Amore dal sapore amaro dell’assenzio

AMORE CON IL SAPORE DELLASSENZIO
La loro storia, che ora vi racconto come si tramanda dalle vecchie donne di paese, era un amore strano, non profumato di rose o miele, ma di polvere secca di sentieri e steli dassenzio schiacciati sotto piedi stanchi. In quel borgo tra le colline di Toscana si diceva: se si uniranno davvero, il mondo cambierà; se si separeranno, brucerà la foresta.
Ludovica era una guaritrice, figlia e nipote di guaritrici. Conosceva il sussurro di ogni erba e aveva mani calde, sempre odorose di timo. Curava ferite che nessun medico riusciva a rimarginare, ed era amata da vecchi e bambini.
Dario, invece, veniva da lontano. Era un mago, ma la sua forza non nasceva dai mormorii della terra, bensì da ordini impartiti alle tempeste, taglienti come la lama affilata di un coltello e gelidi come acqua dinverno nei fossi. Le sue magie inquietavano: era come un vento che portava cambiamenti ma lasciava lanima nuda.
Si incontrarono una sera nebbiosa, quando entrambi cercavano la stessa cosa: la radice della strega, che sboccia solo ogni dieci anni e si dice abbia poteri enormi.
«Non toccarla,» avvertì Ludovica, la voce tesa che rompeva il silenzio. «Non è destinata alle tue mani affamate, mago nero. La terra lha donata per guarire, non per i tuoi inganni.»
«Guarire non è altro che rimandare, guaritrice,» replicò Dario, sorridendo senza voltarsi. «Io voglio arrivare al cuore delle cose.»
Non divennero nemici, ma nemmeno amici. Tra loro cera una forza che li avvicinava, ignorando ragione e prudenza. Era un amore-confronto, eterno conflitto fra il creare e il domare.
Ludovica portava a Dario miele selvatico e infusi per linsonnia, quando la sua magia lo consumava dallinterno.
Dario lasciava davanti alla sua soglia piccole pietre preziose, pulsanti di luce trattenuta, perché lei non fosse mai sola nelle lunghe notti invernali.
Ma la amarezza dellassenzio li accompagnava sempre. Ludovica vedeva Dario estrarre potere dal vuoto, e ne era turbata. Dario si infuriava per la sua tenerezza, convinto che sprecasse il dono su gente ingrata.
Un giorno giunse nel borgo una malattia, che non fece distinzioni. Ludovica donò ogni sua energia, assorbendo febbri e dolori, mentre Dario lui per la prima volta provò paura. Non per la gente, per Ludovica.
Per salvarla, Dario fu costretto a fare ciò che disprezzava più di ogni cosa: cedette la propria forza alla terra affinché nutrisse la stanca guaritrice.
Quando Ludovica riaprì gli occhi, Dario era alla finestra. Per la prima volta, i suoi capelli mostravano fili dargento, e nelle mani non brillava più alcuna fiamma magica.
«Perché?» sussurrò lei.
«Lassenzio è amaro, Ludovica,» rispose lui, senza girarsi. «Ma senza questa amarezza, il dolce è solo polvere. Ho scelto te, non leternità.»
Rimasero insieme, vivendo ai margini del bosco. Ludovica continuava a curare, e Dario imparava ad ascoltare il sussurro delle erbe una volta sovrastate dal suo potere. Il loro amore restò difficile, pungente e intenso, come il profumo dellassenzio al tramonto. Nessuno dei due avrebbe scambiato quellamarezza per il miele più dolce del mondo.
Si sistemarono nella vecchia casa su un confine chiamato Valle Marcia, dove i taglialegna e le comari non osavano entrare.
Dario, perduta la capacità di domare i fulmini, scoprì un talento nuovo: sentire il metallo, divenire fabbro. Non uno qualunquele sue lame non si smussavano mai, e le sue ferrature portavano fortuna. In ogni colpo di martello si avvertiva leco della sua antica rabbia convertita in creazione. Era diventato artigiano.
Ludovica coltivò un piccolo orto, dove crescevano fianco a fianco velenoso aconito e salvifico salvia. Non temeva più il buio di Dario, perché aveva capito che la terra più fertile è nera.
Il loro amore non fu zuccheroso. Era la vita di due personalità forti, che si smussavano come due macine di granito.
A volte Dario, preso dalla vecchia abitudine, tentava di forzare le cose. Quando una siccità minacciava il giardino, sedeva ore sulla soglia, le nocche bianche, cercando di strappare alla terra un po di pioggia.
«Smettila,» mormorava Ludovica, appoggiando la mano sulla sua spalla. «La terra non è una schiava. Chiedile, non comandarle.»
«Non so chiedere,» ringhiava lui.
Ma la sera li vedeva insieme a portare acqua dalla fonte lontana, e in quel gesto viveva più magia che in mille incantesimi.
Alla loro casa spesso giungevano ombre. Vecchi allievi di Dario, desiderosi di riportare il maestro tra i maghi, o malati che Ludovica da sola non poteva salvare.
Un giorno arrivò il vecchio nemico di Dario, mago vestito di nero.
Non venne per uccidere, ma per reclamare ciò che Dario doveva alla magia. Chiese la voce di Ludovica in cambio della forza di Dario.
Dario guardò le sue mani da fabbro, poi Ludovica che in quellistante preparava un decotto dassenzio. Lei non chiedeva protezionelo guardava con fiducia infinita.
«La forza comprata col silenzio della persona amata non è forza, è schiavitù,» disse Dario.
Non usò magia. Prese il suo pesante martello e uscì dalla porta. Si racconta che quella notte il bosco tremò non per incantesimi, ma per la rabbia umana di un uomo che proteggeva la sua casa. Lombra si ritirò.
Invecchiarono con grazia. I capelli di Ludovica divennero bianchi come fiori di biancospino, la barba di Dario grigia come la cenere.
Si narra che, quando venne la loro ora, non morirono separati. Si addentrarono nel bosco, proprio nel periodo della fioritura dellassenzio. Ora, in quel luogo, sorgono due alberi: una quercia possente le cui radici affondano nelle vene di ferro, e un salice agile, avvolto attorno al suo tronco.
Se un viandante stacca una foglia da quel salice, sentirà sulle labbra lamarezza autenticail sapore vero di un amore che supera ogni magia e ogni leggenda.

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