AL POSTO DELLE ALI, UN BOOMERANG DIETRO LA SCHIENA
Vi farò pentire, ve la farò pagare cara! urlava furiosa Laura, la moglie di mio fratello, la voce rotta dalla rabbia.
Perché, Laura? Ti ho già dato tutta la somma che ti spettava. Cosa vuoi ancora? mia madre, smarrita, non capiva perché la nuora la minacciasse.
E dove sta scritto che mi hai dato i soldi? Dove sono i testimoni, la ricevuta? Tu e Sandro ci dovete ancora metà dellappartamento! Laura rimaneva ostinatamente sulla soglia, come un muro insormontabile.
Senti, Laura. Ora basta, va via e non tornare più. Io ho visto la consegna dei soldi, va bene così? E salutami tuo marito, che farebbe bene a darti una lezione. Non ti presentare più qui intervenni io, non sopportando di vedere mia madre indifesa.
Ve ne pentirete, ma sarà tardi! Andrò da una maga e vi maledirò! gridò Laura, sbattendo la porta.
Dopo la morte di papà, mamma vendette la casa in provincia e venne a vivere da me qui, nella mia casa a Firenze, un bel trilocale. Ero già rimasta vedova, con un figlio di cinque anni, Matteo. Accolsi mamma con felicità.
Vera, ti dispiace se do a Sandro metà dei soldi ricavati dalla casa? È pur sempre mio figlio. Laura non fa che tormentarlo, dice che non mantiene bene la famiglia chiese mamma, con uno sguardo implorante.
Ma certo che puoi! È solo giusto le risposi, convinta.
Invitammo Sandro e Laura a casa mia, passammo i soldi di mano in mano. E dopo due anni, Laura si ripresenta, pretende altri soldi, minaccia e maledice.
La cacciai, chiusi la porta a chiave e decisi di dimenticare Laura. Da allora non abbiamo più parlato né con Sandro né con Laura. Come se un gatto nero avesse separato le nostre vite. Da quel momento, le disgrazie si abbatterono su di noi come un fiume in piena. Era come dicevano le donne al mercato: scappi dal dolore oltre il fiume, ma lo trovi sulla riva.
Mamma si ammalò, io fui colpita da mali misteriosi, Matteo fu tormentato da un eczema doloroso. In casa non cera mai pace: tutto si rompeva o si deteriorava. La casa aveva il profumo penetrante delle medicine, gli orologi si fermavano di notte. Io, pur avendo servito come ufficiale nella Polizia, dovetti andare in pensione anticipata, anche se avrei voluto lavorare più a lungo. Dovevo occuparmi di mamma e curare Matteo senza sosta. E per qualche strano motivo, il denaro sembrava sparire dalle nostre mani.
Ricordo che trasformai la casa in un piccolo regno di violette: i fiori ricoprivano ogni angolo, li coltivavo e li vendevo al mercato di San Lorenzo. Quelle violette ci salvarono dai debiti; la gente le comprava volentieri.
Ogni anno venivano i parenti dalla Sicilia, stavano da noi una settimana, ci lasciavano vestiti usati ma puliti, portavano carne, pasta, riso, farina ne eravamo grati. Quando ripartivano, ricominciava il circolo vizioso.
Poche lire, malattie, e sconforto.
Per non cedere alla disperazione, piantai una piccola aiuola sotto il portone. In primavera seminai fiori: bocche di leone, matthiola, calendule. Erano semplici, ma erano la mia unica gioia.
Un giorno passò il vicino, Michele, e osservando la modesta aiuola disse:
Buongiorno, cara vicina! Vuole che le dia qualche euro per comprare altri fiori? Così li farà invidia a tutti.
Io, dubbiosa, scrollai le spalle. Michele infilò le banconote nel taschino del mio grembiule:
Prenda, signora nostra! Non abbia timore, sta creando bellezza per tutti noi.
Così, rincuorata, acquistai fiori esotici e arbusti. La mia aiuola divenne un tripudio di profumi e colori, e i vicini restavano a bocca aperta davanti a quel paradiso. Michele si fermava spesso, ammirando i miei fiori:
Solo un cuore buono fa sbocciare così la natura.
Mi portava spesso dolci: cioccolatini, tavolette di cioccolato, gelati:
Per lei, Vera, per la sua fatica instancabile.
Certo, mi faceva piacere tanta attenzione.
Gli anni passarono e, pian piano, tutto si rimise in ordine.
Mamma, curata, si rimise in piedi, sorrise di nuovo. Matteo ritrovò salute e la pelle tornò pulita. Io mi sentii improvvisamente una donna di pizzo bianco, desiderosa di amare e di essere amata, infischiandomene delletà.
Matteo, vedendo la sofferenza della nonna, decise di diventare medico. Superò il test dingresso senza fatica, studiò a Pisa, e intanto lavorava nellospedale. Presto assisté durante le operazioni. Col tempo, i vicini venivano da lui per un consulto, uniniezione, una flebo
Matteo si specializzò in rianimazione.
Insieme, facemmo un bel restauro in casa. Matteo si comprò unauto usata. Si prepara a sposare la sua collega, Giulia: lei è cardiologa. Tutto tra noi è più sereno.
Qualche giorno fa ha chiamato Laura, la voce roca e spezzata:
Ciao, Vera. Puoi venire a trovarmi? Sono ricoverata.
Raggiunsi lospedale, entrai in corsia, trovai il letto di Laura.
Che ti è successo, Laura? le chiesi, stupita dal suo aspetto provato. Nei suoi occhi solo la desolazione.
È andata così, Vera Passeggiavamo nei boschi io e Sandro. Trovammo un teschio umano nellerba, lo portammo a casa. Lo pulimmo, lo ricoprimmo di vernice, ne facemmo un portacenere. Dopo sei mesi, tuo fratello è morto in un incidente. Due mesi dopo, nostro figlio è rimasto intossicato nel garage, bevendo con amici. Io sono qui, con una polmonite. Il cielo, cosa ci ha fatto portare a casa quel maledetto teschio? Da lì sono iniziate le nostre disgrazie Laura pianse amaramente.
No, Laura, tutto è cominciato quando sei corsa da maghi e streghe. Il teschio è solo una conseguenza le dissi senza esitare. Troppa sofferenza ci aveva procurato.
Hai ragione, Vera. Confesso tutto. Ti ho maledetta, ho portato sfortuna su di voi La mia rabbia si è tramutata in catrame nero. E ora mi ritrovo sola. Perdona. Dimentichiamo queste sciocchezze. Da giovane avevo ali dietro la schiena, ora cè solo un boomerang che mi brucia Laura abbassò lo sguardo, silenziosa, riflessiva.
Raccontai tutto a Matteo. Lui non restò indifferente:
Mamma, voglio che zia Laura venga nella mia clinica. Qui sarà seguita meglio. Non è una estranea.
Va bene, figlio mio ormai avevo perdonato Laura. Era sola, aveva perso tutto.
…Michele mi propose di unire le nostre vite. Viveva al piano di sopra.
Vera, venga da me, sarà più bello passare il tempo insieme. Lei è vedova, io lo sono pure. Potremo condividere tante cose. Ci sta?
Sì, Michele non riuscivo a credere a questa felicità improvvisa. Come se fosse piovuta dal cielo, scaldandomi il cuore.
Mamma era felice per me:
Vedi, Verina, il tuo destino era qui vicino, piano piano si è avvicinato, ti ha osservato. Te lo sei meritato.
Laura guarisce presto, vuole venirci a trovare. Invitarla? Chiederò a Matteo e MicheleQuando Laura varcò la soglia, portando con sé solo una borsa e la fragilità di chi sa di aver perso tutto, la casa sembrava diversa: calda, piena di luce, con il profumo intenso delle violette e dei dolci appena sfornati. Prima di entrare, si fermò sotto laiuola, sfiorò una bocca di leone, e sospirò.
Matteo le corse incontro, sorridente come un tempo:
Zia Laura, la vita non è solo un boomerang. Può anche essere un abbraccio che ritorna.
Laura si sciolse in lacrime, ma questa volta erano lacrime dolci, miste al ricordo e alla speranza. Si sedettero tutti insieme sul divano, mamma, Michele, io, Laura e Matteo. Fu quel giorno che Laura imparò a dire grazie.
Scoprimmo che la vera magia era laccoglienza, quella che scaccia maledizioni e restituisce le ali, anche a chi pensava di averle perse. E in quella casa, ogni sera, il vento di Firenze sembrava portare solo buone notizie.
Michele mi strinse la mano, il sorriso largo:
Vera, siamo un piccolo miracolo. Una famiglia nata dal fiore più semplice.
Sorrisi.
Per la prima volta dopo anni, sentii che la vita aveva ricominciato a correre, non per allontanarsi, ma per restare.
Senza più boomerang dietro la schiena, solo ali leggere pronte a volare verso lalba.





