Per evitare la vergogna, accettò di vivere con un uomo gobbo… Ma quando lui le sussurrò la sua richi…

Gioacchino, sei tu tesoro mio?
Sì, mamma! Scusami se sono rientrato così tardi

La voce della madre, tremolante, tesa per lapprensione e la stanchezza, arrivava dal buio dellingresso. Era lì, con la sua vestaglia consunta e una vecchia pila in mano, come se lavesse aspettato tutta la vita.

Giò, cuore mio, dove sei stato a bighellonare fino a notte fonda? Guarda il cielo, è nero che sembra dipinto, le stelle splendono come occhi di gatti randagi
Mamma, abbiamo studiato insieme a Carlo. Versioni di greco, compiti Mi sono proprio perso nel tempo, scusami se non ti ho avvisata. Lo so che già dormi poco

O forse sei stato da qualche ragazza? strizzò gli occhi, sospettosa. Non sarai mica innamorato?
Mamma! Ma che dici? Gioacchino rise togliendosi le scarpe. Non sono certo il tipo che le ragazze aspettano sotto i portoni. A chi mai potrei servire? Curvo, con le braccia lunghe da orangotango e questa testa da carciofo?

Nello sguardo di sua madre passò una lama di dolore. Non gli disse che lei vedeva in lui solo suo figlio, quello che aveva cresciuto sola, coi geloni alle mani e gli spifferi nei muri.

In effetti, Gioacchino non era un adone. Giocava a basket solo al fantabasket, superava a fatica il metro e sessanta, la schiena curva, le braccia lunghe quasi a sfiorare le ginocchia. Capelli ricci sempre in disordine che parevano soffioni al vento. Da piccolo lo chiamavano scimmietta, folletto dei boschi, miracolo della natura. E invece lui era cresciuto, diventato più di quanto si aspettassero.

Lui e sua madre, Antonella Romano, erano arrivati in quel paesino della provincia toscana quando lui aveva dieci anni. Fuggivano dalla città: dai pettegolezzi, dalla povertà. Il padre finito dentro, la madre abbandonata. Solo loro due, contro il mondo.

Questo figliolo non arriva a primavera, sospirava la nonna Teresa, esaminando Gioacchino da sopra gli occhiali. Sparirà come una bolla di sapone.

Ma Gioacchino, altro che bolla: sera attaccato alla vita come le radici della vite su un sasso. Cresceva, respirava, lavorava. Antonella, donna dai nervi dacciaio, sfornava pane per tutto il paese: dieci ore al giorno, anno dopo anno, fino a che anche lei crollò.

Quando rimase a letto senza forze, Gioacchino divenne figlio, figlia, infermiera e badante. Lavava i pavimenti, cuoceva la pasta, leggeva a voce alta vecchi settimanali. E quando lei morì, silenziosa come vento tra i campi, lui stette zitto al funerale, stringendo i pugni. Le lacrime le aveva finite da tempo.

Ma la gente non lo dimenticò. I vicini portarono pane, minestrone, qualche maglione. Poi successe qualcosa. Prima i ragazzini, affascinati dalla sua abilità con la tecnologia. Gioacchino lavorava al centro radio locale: aggiustava transistor, sintonizzava antenne, saldava fili. Aveva mani doro, anche se non proprio eleganti.

Poi arrivarono anche le ragazze. Allinizio per una tazza di tè con la marmellata, poi sempre più spesso. Si fermavano, ridevano, chiacchieravano.

Un giorno si accorse che una di loro, Bianca, restava sempre lultima.
Non hai fretta? aveva chiesto quando tutti erano andati via.
Non ho dove correre, rispose lei quieta, fissando le mattonelle. A casa la matrigna mi odia, i miei tre fratelli sono bestie. Papà beve; io, per loro, sono solo un peso. Sto da unamica, ma non per molto Qui, da te, cè pace. Mi sento meno sola.
Gioacchino la guardò per la prima volta con uno sguardo nuovo: poteva essere necessario a qualcuno.

Vivi qui, disse semplicemente. La camera di mamma è vuota. Sarai tu la padrona. Io non chiedo niente. Né parole, né sguardi. Solo resta.

Il paese iniziò a bisbigliare alle sue spalle:
Ma ti pare? Bel fusto e bella ragazza? Tuttal più sembra la trama di una commedia

Col tempo, però, Bianca puliva, preparava la minestra, sorrideva. Gioacchino lavorava, taceva, ma si prendeva cura di tutto.

Quando nacque un bimbo, il mondo si capovolse.
A chi somiglia? chiedevano dal fornaio.
E il piccolo, Gabriele, gli correva incontro: Papà!

Gioacchino, che non aveva mai creduto sarebbe diventato padre, sentì fiorire dentro un calore mai provato, piccolo sole nel petto.

Gli insegnava a sistemare le prese, pescare sul fiume, leggere le fiabe. Bianca li guardava e sospirava:
Ti ci vorrebbe una donna tutta per te, Gioacchino. Tu non sei fatto per restare solo.
Sei come una sorella, rispondeva lui. Prima ti trovo un marito come si deve, poi si vede.

E il marito comparve: giovane, del paese vicino, onesto e lavoratore.
Fecero il matrimonio. Bianca traslocò.

Un giorno Gioacchino la incrociò per strada:
Vorrei chiederti una cosa Dammi Gabriele.
Cosa?! Perché dovrei
Bianca, quando una donna partorisce, qualcosa dentro cambia. Ma Gabriele non è sangue tuo. Col tempo lo dimenticherai. Io no, non potrei.
Non te lo darò mai!
Non voglio portartelo via, disse Gioacchino, a bassa voce. Potrai sempre venire a trovarlo. Lascia che stia qui.

Bianca ci pensò un attimo. Poi chiamò il figlio:
Gabriele! Senti, vuoi stare con la mamma o col papà?
Il bambino accorse, con gli occhi che brillavano:
Ma non si può come prima? Tutti insieme?
No, disse Bianca, triste.
Allora resto con papà! gridò Gabriele. Però mamma, vieni spesso!

Così fu. Gabriele rimase, e Gioacchino fu, per la prima volta, padre fino in fondo.

Un giorno però, Bianca si ripresentò:
Ci trasferiamo in città. Gabriele viene con me.
Il bambino pianse, sembrava un cucciolo abbandonato, si aggrappò a Gioacchino:
Non voglio andare! Io resto con papà!
Gioacchino, mormorò Bianca abbassando lo sguardo, Lo sai che non è tuo davvero.
Lo so, sospirò lui. Lo so da sempre.
Io scappo da papà! urlava Gabriele, singhiozzando.

E così fece, una volta dopo laltra.
Lo portavano via, e lui tornava. Alla fine Bianca si arrese:
Così sia. Ha scelto lui.

Da lì cominciò una nuova storia.

La vicina, Lucia, rimase vedova. Il marito, ubriacone, prepotente: la provvidenza non ha voluto figli in quella casa senzamore.
Gioacchino, allinizio, andava solo a comprare un po di latte. Poi aggiustava il cancello, sistemava le tegole. Poi andava semplicemente a farle compagnia, bere il caffè, parlare.
Si avvicinarono. Lentamente, sul serio, come si fa da grandi.

Bianca scrisse. Disse che Gabriele aveva una sorellina, Diana.
Portala qui, rispose Gioacchino. La famiglia deve stare insieme.

Lanno dopo arrivarono.
Gabriele non si staccava dalla sorella. La portava in braccio, le cantava la ninna nanna, le insegnava a camminare.
Ti prego, resta con noi in città, supplicava Bianca il figlio. Cè scuola, teatro, tante occasioni
No, scuoteva la testa Gabriele. Io non lascio papà. E la signora Lucia ormai è la mia mamma.

Arrivò il tempo della scuola.
Mentre gli altri si vantavano di padri camionisti, poliziotti, dottori, Gabriele non aveva alcun complesso:
Mio papà? diceva orgoglioso. Aggiusta tutto. Capisce come funziona il mondo. Lui mi ha salvato. Lui è il mio eroe.

Passò un anno.
Lucia e Gioacchino, seduti accanto al caminetto con Gabriele.
Avremo un bimbo piccolo, disse Lucia.
Non mi caccerete via? sussurrò Gabriele.
Ma sei matto? esclamò Lucia abbracciandolo. Sei come un figlio. Anzi meglio, ti ho sognato tutta la vita!
Figlio mio, disse Gioacchino guardando la fiamma, ma come ti viene in mente? Tu sei il mio tutto.

Dopo pochi mesi nacque Silvano.
Gabriele lo teneva in braccio come un tesoro.
Adesso ho una sorella, un fratello, papà e la signora Lucia!

Bianca continuava ad invitarlo.
E Gabriele rispondeva sempre:
Io sono già arrivato. Sono a casa.

Passarono gli anni. Nessuno ricordava più che Gabriele non era figlio di sangue. Le voci finirono.

Quando Gabriele diventò padre a sua volta, raccontava ai figli e ai nipoti la storia del miglior papà del mondo:
Non era un belluomo, diceva. Ma dentro di lui cera più amore che in mille altri messi insieme!

Ogni anno, il giorno della memoria, nella loro casa si radunavano tutti i figli di Lucia, quelli di Bianca, nipoti e bisnipoti.
Bevevano caffè, ridevano, si scambiavano ricordi.
Abbiamo avuto il padre migliore del mondo! dicevano i grandi, alzando il bicchiere. Ce ne fossero di più, di padri così!

Ogni volta, un dito puntava in alto verso il cielo, verso le stelle, verso il ricordo di un uomo che, contro ogni previsione, fu davvero un padre.
Unico.

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