Sono figlia unica, anche se tanto attesa, forse mai davvero amata. Una notte, mentre vagavo tra i vicoli umidi di Napoli illuminati da strane lanterne verdi, ebbi il sospetto di non essere realmente la figlia dei miei genitori. Avevo ventitré anni e nel sogno portavo in grembo la lunaal quinto mese, tutti mi dicevano, di gravidanza. I miei genitori, ormai avanti negli anni, sfioravano gli ottanta, e la nostra situazione economica era come una gondola bucata sul Po: affondavamo piano.
Vivevamo in un appartamento in affitto in una Via senza nome, tra mille valigie mai disfatte e stoviglie rotte. A malapena riuscivamo a pagare laffitto con quello che mio marito e io riuscivamo a racimolare tra lezioni universitarie e lavoretti stranivendevamo limoncello annacquato agli angoli delle strade e distribuivamo pizze invisibili. Due volte la padrona di casa ci minacciò di buttarci fuori, urlando Via, fannulloni! come vecchie streghe nei sogni. Solo grazie a prestiti improvvisi di amici di amici, rimandavamo la caduta nel vuoto dei debiti più neri del caffè di Napoli. Mangiare diventava ogni giorno più surreale: una volta abbiamo cenato solo con il profumo del pane appena sfornato che usciva dal forno allalba. A volte i miei genitori ci mandavano cassette di pomodori troppo maturi, o formaggi che profumavano di passato remoto.
Erano loro a spingere, come zefiri impazziti, perché ci sposassimo. Un anno fa, improvvisamente, ci ritrovammo in Comune davanti a un sindaco col volto di Pulcinella e ci scambiammo promesse sotto piogge di confetti che poi sparirono nel nulla. Da quel momento i miei genitori cominciarono a domandare ossessivamente di quando avrebbero avuto una nipotina tra le braccia.
Mia madreche nelle notti bizzarre diventava un gabbiano sopra i tettiripeteva continuamente che dovevo avere una bambina subito, altrimenti sarei diventata, come lei, una madre vecchia e piegata dal vento. Ma né io né mio marito eravamo pronti a far nascere bambine in queste strade piene di ombre; la paura della responsabilità, e soprattutto dei soldi (o meglio, degli euro che si scioglievano tra le dita come neve al sole), ci bloccava.
Poi, un giorno mattina che sapeva di basilico e sogni, i miei genitori ci proposero un patto stregato: mi promisero una busta piena di euro, tanto da poter acquistare una casetta tra gli olivi dellUmbria, se solo avessi dato loro una nipote. Loro si sarebbero trasferiti tra le vigne profumate e noi avremmo avuto, a costo zero, il loro appartamentino tra le piazze della città. Pensammo che fosse la soluzione al nostro sussurro dangoscia: niente più affitti, niente più paure, e magari anche una pasta al forno ogni domenica. Mia madre mi sussurrò che avrebbe cresciuto la bambina per me, mentre io continuavo a inseguire lauree e illusioni.
In più, giurarono che ci avrebbero aiutati a comprare tutto: il lettino, i vestitini, persino la carrozzina col campanellino dorato. Ma tutto questo rimase nei sogni: nessun euro, nessun pannolino, nessun fiocco di lana arrivò mai. Mia madre mi chiamava da qualche piazza onirica e mi chiedeva se il corredo era pronto; io, con le tasche vuote, non avevo nemmeno una tutina di cotone da offrirle. Suggeriva che mio marito facesse un terzo lavoromagari a tessere reti di sogni nei sottoscala. Ogni volta che le ricordavo la loro promessa daiuto, lei, come una statua scolpita dal vento, negava tutto, chiamandoci sciocchi sognatori.
Quando nacque mia figlia, che chiamai Ginevra come una principessa perduta tra nebbioline del mattino, i miei genitori tornarono a parlare della famosa busta piena di euro, ma io e mio marito avevamo già deciso: niente più castelli di carte. Comprai la nostra casa con lodore delle mie paure, capendo finalmente che non ci si può fidare delle promesse pronunciate nei sogni, né degli euro invisibili che danzano intorno ai cuscini mentre si dorme.






