Martina era immobile davanti alla finestra, lo sguardo perso ad osservare i fiocchi di neve che scendevano fitti su Milano. La telefonata con suo marito volgeva al termine: una chiamata come tante in quei quindici anni di matrimonio. Andrea, come al solito, le raccontava della trasferta a Firenze: «Tutto bene, le riunioni procedono secondo i piani, torno tra tre giorni».
«Va bene, amore mio, allora ci sentiamo,» sussurrò Martina, togliendo il telefono dallorecchio per premere il tasto rosso. Ma allimprovviso si bloccò. Aveva distinto una voce femminile, giovane, melodiosa, dallaltra parte della linea:
«Andreino, vieni? Ho già riempito la vasca…»
La mano di Martina rimase sospesa nellaria. Il cuore si fermò per un istante, poi prese a pulsare impazzito nel petto. Si portò il telefono di nuovo allorecchio, ma sentì solo i brevi segnali doccupato: Andrea aveva già chiuso.
Martina si lasciò cadere lentamente sulla poltrona, le gambe molli. Nella testa vorticavano pensieri impazziti: «Andreino… Vasca… Quale vasca da bagno in una trasferta?» La memoria le restituiva dettagli strani degli ultimi mesi: viaggi frequenti, telefonate a tarda sera, sempre dal balcone, un nuovo profumo nellauto.
Con le mani tremanti aprì il computer. Entrare nella posta di lui fu facile, conosceva la password dai tempi in cui tra loro cerano solo fiducia e onestà. Biglietti, prenotazione hotel… «Suite luna di miele» in un cinque stelle del centro di Firenze. Per due.
Frugando nelle email, trovò anche una corrispondenza. Alessia. Ventisei anni, istruttrice di pilates. «Amore, non ce la faccio più. Mi avevi promesso che avresti chiesto il divorzio tre mesi fa. Quanto ancora devo aspettare?»
Martina si sentì mancare. Le si srotolò davanti agli occhi il ricordo del loro primo appuntamento: lui era solo un impiegato, lei una giovane ragioniera. Insieme avevano messo da parte i primi risparmi per il matrimonio, affittando un piccolo bilocale. Festeggiavano i primi successi, si sostenevano nelle difficoltà. Ora lui era un direttore commerciale affermato, lei capo contabile nella stessa azienda, ma tra loro si era aperto un abisso lungo quindici anni e largo quanto i ventisei anni di Alessia.
Nella suite, Andrea camminava nervoso avanti e indietro.
«Perché lhai fatto?» Sbottò, la voce strozzata dalla rabbia.
Alessia lo guardava dal letto, avvolta distrattamente in un kimono di seta; i lunghi capelli biondi sparsi sul cuscino.
«E cosa avrei fatto? rispose lei stiracchiandosi come una gatta sazia Sei stato tu a dirmi che avresti lasciato tua moglie.»
«Sarò io a decidere come e quando farlo! Ti rendi conto di coshai combinato? Martina non è stupida, capirà tutto!»
«E allora? la voce di Alessia era ormai tagliente Mi sono stufata di fare lamante nascosta negli hotel. Voglio uscire con te, voglio andare nei ristoranti, conoscere i tuoi amici, diventare tua moglie, alla fine!»
«Sei infantile,» sibilò Andrea tra i denti.
«E tu sei un codardo! lei scattò in piedi, gli si piazzò davanti Guardami! Sono giovane, bella, posso darti dei figli. E lei? Serve solo a contare i tuoi soldi?»
Andrea le serrò forte le spalle: «Mai più parlare così di Martina! Non sai nulla di lei, di noi!»
«Ne so a sufficienza, Alessia lo respinse So che non sei felice con lei. Si è persa nella routine. Quando è stata lultima volta che avete fatto lamore? E quando siete partiti insieme, solo voi due?»
Andrea si voltò verso la finestra. Lì, nella Milano imbiancata, nella loro casa, tutto si stava sgretolando. Quindici anni insieme che cadevano come un castello di carte, abbattuto da una frase capricciosa.
Martina era seduta nel buio della cucina, stringendo la tazza di tè ormai fredda. Sullo schermo del telefono, decine di chiamate perse da Andrea. Non rispondeva. Cosa avrebbe dovuto dire? «Amore, ho sentito la tua amante chiamarti nella vasca da bagno»?
La memoria la pungeva con lampi di vita condivisa. Andrea che le regalava lanello inginocchiandosi in mezzo al ristorante. Il loro trasloco nel primo appartamento: un piccolo bilocale in periferia. Lui che la consola mentre lei piange la morte della madre. Le cene per festeggiare la sua promozione…
Poi, di colpo, le corse forsennate al lavoro, i mutui, i lavori in casa…
Quando era stata lultima volta che avevano parlato davvero, senza filtri? Quando lultima volta che si erano stretti sul divano a vedere un film? Quando avevano smesso di progettare il futuro insieme?
Il telefono vibra di nuovo, stavolta è un messaggio: «Martina, dobbiamo parlarne. Ti spiego tutto.»
Cosa doveva spiegare? Che lei era invecchiata? Che era imprigionata nella routine? Che una giovane istruttrice di pilates sapeva capirlo meglio di sua moglie?
Martina si fermò davanti allo specchio. Quarantadue anni. Piccole rughe agli angoli degli occhi, qualche capello bianco che ormai tinge ogni mese. Quando aveva iniziato questa stanchezza nello sguardo, questa abitudine a vivere secondo gli orari, questa infinita corsa verso la stabilità?
«Andrea, dove sei stato?» sibilò Alessia con sguardo carico di rabbia quando lui rientrò in camera dopo lennesimo tentativo di parlare con la moglie.
«Non adesso,» crollò sulla poltrona, slacciandosi la cravatta.
«No, ora! lei gli si piazzò davanti, le mani sui fianchi Devo sapere cosa succederà. Ormai, cosa credi, dovrai scegliere!»
Andrea la guardava bella, sicura di sé, piena di energia. Proprio come Martina, quindici anni prima. Dio, come aveva potuto farle tutto questo?
«Alessia,» si sfregò il viso tra le mani, stremato. «Hai ragione. Bisogna chiarire.»
Lei si illuminò, si gettò fra le sue braccia: «Amore mio! Sapevo che avresti scelto bene!»
«Sì,» la scostò delicatamente. «Dobbiamo fermarci.»
«Come?» lei sussultò, colpita come da uno schiaffo.
«È stato un errore,» si alzò in piedi. «Amo ancora mia moglie. Sì, abbiamo dei problemi. Sì, ci siamo allontanati. Ma io non posso non voglio cancellare tutto quello che abbiamo vissuto insieme.»
«Codardo!» le lacrime le rigavano le guance.
«No, Alessia. Sono stato codardo quando ho iniziato questa storia. Quando mentivo a una donna che da quindici anni divide con me tutto: gioie, dolori, successi e cadute. Hai ragione: sono infelice. Ma la felicità non si ruba. Si costruisce. E voglio provarci.»
Il campanello suonò verso mezzanotte. Martina sapeva che era lui tornato col primo volo.
«Martina, apri, per favore» la voce tremava, attutita dalla porta.
Lo lasciò entrare. Andrea era sulla soglia: la barba sfatta, il completo stropicciato, lo sguardo colpevole.
«Posso entrare?»
Lei si scostò senza dire una parola. Si sedettero in cucina, lì dove avevano progettato il loro futuro, preso insieme tutte le decisioni importanti.
«Martina»
«Non serve gli fece cenno di tacere So tutto. Alessia, ventisei anni, istruttrice di pilates. Ho letto le tue mail.»
Lui annuì, incapace di parlare.
«Perché, Andrea?»
Un lungo silenzio. Guardava fuori, le luci della città nella notte.
«Perché sono un debole. Perché mi sono spaventato, vedendo quanto ci siamo persi. Perché lei mi ricordava te, quella che eri, piena di vita.»
«E adesso?»
«Adesso la fissò negli occhi Adesso voglio sistemare tutto. Se tu me lo permetti.»
«E lei?»
«È finita. Ho capito che non posso perderti. Non voglio. Lo so che non merito perdono. Ma vogliamo provarci? Andiamo da uno psicologo, passiamo più tempo insieme, diventiamo di nuovo noi…»
Martina guardava luomo davanti a sé: vecchio, stanco, eppure il suo Andrea. Quindici anni non si cancellano sono abitudini condivise, ricordi, battute che capiscono solo loro, la pace di stare insieme in silenzio. Sono la capacità di perdonare.
«Non lo so, Andrea,» sussurrò, e finalmente scoppiò a piangere. «Non lo so davvero…»
Lui labbracciò piano, e lei non si tirò indietro. Fuori nevicava, coprendo Milano di un velo bianco.
E chissà, in qualche camera dalbergo a Firenze, una ragazza piangeva, avendo appena scoperto una verità amara: lamore vero non è passione, né romanticismo. È una scelta che si fa ogni giorno.
Sul tavolo della cucina, due persone ormai adulte provavano a ricostruire i pezzi della loro vita. Li aspettava un cammino difficile: tra ferite, sedute dallo psicologo, parole sincere. Ma sapevano entrambi che a volte devi perdere tutto, per capirne il valore.






