— È tutta colpa tua! Stringendo le labbra, la suocera fissava Elena mentre lavava i piatti. Nella st…

È tutta colpa tua! sbuffò mia suocera, osservando con la bocca serrata mentre Angelica lavava i piatti. Nellaltra stanza, la piccola Caterina tossiva piano, impallidita dal malanno.

Se solo stessi più attenta! Se ti accorgessi subito che ha la tosse, invece di curarla con quelle inutilità

Le ho dato quello che ha prescritto il pediatra, provò a difendersi Angelica.

Ci volevano gli antibiotici! Adesso ti tocca farle le punture, dato che sei una madre da nulla. È cresciuta una generazione senza cervello! Non siete buone a niente! Neanche dei vostri figli vi importa. Guarda, io tuo marito da piccolo

Angelica chiuse il rubinetto e lasciò in fretta la cucina. Sentiva le lacrime salire in gola. Da cinque anni, ormai, era sempre responsabile di tutto. Sempre sbagliata. Ma il suo errore più grande era stato fidarsi di Marco e accettare di vivere con i suoi genitori finché non avessimo una casa tutta nostra.

La casa dei sogni era una buca scavata in un terreno preso in affitto. La costruzione non era mai andata oltre. E, secondo il marito, tutto era colpa sua, di Angelica, che aveva fatto due figli di seguito quasi senza consultarlo.

Ogni dialogo sul prendere un appartamento in affitto era subito zittito:

Non ho intenzione di buttare i miei soldi nel vento pagando il fitto a degli sconosciuti.

Angelica sospirava, proponeva delle alternative:

Perché non prendiamo una casetta con i soldi del bonus mamma? Cè anche quello regionale

E per quale tugurio pensi che basti? Compriamo una baracca marcia? Quei soldi devono andare a costruire la nostra casa. Vedrai, ora che arriva lestate

Arrivò lestate. La casa rimaneva sempre una buca e Angelica non aveva alcuna fretta dinvestire. Così si tirava avanti

Marco, rimani tu con Caterina mentre vado a prendere Lorenzo allasilo? chiese Angelica uscendogli incontro. Marco si toglieva le scarpe con la faccia scura:

E se le viene la febbre?

Marco, è solo mezzora.

No, non chiedermelo neanche. Se succede qualcosa

Marco fu irremovibile. Angelica senza una parola vestì la piccola. Lasilo era solo un chilometro lontano, non era tanto. E almeno così anche Caterina poteva prendere un po daria fresca

Te lavevo detto che non dovevi portare Lorenzo oggi. Poteva stare a casa. Tu pensi solo a sbarazzarti dei figli, brontolò Marco mentre uscivano.

Sono sempre io la colpevole, sorrise amaro Angelica.

La sera era davanti al computer, i bambini giocavano tra loro nellaltra stanza.

Stai lavorando? disse Marco sbirciando da dietro la spalla, Quando si mangia?

Angelica chiuse il portatile.

Di nuovo guardavi gli annunci degli appartamenti? domandò sospettoso Marco, Presto costruiamo, lo sai.

Angelica annuì.

Mamma, non mi viene la torre! E e la colpa è tua! sbottò Caterina sulla porta, scoppiando a piangere.

Già, la mamma è così, non ti aiuta neanche a costruire la torre, la assecondò ridacchiando Marco.

Angelica li guardava e capiva che aveva superato il limite. Perfino la figlia cominciava a pensare che fosse colpa sua. Sempre e solo sua…

Il mattino dopo, non portò Lorenzo allasilo.

La suocera, con le labbra strette, la osservò mentre preparava i bambini dopo colazione ma non disse nulla.

Andiamo in ambulatorio, disse Angelica, ormai abituata a dover sempre rendere conto.

Rientrarono tardi, raccontando di essere andati dallotorino. I piccoli ridevano contenti, confabulando tra loro. Angelica li zittiva sibilando.

Papà, sai dove siamo stati oggi? gridò Caterina correndo dal padre.

Dove?

Non lo dico! la bimba si mortificò sotto lo sguardo severo della madre.

Non lo dice, confermò serio Lorenzo, È una sorpresa, per il tuo compleanno.

Il giorno dopo Angelica sparì, portando via i bambini.

Se ne accorsero soltanto la sera, quando Marco rientrò dal lavoro.

Mamma, che cè per cena?

Chiedilo a quella tua Angelica. Stamattina è uscita con i bambini e non si sono più fatti vedere. Ora ti preparo due uova, visto che tua moglie non ti pensa.

Saranno in ambulatorio… Marco entrò in soggiorno, grattandosi pensieroso la testa. Tutto era in ordine, Angelica era davvero una brava donna di casa. Eppure… mancava qualcosa. Si sedette sul divano e lo capì subito: mancava il gattone di peluche di Caterina, quello enorme che stava sempre tra i piedi. E la bimba di certo non lavrebbe portato in ambulatorio: mai uscito dalla cameretta.

Marco sussultò in piedi, girò per casa, poi aprì larmadio e rimase senza fiato. Cera solo un cappotto invernale abbandonato tristemente sulla gruccia. Tutti gli altri vestiti di Angelica erano spariti. Anche quelli dei bambini, assieme ai loro giochi.

Mamma! Angelica se nè andata! disse Marco incredulo. La madre rimase calma ai fornelli:

Ma dove vuoi che vada, quella sciocca?

Ma i vestiti… ha preso tutto! Guarda tu stessa, larmadio è vuoto.

E i bambini? Chiamala subito! la donna si spaventò, dimenticando le uova. Rimase a fissare sconvolta larmadio, brontolando qualcosa sulla follia di una nuora che lascia certi uomini solo per noia.

Marco provò a chiamare Angelica, ma il telefono era spento.

Mamma, ma comè possibile che non ti sei accorta che portava via tutto? Non era certo un solo sacchetto!

Ero uscita a fare la spesa… Angelica è impazzita, bisogna toglierle i bambini.

E come? Dove? Li tieni tu?

Io? Cè lasilo.

E la sera? I fine settimana? Se si ammalano?

Prenderai una tata.

Sai quanto costa una tata?

E allora li metterai in istituto, temporaneamente.

Marco si prese la testa tra le mani.

Le uova bruciarono. Era già buio. Io e mia madre sedevamo in cucina a discutere il da farsi.

Cosa le mancava? mormorai, Se ne va così, di punto in bianco? Forse ha trovato un altro?

Ma chi vuoi che se la prenda?

E come farà a campare? Non lavora proprio.

Te lavevo detto di mettere quei soldi del bonus nei lavori. Ora se li porta via con sé, si compra una topaia e ci resta.

Vedrai che torna. Due giorni a pane e acqua e torna strisciando tentai, ma senza convinzione.

E tu così laccoglieresti subito? No, bisogna farle vedere chi comanda: che ti supplichi, che si umili, e poi i bambini li devi prendere tu, punto. Così capisce che non conta niente. Che sè messa in testa, di comandare?

Mia madre continuava a parlare. Andai a dormire senza cena. Ero sicuro che Angelica sarebbe tornata, chiedendo scusa umiliata. Non avevo alcuna intenzione di cercarla.

Invece arrivò una lettera. Raccomandata, con ricevuta di ritorno. Angelica, in modo unilaterale, aveva richiesto il divorzio.

Mamma, qui dice che devo andare in tribunale, dissi.

Non andarci. Senza il tuo consenso non si fa niente. Ma lhai cercata?

No.

E allora cerca! Vai a pregarla di tornare. I vicini sparlano. Ho detto che erano in vacanza al mare. Adesso ci fai fare brutta figura. Cerca di sistemare le cose. Portale dei fiori, chiedi scusa, mia madre si ammorbidì.

E di che dovrei scusarmi?

Vedrai, lo capirai parlando

Trovai Angelica per caso. Stavo andando al supermercato, al tramonto, con la lista della spesa di mamma e la vidi, tranquilla, che passeggiava con i bimbi proprio nel centro di Firenze. Dovetti trattenermi dal gridare. Decisi di seguirla, senza farmi notare.

Angelica non aveva fretta. Passeggiava nel parco, i figli bevevano succo di frutta e ridevano. Lei appariva serena e piena di vita. Non sembrava proprio pronta a tornare a casa con la coda tra le gambe.

«E poi dopo il divorzio dovrò pure passarle gli alimenti per due figli», pensai sgomento.

La raggiunsi davanti allingresso di un vecchio palazzo. Dovetti quasi correre per non perderli di vista.

Lorenzo, Caterina! Come state? Vi sono mancato?

La reazione dei bambini fu gelida: si rifugiarono subito dietro la mamma. Il maggiore, Lorenzo, chiese piano:

Mamma, ma noi non torniamo dalla nonna, vero?

No, amore, certo che no.

Hai fatto in modo che i figli mi voltassero le spalle? mi infuriai, Sei scappata senza dire niente! Che cosa ti mancava? Vivi di tutto punto, come una regina, e chiedi anche il divorzio! Ti sei trovata un altro uomo? Vuoi vivere ancora a spese di qualcuno? Ingrata. I figli li prendo io, hai capito?

Angelica sorrise:

Aspetta qui, ti porto le loro cose.

C-cosa?

O vuoi portarli via senza vestiti? Caterina non dorme senza il suo gatto di peluche, lo sai bene.

Ma guarda Mi prendi pure in giro! Guarda che

Angelica fece un passo indietro, io ero fuori di me. I vicini si radunavano curiosi.

Dai, fammi vedere dovè che stai, indicai lingresso. Ma Angelica scosse la testa.

Marco, ci vediamo in tribunale.

Non avrai nulla da me! La casa e la campagna restano mie, lho costruita coi miei soldi. Non ti tocca niente!

Angelica mi fissava in silenzio. Non capiva, e come darle torto, come non avesse mai capito davvero chi ero. Cinque anni accanto a me, sempre con qualche illusione…

Chiamiamo la polizia? suggerì una vicina, in tono protettivo.

Sentendo la parola polizia mi calmai allistante, borbottando:

Fai pure quello che vuoi. Sei sempre tu la causa di tutto!

Si mise a ridere, finalmente. Di cuore. Abbracciò i bambini ed entrò con loro. Era solo un piccolo appartamento in affitto, ma per la prima volta, dopo cinque anni, Angelica si sentiva padrona di casa propria. Decideva cosa cucinare, quando uscire, quando pulire. E il lavoro non le mancava: erano già anni che lavorava come freelance, creando siti internet per aziende. Studiava, si perfezionava nelle notti, mentre i bambini dormivano, perché sapeva che presto avrebbe detto basta…

Poi venne il divorzio. Come suggerito da mia madre, non andai in tribunale. Ludienza fu rimandata più volte, finché dopo qualche mese arrivò un avviso: il matrimonio era sciolto anche senza la mia presenza.

Al compleanno di nostro figlio non mi feci vedere: tanto, già passavo abbastanza mantenimento.

Passarono mesi, e Angelica alla fine riuscì a comprare un piccolo bilocale nella periferia di Prato e ci si trasferì coi bambini.

Da amici comuni finii per sapere che Marco tentava di rifarsi una vita, ma le donne continuavano a sparire.

Solo nei miei incubi notturni Angelica udiva ancora la mia voce sarcastica che le ripeteva: «Tutta colpa tua»

E ora che scrivo queste righe, capisco quanto fosse più facile dare la colpa agli altri piuttosto che affrontare la verità su me stesso.

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Tra verità e sogno