figlia, capisce? Che casino hanno con i documenti là dentro?!.
Eppure, quella telefonata mi rimase dentro come una scheggia. Non potei fare a meno di pensare a come vivono i bambini senza casa, senza una madre calda, senza un padre premuroso, senza nonne attente. Matteo invece ha tutta una famiglia, zii, cugini e chi più ne ha più ne metta…
Giulia notò subito il mio stato danimo, i miei risposte distratte. Cosa può sfuggire ad una moglie attenta, con cui vivo da quasi dieci anni e che conosco dalle elementari?
Aspettò la sera e, durante la cena, mi chiese direttamente cosa mi stesse succedendo.
Come si chiama? mi domandò.
Chi? risposi confuso (come aveva saputo della bambina? Forse avevano chiamato anche lei?).
Speranza, dissi. Speranzina.
Ah, Speranzina, eh Io sono Giulia e lei è Speranzina?! gridò alzando la voce.
Sì, risposi. Speranza Paolo Santini.
Vuoi darmi anche il suo numero di carta didentità?! urlò Giulia.
Non ce lha, che gliene serve?
È rifugiata, forse? urlò più piano.
Chi sarebbe rifugiata?
La tua Speranza? Vuole farsi registrare da te? Parla, miserabile!
Cosa devo dire? Rimasi senza parole, dimenticando perfino la cena.
Giulia cominciò a piangere. Non era un pianto melodrammatico, più rabbioso, lacrime grosse che scendevano sullorlo del grembiule.
Domani vado da mia madre. Ricorda, Matteo non te lo lascio, disse tra le lacrime.
Giulia, ma che hai? Cosa ti prende? Perché vuoi andare da tua madre?
Pensavi che io stessi qui a servire te e la tua amante, la tua Speranza?! sbottò.
Solo allora mi resi conto dellassurdità della situazione.
Le presi le spalle, la feci sedere sul divano e le raccontai tutto del mattino e della telefonata.
Ora Giulia piangeva per compassione della bambina. Le donne hanno davvero uninfinità di lacrime, pronte a scorrere per qualsiasi motivo! Io, le lacrime delle donne, soprattutto quelle di Giulia, le sopporto poco e mi spaventano.
Mi passò la fame dopo questa tempesta emotiva, mangiai quasi nulla.
…Mi svegliai scoprendo che Giulia era accanto a me, rovistava nel mio cellulare! In quasi dieci anni non era mai successo. Non mi aveva creduto, cercava evidenza di messaggi damore. Mi sentii profondamente amareggiato, disgustato da quella mancanza di fiducia… Ma lei sussurrò: Paoletto, Paoletto e mi spinse delicatamente col braccio.
Finsi di essermi appena svegliato.
Paolo, era questo il numero fisso che ti ha chiamato, vero?
Sì, risposi automaticamente quello.
Dormi pure. Giulia uscì dalla camera portando il mio telefono.
Dormi pure, facile a dirsi! Sentii il computer accendersi. Sospirai, poi mi alzai silenziosamente e andai in salotto.
Giulia era immersa nella ricerca, non si accorse che ero dietro di lei.
Nella barra della ricerca cera: Istituto per lInfanzia e il nostro paese.
Il computer ronzò per un attimo e poi diede tutte le informazioni: sito ufficiale, indirizzo, telefono, foto delledificio. Giulia confrontò col mio telefono.
Paole, coincide!
Cosa coincide?
Il numero di telefono! È quello dellIstituto!
Te lavevo detto. E quindi stai controllando?
Non controllo, preciso.
Perché?
Paolo, listituto è vicinissimo, disse Giulia, sovrappensiero, come se non sentisse la mia domanda.
Ci andiamo? Da dove hanno preso il tuo numero se sei uno sconosciuto?
Questa cosa non lavevo considerata. Effettivamente, da dove? Forse vale davvero la pena andare e scoprire. Altrimenti continueranno ad attribuirmi bambini degli altri!
Quella notte non riuscii a dormire. Stavo per addormentarmi quando Giulia mi diede unaltra spinta.
Paolo… Paolo…
Ancora che cè?
Davvero non hai avuto niente con nessuna? Magari… per caso… la tua prima fiamma, che hai rivista? Forse non ti ha detto nulla, ha lasciato una bambina in ospedale. Dimmi, Paolo! Paolo!
Quale fiamma, Giulia? Da quando sono in classe con te, non sono mai stato con nessunaltra. Quattro anni fa, Matteo aveva tre anni, si ammalava sempre, e tu sei tornata al lavoro. Chi lo curava? Io. Mi sono messo a lavorare da casa, ricordi? Sciroppi, medicine, dieta, visite dal dottore. Quali amanti? Ero sfinito, dormivo in piedi!
Ma allora chi ha lasciato il tuo numero lì? Qualcuno doveva farlo? insistette.
Anche a me non dava pace questa questione. Ripassai mentalmente tutte le donne che conoscevo. Nessuna con cui avessi avuto qualcosa, ma alcune con caratteri particolari che erano capaci di tutto.
Ma tutte risultavano impossibili: chi aveva trovato sistemazione, chi aveva una nonna che badava al bambino, laltra più ardita era partita per lestero anni fa.
E siccome nella vita può succedere anche ciò che sembra impossibile, decisi di andare allIstituto il giorno dopo.
Arrivammo presto, ma non eravamo i primi: davanti alla porta della direttrice stava già un visitatore, un uomo magro e biondo. Vestito bene ma… trasandato, un po nervoso. Gli occhi svelti, le mani stringevano delle carte, che tremavano. Forse agitato, forse reduce da una serata difficile.
Tocca a voi dopo, disse con un tono basso e profondo.
La porta si aprì e lui venne invitato dentro. Per un quarto dora si sentiva una voce calma, interrotta dal suo borbottio.
Alla fine, luomo uscì spettinato e senza carte, e venne chiamata la nostra presenza.
Buongiorno, una bruna di mezza età ci salutò, mordicchiando la montatura degli occhiali. Qual è il motivo della vostra visita?
Riguardo la telefonata di ieri, scherzai.
La donna si sedette.
Scusate, non ho tempo per enigmi. Esponete chiaramente e il più brevemente possibile.
Le ricordai la telefonata di ieri (la voce era proprio quella).
Ah, sì… sorrise stanca. Chiedo scusa, abbiamo sbagliato persona.
Come sbagliato se avete il mio numero? Da dove lo avete preso?
Vede, Paolo Giovanni, ho sbagliato una cifra. Il numero vero comincia per 327, io avevo composto 337. Che voi foste anche Paolo Giovanni è solo un caso. Succede… Tra laltro, proprio prima di voi è entrato.
Chi? chiesi, anche se sapevo la risposta.
Paolo Giovanni Santini, il papà della bambina.
Mi scusi ancora. Ora devo davvero tornare al lavoro.
La donna si alzò.
Sul badge cera scritto Teresa Simeoni.
Giulia, evidentemente, lo notò e chiese:
Teresa Simeoni, lui, Paolo Giovanni, la bambina la prende?
La direttrice ci guardò e tornò a sedersi.
No, non la prende. La madre è morta e Paolo Giovanni ha diversi figli da molte donne. Qui è venuto solo due volte in tre anni, solo sotto nostra pressione. Speranzina non gli interessa. Cè altro? Ho risposto a tutto? Buongiorno.
Uscimmo turbati dalla struttura.
I bambini più grandi erano all’aperto. Alcuni si dondolavano sullaltalena, altri scivolavano sulla pista, due ragazzi gareggiavano con le macchinine sulla panchina.
Guardandomi intorno, mi accorsi di cosa stonava.
Nel cortile cera silenzio. Appena portiamo Matteo fuori, parte il caos: grida, urla, chiacchiere. Qui niente, solo bisbigli tra loro. Davano limpressione di piccoli vecchi, divenuti adulti subito, senza infanzia: solo sopravvivenza, freddo, fame, scarso affetto, a volte persino crudeltà.
Mi voltai verso Giulia. I suoi occhi erano pieni di lacrime.
Ancora le lacrime! Per ogni cosa e sempre!
Ci avviammo lentamente verso il cancello, quando un urlo squarciò il silenzio: «Mamma!». Tutti i bambini si girarono, guardando nella nostra direzione. Una bambina, con un cappellino buffo, correva a braccia spalancate.
Mamma, mamma! Sono qui!
La piccola si buttò tra le gambe di Giulia, piangendo così forte e disperata che le lacrime vennero anche a me.
Speranzina, Speranza! la tata corse verso di noi. Cercò di sollevare la bambina, ma lei si aggrappava forte alle gambe di Giulia.
Alla fine, con una tavoletta di cioccolato, riuscirono a staccare la piccola, e noi lasciammo velocemente lIstituto.
In macchina eravamo silenziosi. Giulia tremava, anchio ero scosso. Le mani mi tremavano come al mio omonimo di prima, così mi fermai per calmarmi.
Giulia guardò fuori e indicò col gesto la vetrina di un negozio poco lontano.
In silenzio, insieme, entrammo. Mano nella mano, ci avvicinammo al Mondo dei Bambini.
Per una bambola e un vestito rosa.
La nostra bambina Speranzina sarà la più elegante!

Oggi ho capito che i figli degli altri ci insegnano a comprendere davvero la fortuna che abbiamo e la responsabilità che abbiamo, anche verso chi non è nostro.

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nineteen − two =

Una Telefonata Inattesa — Paolo Ivanovich? — la voce al telefono era fredda e ufficiale. — Sì, sono…
Non è da vero uomo — Mamma, ho deciso di fare il mutuo. Vivremo da te, affitteremo l’appartamento di Nastia, chiudiamo tutto in fretta, e alla fine avremo una casa tutta nostra — annunciò Emanuele con tono tranquillo, sorseggiando il tè. Quando il figlio le disse che voleva discutere “una questione importante”, Irina non si aspettava niente del genere. Ingenuamente pensava che avrebbe parlato della data del matrimonio o di lavori nell’appartamento di Nastia. Insomma, qualcosa di quotidiano, ma piacevole. Invece, una notizia simile… A Irina quasi scappò dalle mani il coltello con cui stava affettando ancora caldo strudel di mele. — Tutto molto bello, Emanuele… Ma non era nei miei piani — rispose spaesata fissando il figlio. — Nastia ha già la sua casa, voi avete superato i trenta… — Proprio questo il punto, è casa sua. Non è da vero uomo vivere da moglie. Sembra di essere un mantenuto. L’affitto è soldi buttati. Così risparmiamo e la casa di Nastia non resta vuota. E poi arriverà anche la nostra, conquistata insieme. Me lo hai sempre detto che bisogna avere il proprio angolo. Emanuele parlava come se ragionasse su una semplice equazione matematica. La necessità di tranquillità e privacy degli altri non rientrava tra le variabili. — Emanuele… — Irina cercava le parole per non tradire il suo disappunto. — Questo te lo dicevo quando avevi poco più di vent’anni. Quando io ero giovane e tu solo. Ora invece “il tuo angolo” serve a me. Non voglio dividere la cucina con mio nuora, per quanto brava sia. Non voglio fare la fila per il bagno, vivere nel chiasso, discutere per shampoo e spazzole… — Mamma, dai… — la interruppe Emanuele. — Non ci daremo fastidio. Noi stiamo in camera nostra. Nastia è silenziosa. E poi ti sarà più allegro! — No — disse seccamente Irina, temendo già quell’idea — Emanuele, cerca di capire: voglio vivere da sola, separata. Sto meglio così. Non merito un po’ di pace dopo una vita di lavoro? Il figlio si rabbuiò subito, capendo che non c’era spazio per trattative. — Ho capito. Pensavo che ti importasse del destino di tuo figlio. Che la mia vita ti stesse davvero a cuore. — Mi importa eccome. Dovevi pensarci dieci anni fa. — Non ne ho mai avuto occasione! Ho fatto il meglio per te. Ti ho lasciato vivere la tua vita. E se non ti fossi separata da papà, avrei già avuto una casa come tutti, e adesso non mi toccherebbe umiliarmi! — Raccontalo a tuo padre! — sbottò Irina. La serata finì con una raffica di recriminazioni e lacrime. Emanuele accusava la madre di avergli negato una casa; Irina… non ci credeva. Sapeva di aver fatto tutto il possibile per lui. …Irina, un tempo, non si preoccupava per il futuro del figlio. I suoi progetti erano semplici: mandarlo fuori dal nido e intestargli la seconda casa. Tutta questa semplicità fu spazzata via dal padre di Emanuele, che al compleanno di Irina, ubriaco, accompagnò la sua amica Lucia a casa… e ci rimase fino al mattino. — Cosa vuoi, sono bella: non ha resisto! — disse soltanto Lucia ad Irina. Ovviamente, quella sera Lucia diventò ex amica. Il marito — anche lui ex. E alla fine Irina si ritrovò con una sola casa. A lungo si sentì in colpa per non aver dato al figlio uno “start decente” nella vita. In un primo momento pensò di intestare metà appartamento a Emanuele. Ma fu sua madre a fermarla. — Non correre, Irina. È un ragazzo. Crescerà e si farà da sé, se la vita è questa — disse — La vita riserva sorprese. E tu lo sai già. Ora è il tuo cucciolo; chi sa, domani magari perde tutto. Meglio non restare senza lui e senza casa. Irina la ascoltò, seppur con scetticismo. Decisi non fu facile: sembrava di rubare al figlio ciò che sentiva essergli dovuto. Eppure Irina gli aveva dato molto più di tante madri sole. Aveva pagato interamente gli studi, anche se era solo un istituto tecnico, non’università. Doveva accettare qualunque lavoretto pur di farcela. Quando Emanuele finalmente si diplomò, Irina gli disse: — Figlio mio, non correre. Vivi con me ancora. Niente spese per te, solo risparmia. Fai almeno un mutuo, così sono tranquilla. Ora non capisci, ma una casa è tutto. I prezzi non scendono mai. Emanuele sorrise e scrollò la testa. — Mamma, sono grande ormai. Che figura ci faccio a portare le ragazze a casa della mamma? Non è da vero uomo… Ma buttare i soldi nell’affitto sì, pareva. E Irina lasciava fare. Accettava che Emanuele facesse come voleva. Ma adesso sentirsi messa da parte… Era una novità. E pure il sentirsi dire che si era sacrificato per lei. Mai gli aveva dato il benservito; anzi, gli aveva pagato l’affitto i primi mesi. Quella notte Irina non dormì dopo la lite. La rabbia passò, lasciando spazio alla chiarezza. Non voleva diventare tata, cuoca e psicologa gratuita per una giovane coppia. Né dissolversi nel ruolo di “mamma comoda”. Ma nemmeno distruggere il rapporto con il figlio. Così, quando tre giorni dopo Emanuele riprese il discorso del mutuo e del trasferimento da lei, Irina decise di rischiare tutto. — Ma Nastia è al corrente dei tuoi piani? — chiese, evitando la polemica. Sapeva benissimo che nessuna nuora col proprio appartamento accetterebbe di vivere con la suocera. I figli — sì, era conveniente. La mamma stira le camicie, prepara la colazione, difende nei litigi. Ma le nuore non amano dividere cucina e marito con un’altra donna. — Beh… — Emanuele tentennò — Non ne abbiamo ancora parlato. Ma se tu sei d’accordo, ci penso io con lei. Irina sorrise con indulgenza. Nastia non ne sapeva nulla… Un “sorpresona” che l’aspettava. — Figlio mio, così non si fa. Venite entrambi e ne parliamo. Sei adulto, ormai: questa è casa mia, valgono le mie regole. Parliamo di orari, cucina, spese condominiali… Emanuele si scurì, ma annuì. — Va bene. Parlo con Nastia. — Fallo. Salutamela, dille che sono felice di vederla. Quella sera Emanuele non tornò sull’argomento. Passò la prima settimana. Irina si preparava mentalmente: pronta, se necessario, a “terrorizzare” la nuora con le sue regole su pulizia, silenzio, orari. Ma nessuno sollevò più la questione. Passarono sei mesi. Irina andò a trovare il figlio e la nuora. Emanuele era ancora un po’ risentito. Probabilmente si aspettava che Irina li accogliesse a braccia aperte. Ma… Le aspettative altrui non erano un suo problema. L’importante: parlavano e stavano a tavola insieme. Rapporto con Nastia? Perfetto, grazie alla distanza. Stavolta la nuora aveva persino preparato i biscotti senza zucchero per la suocera a dieta. Non perfetti, ma l’impegno fu apprezzato. Mentre Emanuele usciva a fumare, Nastia iniziò a parlare. — Se non fosse stato per te, tutto questo non ci sarebbe oggi — disse — Siamo quasi arrivati a lasciarci. — Perché? — Per la casa… Emanuele ti aveva chiesto aiuto, ma tu avevi rifiutato… Nastia riassunse la storia dalla sua parte. Emanuele si era lamentato con Nastia: aveva solo valutato il mutuo, e la madre non aveva voluto aiutare. Pensava che Nastia lo avrebbe consolato, magari criticato la suocera… Ma non andò così. — Emanuele, perché il mutuo? Abbiamo una bella casa. Viviamo qui. Tua mamma ha ragione. La sua vita è la sua, la nostra la nostra — aveva risposto Nastia. Emanuele replicò che non era “da vero uomo” stare dalla moglie, ma Nastia, con occhi al cielo e braccia incrociate, cambiò la scena. — Guarda che prima o poi avremo figli. Una casa per noi, l’altra per loro. — Pensare al futuro va bene, ma non a costo di tanti sacrifici. Io non starei bene. Tua mamma non starebbe bene. Perché complicarsi la vita? La discussione durò a lungo, e più volte. Ma Nastia non voleva complicare la vita a Irina, né chiedere niente avendo la sua casa. Emanuele insistette a lungo, poi cedette. Probabilmente capì che se avesse insistito, lei avrebbe divorziato prima di mollare casa. — Se tu avessi accettato, forse avrei accettato anche io — confessò Nastia — Avremmo sofferto tutti, inutilmente. Invece, sapendo che non va bene né a te né a me… Meglio così. Irina concordava pienamente. Aveva spostato il conflitto su altro e tutti avevano trovato la propria dimensione. Sì, Emanuele scelse il risentimento, Irina scelse se stessa. Ma ognuno rimase con ciò che voleva. Emanuele costruì la sua famiglia, Nastia mantenne il marito, e Irina si liberò del senso di colpa e si riprese lo spazio e la pace del mattino…