Quando avevo trentanni, ero considerata la donna a cui il mondo intero era davanti. Lavoravo come impiegata amministrativa in un buon ufficio, avevo un bellappartamento in affitto tutto mio, viaggiavo quando mi andava e il fine settimana uscivo con gli amici per andare a cena insieme, vedere un film o ballare nei locali del centro.
Allepoca stavo con un ragazzo, Marco, con cui ero insieme da quasi cinque anni. Ogni volta che lui accennava al fatto che forse un giorno avremmo potuto avere un figlio, mi sentivo gelare. Gli rispondevo che non mi vedevo a cambiare pannolini e passare notti in bianco. Lui allora cambiava subito discorso. Io ero concentrata su risparmi, crescita professionale, titoli di studio, viaggi. Non sulla maternità.
A trentasette anni ho conosciuto un altro uomo, Luca, con cui credevo potesse nascere qualcosa di importante. Però lui aveva già un bambino da una relazione precedente qualcosa che io ho considerato una responsabilità troppo grande. Un giorno mi ha proposto di andare a vivere insieme, chiarendo però che prima o poi avrebbe voluto un altro figlio. Ho avuto paura e ho lasciato perdere. Ho smesso di rispondere, fino a quando ha capito tutto da solo.
Ricordo quando mia sorella, Caterina, mi disse: Te ne pentirai di aver lasciato un bravuomo solo perché non vuoi essere madre. Risi, pensando che stesse esagerando.
A quarantacinque anni ero allapice della mia carriera. Sono stata promossa, guadagnavo un buono stipendio in euro, viaggiavo, ho comprato la mia prima macchina, ho tinteggiato da sola tutta casa. Ero orgogliosa di me stessa.
Eppure, mentre festeggiavo i miei successi, guardavo le mie amiche: i loro bambini allasilo, alle elementari, alle gare sportive, alle recite di danza. Mi dicevo: Mamma mia, che confusione io non riuscirei mai a sopportare tutto questo. Ero convinta che la mia vita fosse più tranquilla.
A cinquantadue anni mia sorella si ammala seriamente e deve essere operata. I suoi figli non la lasciano mai sola turni, commissioni, scartoffie, cucinare, accompagnarla ovunque. Io mi sentivo completamente inutile.
Non avevo nessuno da chiamare, se fossi finita io in quella situazione. Sedevo in sala dattesa in ospedale e, per la prima volta, ho pensato: E se un giorno capitasse a me? Chi verrebbe per me?
Lì è arrivato il primo rimpianto. Piccolo, silenzioso ma ha cominciato a farsi sentire.
A sessant’anni ho perso mia madre. Tutto è passato sulle mie spalle: i documenti, il funerale, lorganizzazione, il saldo delle bollette, svuotare il suo appartamento a Roma. I miei nipoti mi hanno aiutato, ma ognuno aveva figli, una casa, un lavoro.
Quella notte ho dormito da sola, circondata da buste di plastica piene dei suoi vestiti, e per la prima volta ho visto chiaramente ciò che avevo sempre evitato: non cera nessuno che avesse davvero bisogno di me. Nessuno che contasse su di me. Nessuno a riempire il silenzio.
Per la prima volta ho pensato: Forse sarei stata una buona madre.
Le domeniche sono diventate più pesanti. Le mie sorelle si riuniscono con i figli, i nipoti, i generi, le nuore. Le loro case sono piene di rumore, risate, vita.
Io sto seduta tranquilla su una sedia, presente ma ai margini. Non perché mi escludano, ma perché non ho alcun ruolo in questa cerchia. Sono la zia, la sorella, mai la mamma.
Il Natale è ancora più difficile. Tutti organizzano cene familiari. Io sono sempre ospite. Mai padrona di casa. Mai centro del mondo di qualcuno.
Ora, a sessantasette anni, mi alzo da sola, mangio da sola, faccio la spesa da sola, pago tutto da sola. Non è una tragedia. È la realtà.
Quando mi sento male, chiamo un taxi, vado da sola al Pronto Soccorso e mi siedo sulla sedia con la borsa in grembo, senza che nessuno chieda di me. Quando sono triste nessuno se ne accorge. Quando mi capita qualcosa di bello come il giorno in cui ho finito di pagare la casa non cè nessuno con cui gioire.
A volte mi metto alla finestra e guardo i vicini che ricevono visite dei figli e dei nipoti. Io non ho queste visite. Non ho a chi lasciare le mie cose. Non ho a chi raccontare la mia storia.
Non rimpiango di non essermi piegata alle pressioni della società. Rimpiango di aver capito troppo tardi che la vita non è eterna. Sì, si può vivere come si vuole Ma quando gli anni pesano sulle spalle, resta solo un desiderio:
avere qualcuno su cui poter contare.



