«Papà, non portarla via!» – singhiozzò la più piccola, Caterina, col nasino rosso di pianto. «Non pu…

Papà, non portarla via! singhiozzò la più piccola, Caterina, sette anni, il naso arrossato dalle lacrime. Non puoi dar via Minù, lei è nostra!
Tua Minù, papà Alberto sterzò bruscamente, fa la pipì ovunque. Proprio ovunque! In corridoio, vicino alla stufa… e ieri ha lasciato un ricordino nelle mie scarpe. Ma perché non va dove deve? Eh? Che devo fare io con lei?
Però papà
Adesso basta! scattò lui.
Il motore della vecchia Fiat 127 sbuffò, bianca e piena di chiazze di ruggine. Nel sedile dietro, in una scatola di cartone che sembrava più piccola di lei, la gattina Minù piagnucolava con voce sottile.
Papà, non portarla via! ripeté Caterina, singhiozzando alle sponde del cancello, le dita strette e bianche per la presa. Non puoi darla via, è una di noi!
Tua Minù, papà tornò a sbuffare, combina disastri ovunque! In corridoio, vicino al camino, e ieri nelle mie scarpe ha lasciato un regaletto. E dovè giusto farli, quella non ci va mai. Dimmi, che ne devo fare io?
Però papà
Zitta! sbottò lui.
Lauto scattò via sulle buche fangose della campagna piemontese. Caterina rimase ferma vicino al cancello, paralizzata, mentre guardava la povera 127 sparire dietro la curva come se fosse la nave dei sogni che salpa.
Pioveva, un autunno umido e grigio. Il cielo basso, denso sopra il piccolo paese. Il vento arruffava le trecce di Caterina e faceva svolazzare la gonna a fiori.
Caterina, entra subito! Che prendi il raffreddore! gridò dalla finestra mamma Anna.
Caterina però, niente. Le lacrime le rigavano il viso e bruciavano, come il sale sul pane.
Minù la loro Minù Pelliccia arancione, zampette bianche e pancia un po rotonda da impastatore seriale. Alla sera, Minù si acciambellava sulle ginocchia di Caterina, faceva le fusa vicino alla stufa. Adesso
In cucina si sentiva odore di cavolo stufato e pasta per focaccia mamma stava già preparando qualcosa di buono. I fratelli maggiori Pietro, tredici; Elisa, undici; Giovanni, nove erano seduti coi loro quaderni ditaliano.
O almeno, facevano finta. Pietro pasticciava col foglio senza neppure guardare cosa scriveva. Elisa si nascondeva dietro il libro di storia, ma gli occhi gonfi la tradivano. Giovanni, solitamente il chiacchierone di casa, stava zitto e si mangiucchiava una matita.
Siamo sempre da capo, sbottò ad un tratto Pietro, mollando la penna sul tavolo con uno schiocco. Papà decide e fine. Neanche chiede se va bene!
Sta zitto un attimo, scattò Anna, mentre lavorava un impasto bello sodo. Papà sa cosa fa. Abbiamo già tre gatti. Micia e Gino vanno in lettiera come si deve. Ma questa la vostra Minù
Magari si poteva insegnarle! gridò Elisa, soffiandosi il naso. Avremmo potuto provarci insieme!
Insegnarle? la mamma sorrise ironica E chi, tu forse? Ho già la testa piena di problemi: la vacca, i maiali, lorto, voi e adesso anche una gatta con la puzza sotto il naso.
Ci saremmo riusciti noi! insistette Elisa Lavremmo abituata pian piano!
Ormai è tardi, tagliò corto la madre.
Caterina entrò in silenzio, si sedette vicino alla finestra e guardò la pioggia che cadeva. Il paese pareva ancora più triste: case grigie, orti fangosi, laria già di inverno.
Mamma Ma tornerà a casa? chiese via voce flebile la bimba.
La mamma sospirò, tirando in su col naso.
Non lo so, amore. Non lo so

Dopo mezzora rientrò Alberto, gocciolante. Si levò la giacca appesa ormai come gruccia umana, e si infilò in cucina senza guardare nessuno.
Allora? fece Anna, sottovoce.
Portata nel paese vicino, dagli Strada. Hanno detto che la tengono docchio.
È tanto lontano? chiese Giovanni.
Cinque chilometri, forse di più, bofonchiò lui.
Non tornerà, mormorò Elisa.
E meglio così, tagliò corto papà Alberto, già con la faccia scura. Basta parlare. Fammi il tè, che mi sono infreddolito.
Mamma Anna gli porse un bel bicchiere di tè bollente e versò nel piatto le penne col sugo di pomodoro. Papà mangiava in silenzio, risucchiando la pasta con il broncio di chi ha appena perso la schedina del Totocalcio. I ragazzi fissavano i piatti come se ci fosse stata dentro la matematica, nessuno con la forza di alzare la forchetta.
A tarda sera, quando la casa dormiva, Caterina non riusciva a prendere sonno. Sdraiata accanto ad Elisa nel letto largo, ascoltava il picchiettare della pioggia, i cigolii sinistri delle assi, il cane randagio che abbaiava lontano.
Elisa, dormi? sussurrò.
No, rispose impercettibile la sorella.
Minù tornerà di sicuro. Promesso. Conosce la strada.
Non dire scemenze, come la trova la strada? Papà lha portata lontano, più di cinque chilometri! È come andare a Torino, per una gatta
Ma è furba! Ci troverà comunque.
Elisa non rispose, voltandosi verso la parete. Caterina rimase a occhi sgranati, mormorando come le aveva insegnato la nonna: Signore, proteggi Minù. Falla tornare. Per favore

Intanto, Minù se ne stava nascosta sotto la stufa del salotto dagli Strada, nel paesino vicino. I vecchietti erano gentili: una scodella di latte, un po di polenta, una carezza. Ma lei niente fusa, nessuna testatina. Solo una palla rossa rannicchiata di malinconia.
Ma dovera la sua casa? Dove Caterina, Elisa, Giovanni, Pietro? Dove Anna, la mamma che ogni tanto di nascosto le passava un pezzetto di prosciutto cotto? Doverano i profumi della cucina, del fieno, del latte appena munto?
Qui tutto sapeva di detersivo, polenta e una paura nuova. E in più cera un gattone grigio, il padrone dei luoghi, che le aveva già soffiato addosso come un vecchio trombettista stonato.
Aspettò. Fino allalba. E appena la vecchina aprì la porta per dar da mangiare alle galline, Minù sgattaiolò fuori a una velocità che nemmeno Gattuso a fine partita.
Ma dove corri? gridò la Strada.
La gattina, però, correva come se dovesse prendere la Frecciarossa. Attraversò i campi arati, superò il recinto delle pecore, e raggiunse la strada di campagna, fradicia e gelida.
Pioveva a secchiate, unacqua che solo in Piemonte dautunno e che nemmeno il più ottimista chiama piogerellina. Il pelo arancione appiccicato, le zampette scivolavano nel fango. Ma dentro, qualcosa un istinto antico o semplicemente testardaggine la spingeva avanti, verso casa.
Arrivò la sera. Si rifugiò sotto una pila di legna abbandonata, tirava freddo come in montagna e aveva una fame che manco dopo la gita scolastica. Tentò di acchiappare un topino: fallito. Si accontentò di bere acqua da una pozzanghera, una roba più simile al caffè di un autogrill che a qualcosa di potabile.
Il secondo giorno si fece coraggio e trovò la strada principale. Asfalto crepato, auto ogni tanto, che la schizzavano di fango senza nemmeno un cenno di scusa. Zoppicando, Minù andava avanti, cadeva, si rialzava, e ripartiva.
La notte trovò un fienile abbandonato. Dentro, assi marce e odore di formaggio andato a male. Acchiappò una topina: ne fece un solo boccone. Per un po il mondo girò meglio.
Il terzo giorno era arrivata la neve. La prima dellanno, quella bagnata che si attacca e ghiaccia sulle orecchie. Minù lasciava impronte scure sul bianco che imbiancava tutto. I cuscinetti delle zampette le bruciavano, rosse come il naso di un clown, ma lei niente, avanti.
Perché davanti a sé, imprecisata ma viva, vedeva la casa. Lì i bambini aspettavano, lì cera la stufa calda, e anche una mamma burbera ma con un cuore alla panna.
Al quarto giorno, la svolta: il boschetto delle betulle che riconosceva. Il cuore le fece le fusa. Accelerò il passo, piegata nella neve come una tartaruga arancione. Sì! Quello era il loro bosco, dove in estate i ragazzi raccoglievano funghi e Caterina faceva corone di margherite.
Il quinto giorno raggiunse il torrente. Stretto ma gelido come laperitivo in piazza a febbraio. Vi entrò brrrr, che brividi! e uscì sgocciolante.
Il sesto giorno, ormai a pezzi, tossiva. Il naso che colava, il respiro corto. Ma la gatta continuava, cocciuta come un mulo.
Finché, la settima alba, distrutta e infangata, giunse finalmente davanti al cancello della sua casa. Si sedette, miagolò un miagolio debole, ruvido. Nessuno la sentì. Riprovò, più forte.
Si aprì una finestra. Caterina scattò fuori in camicia da notte, scalza.
Miiiinù! urlò come allannuncio del panettiere. Corse al cancello, lo spalancò, abbracciò la gatta come il pezzo più prezioso della casa. Mamma! Papà! Tutti! È tornata! Guardate, ha trovato la strada!
Dal portico corsero anche gli altri ragazzi Elisa, Giovanni, Pietro. Poi arrivò Anna, asciugandosi le mani nel grembiule, si chinò sul batuffolo bagnato.
Madonna guardala che straccio e il naso cola Questa mi sa che si è presa la broncopolmonite, mormorò.
Mamma, dobbiamo curarla! supplicò Elisa.
Curarla? Anna alzò un sopracciglio Avete mai visto il dottore venire per i gatti? Il veterinario sta per le mucche e i maiali, i gatti se la cavano.
Però mamma!
Va bene, non frignate scrollò le spalle. Scaldatele un po di latte. E trovate una vecchia asciugamano per asciugarla. Poi vedremo.
Sulla soglia apparve papà Alberto. Simmobilizzò, guardò la gatta rossa tra le braccia della più piccola.
Ha davvero trovato la via mormorò a bocca cucita.
Papà, ha camminato cinque forse pure sei chilometri! Te ne rendi conto? sbottò Pietro.
Il padre non rispose. Si voltò e tornò in casa.

Minù fu riportata vicino alla stufa, messa su un vecchio cuscino. Caterina le portò una ciotola di latte caldo e la gatta ci si fiondò come se fosse oro liquido. Elisa la strofinava col vecchio asciugamano di nonna, manco stesse lucidando largenteria.
Guarda le zampette, tutte ferite bisbigliò Elisa, quasi in lacrime. Mamma, guarda!
Anna si sedette accanto, ispezionando la gatta come il miglior dottore di Torino.
Ne ha passate tante, povera sospirò. Giovanni, prendi la tintura di iodio. Elisa, vai a prendere la garza. Bisogna mettere una fasciatura.
E il raffreddore? chiese Caterina.
Vediamo Proviamo con la camomilla. Chiediamo alla zia Gemma, quella sa tutto. Limportante ora è coccolarla e farla mangiare. Il resto laggiusta il tempo.
Da quel momento, le cure per Minù non ebbero tregua. Caterina non si staccava da lei neanche per cena. Elisa preparava un brodino di pollo solo per Minù. Giovanni trovò un plaid vecchio da mettere vicino alla stufa. Pietro, con aria da ingegnere, martellava in cantina.
Cosa costruisci? chiese la sorella.
Una lettiera, borbottò lui. Stavolta la impariamo.
Funzionerà?
Deve funzionare.
Minù fu malata per quasi una settimana: starnuti, occhi lucidi, tremori. Ma le ragazze le medicavano con infusi di camomilla, latte caldo, avvolta in vecchi foulard. E, piano piano, rinacque. Il naso guarì, il pelo tornò lucido e rosso.
Cominciò allora il corso accelerato di lettiera per gatti. Pietro aveva infilato sabbia pulita in una vecchia scatola. Ogni volta che Minù dimostrava interesse per qualche angolo, veniva gentilmente deposta nella toilette.
Qui, Minù, qui, ripeteva Caterina con pazienza da Santa Rita.
La gatta si lamentava, voleva scappare, ma i bambini insistettero. Un bel giorno, miracolo! Minù fece tutto nella sabbietta.
Ce lha fatta! gridò Caterina. Mamma, papà! Ha usato la lettiera da sola!
Anna sorrise per la prima volta dopo giorni di tempesta.
Quindi si poteva non lavrei mai detto.
Papà Alberto era seduto con la Gazzetta fra le mani. Sollevò la testa, fissando la gatta che, con fare regale, si puliva in stile abbiamo sempre fatto così.
Testarda proprio, borbottò. Chissà quanti chilometri ha fatto
Papà, non la porterai più via? chiese piano Caterina.
Lui restò in silenzio, pensieroso, poi finalmente disse:
No. Se ha trovato la strada per tornare da sola è giusto che resti. Qui, con noi.
Caterina gli saltò al collo, stretta come se temesse di perdere loccasione.
Grazie, papà! Grazie davvero!
Oh, ma piantala, brontolò lui, ma si vedeva che era contento come un bimbo alla sagra del paese.

Minù visse ancora tanti anni. Da quel giorno, mai più un disastro fuori dalla sua sabbettina. La sera faceva le fusa vicino alla stufa, acchiappava topi più di Micia e Gino, ed era lorgoglio dei bambini.
Papà Alberto, ogni tanto, scuoteva la testa sorridendo.
Ha un carattere, questa gatta Sa benissimo dovè casa. Neanche una tempesta la ferma.
I bambini, naturalmente, annuivano. Perché era vero: Minù sapeva dove doveva tornare. E cera tornata davvero attraverso pioggia, neve, fame e dolori. Perché lì, a casa, qualcuno laspettava.
E dove qualcuno ti aspetta, vale la pena vivere. Il resto… sono solo chilometri.

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«Papà, non portarla via!» – singhiozzò la più piccola, Caterina, col nasino rosso di pianto. «Non pu…
Sei per me un’ombra invisibile