12 febbraio
Oggi il cielo di Milano sembrava più vicino del solito. Vivo al trentesimo piano di un grattacielo elegante, là dove i tram non arrivano e il traffico della città è un rumore lontano che sembra un sussurro. Qui, tra pareti bianche e vetrate immense che riflettono i tetti rossi della città, cè sempre stata una pace particolare. Da fuori, qualcuno potrebbe dire che sono solo un gatto dappartamento; dentro, però, ho sempre sentito che il mio piccolo universo verticale è pieno di avventure.
Il mio nome è Nerone un pelo nero lucido come la notte nelle campagne lombarde. Non ho mai visto i Navigli se non dallalto, né corso tra le panchine di Parco Sempione. Di solito passo le giornate sdraiato al sole, a indovinare le nuvole, o ad osservare le luci che si accendono la sera, come lucciole artificiali. Vivo con Pietro, che lavora a casa come traduttore. Parla poco e ama in silenzio, con gesti piccoli e costanti, e sono abituato a trascorrere molte ore da solo, in compagnia solo del suono ovattato della città.
Fino al giorno in cui è comparso Michele.
Michele pulisce le finestre dei palazzi. Ha quarantuno anni, mani segnate dalla fatica e una risata schietta, allegra, che sembra aver resistito a mille tempeste. Ogni martedì, quasi come fosse un rito, la sua piattaforma si abbassa lungo la facciata. Ciondola lassù tra le nuvole MILANESI come se la paura non fosse mai stata inventata.
La prima volta che Michele è arrivato al mio piano, dormivo. Ma il rumore ritmico del tergivetro contro il vetro mi ha destato subito. Ho aperto un occhio, poi laltro.
Ed eccolo lì.
Un uomo sospeso nellaria.
Mi sono avvicinato con cautela e mi sono seduto davanti alla finestra, la coda arrotolata sulle zampe. Lho visto pulire con cura, mentre canticchiava una melodia che non potevo sentire ma che sembrava accarezzare laria.
A un tratto, Michele ha alzato lo sguardo e i suoi occhi hanno incontrato i miei. Buongiorno, Piccolo Amico, ha detto con un sorriso ampio che anche un gatto come me poteva capire.
Non capivo le parole, ma la dolcezza del tono era universale.
Quella mattina, Michele ha disegnato una faccina sorridente nella schiuma del detergente senza pensarci troppo. Non ho resistito: ho saltato e colpito il vetro con la zampa. Lui ha riso, e io ho miagolato.
Da quel momento, ogni martedì, quando la piattaforma saliva al trentesimo piano, ero sempre lì ad aspettarlo, anche se dormivo profondamente: era come se in me ci fosse un orologio invisibile.
Seduto contro la finestra, sentivo fremere la coda. Michele mi faceva gesti buffi, muoveva il tergivetro come una bacchetta magica, disegnava cuori, gatti, cerchi. Io seguivo ogni scia con la serietà di un piccolo cacciatore. Saltavo, mi arrampicavo, mi stendevo fino a coprire tutto il vetro.
Per dieci minuti, Milano spariva.
Per Michele, quei dieci minuti erano una zattera in mezzo alla tempesta. Anni prima aveva perso sua moglie in un incidente assurdo e la sua vita, da allora, era diventata precisa ma vuota. Io non lo sapevo, eppure, una volta a settimana, lo salvavo.
Ci vediamo martedì prossimo, mi diceva sempre prima di scendere.
Non capivo il futuro, ma capivo la fedeltà.
Un martedì Michele non arrivò.
Lho aspettato. Mi sono seduto presto vicino alla vetrata. Ho camminato avanti e indietro, lanciando qualche miagolio basso e nervoso. Quando poi è scesa unaltra piattaforma, il mio cuore felino ha avuto una scossa.
Sono corso al vetro.
Ma non era lui.
Un uomo più giovane e serio. Non ha guardato dentro. Niente sorrisi. Solo pulizia meticolosa e giù di corsa.
Mi sono fermato, confuso.
Poi me ne sono andato mogio mogio.
Quel giorno il sole ha brillato lo stesso, ma qualcosa si era spezzato.
Per sei mesi Michele è scomparso.
Non fu una scelta. Fu una lotta. Una brutta infezione lo portò prima pochi giorni, poi settimane, in ospedale. Ci furono momenti in cui i medici non sapevano se si sarebbe ripreso. Lui passava le nottate fisso sul soffitto bianco, ripensando a dettagli minuscoli che mai credeva importanti: il profumo del detergente, il vento a quellaltezza, un gatto nero che lo guardava come se la sua esistenza avesse senso.
Sopravvivrò? E se sìa che cosa?
Nel frattempo, lassù, avevo smesso di aspettare alla finestra.
Non perché avessi dimenticato.
Avevo solo imparato che lattesa fa male.
Dormivo di più. Giocavo meno. Pietro notò il cambiamento, ma non seppe dargli un nome. Forse sta invecchiando, mormorò.
Ma io stavo solo portando il lutto di una perdita.
Quando Michele finalmente si riprese, tornò al lavoro ancora debole, il corpo fragile, il respiro corto. Il suo capo gli consigliò di prendersi altro tempo.
Devo tornare, almeno per un giorno, rispose Michele.
Salì sulla piattaforma con le mani che tremavano leggermente.
E se lui non si ricordasse più di me? E se si fossero trasferiti?
Arrivato al trentesimo piano, tutto era silenzioso. Ero sul divano, avvolto in una palla nera perfetta.
Michele bussò leggermente.
Toc.
Alzai di scatto la testa.
Gli occhi mi si spalancarono, come se avessi visto unapparizione.
Corsi, mi precipitai contro il vetro. Miagolai forte, tanto che mi sentii anche attraverso la lastra pesante. Strusciai il muso contro la finestra, facendo le fusa come mai avevo fatto prima.
Michele scoppiò a piangere.
Appoggiò la mano sul vetro.
Appoggiai la zampina esattamente dove stava la sua mano.
Pietro, incredulo, scattò una foto al volo.
La caricò su Facebook con una frase breve:
Dopo sei mesi, il mio gatto ha ritrovato il suo migliore amico.
Nel giro di poco tempo, la foto diventò virale.
Migliaia di persone scrissero, commentarono, si commossero. Qualcuno si ricordò di chi aveva perso, di chi li aveva aspettati a lungo.
Io e Michele eravamo diventati simbolo di qualcosa che nessuno sapeva spiegare ma tutti riconoscevano.
Che il bene non ha bisogno di parole.
Che lamicizia non fa distinzioni di specie.
Che il vetro, laltezza, il tempo a volte non dividono davvero.
Qualche giorno dopo, Pietro ricevette un messaggio privato.
Era Michele.
Gli raccontò tutto: lospedale, linfezione, la depressione silenziosa.
Non so se sarei mai uscito dal letto senza pensare a quel gatto, scrisse. Avevo bisogno di sapere che qualcuno mi aspettava.
Pietro finì in lacrime.
Quella notte, osservandomi dormire, capì qualcosa che non aveva mai considerato:
Non stavo aspettando Michele.
Stavo sostenendo Michele.
Michele è tornato a pulire i vetri. Io sono rimasto al trentesimo piano.
Ogni martedì, per dieci minuti esatti, il mondo smette di girare.
E anche se non ci siamo mai toccati davvero, abbiamo capito qualcosa che tanti dimenticano:
Lamicizia non richiede vicinanza.
Richiede solo presenza.
Ci sono legami che non si spezzano.
Non per il tempo.
Non per laltezza.
Non per un vetro freddo che ci separa.




