Della pensione mensile, oltre alle spese fisse come le bollette e la spesa al mercato rionale, mi concedo sempre un piccolo lusso: un pacchetto di chicchi di caffè. Sono già tostati e, appena taglio un angolo della confezione, sprigionano un profumo che fa girare la testa. Bisogna inspirare a occhi chiusi, dimenticando tutto il resto, lasciando spazio solo allolfatto: è allora che accade la magia! Quel profumo incredibile sembra riempirmi di energia e nella mente riaffiorano i sogni di ragazzo, viaggi in paesi lontani, mi rivedo a fantasticare sul frangersi delle onde sulloceano, sulle piogge torrenziali dei tropici, i fruscii misteriosi della foresta e i richiami di scimmie selvatiche che si arrampicano sopra liane invisibili…
Tutto questo non lho mai visto, ma mi sono rimasti vivi i racconti di mio padre, che spariva spesso nelle sue spedizioni di ricerca in Sud America. Quando tornava a casa, amava raccontare a me, Antonietta, le avventure nella valle dellAmazzonia, sorseggiando un caffè nero e denso, e quel profumo, da allora, mi ricorda sempre lui, con la sua figura asciutta e abbronzata di esploratore.
Ho sempre saputo di non essere figlia dei miei genitori adottivi. Ricordo ancora la drammatica giornata in cui, a tre anni, durante la guerra, una donna che avevo perso tutto mi raccolse tra le macerie e mi portò a casa, diventando la mia mamma per sempre. Poi, come succede a tanti: scuola, studio, lavoro, matrimonio, la nascita di un figlio… E infine, la solitudine. Mio figlio, ormai ventanni fa, convinto dalla moglie, ha scelto di trasferirsi in Svizzera e vive lì con la sua famiglia, a Lugano. In tutto questo tempo, è tornato solo una volta a Napoli, la nostra città. Ci sentiamo ogni tanto, mi manda i soldi ogni mese, ma io li risparmio su un conto apposito: in ventanni si è accumulata una bella somma, che, appena non ci sarò più, tornerà a lui.
Ultimamente mi frulla in testa lidea che, sì, la mia vita è stata piena di affetto e dedizione, ma in fondo sempre prestata. Senza la guerra, avrei avuto altri genitori, unaltra famiglia, unaltra casa, un destino diverso. Dei miei veri genitori ricordo poco, ma nella memoria cè spesso una bambina, mia coetanea allora, sempre con me. Si chiamava Maria. Sento ancora la voce di qualcuno che ci richiamava: Mariuccia, Antonietta! Che rapporto ci legava? Amiche? Sorelle?
I pensieri furono interrotti dal segnale breve del cellulare: la pensione è arrivata! Bene, proprio quel che volevo! Posso andare a comprarmi il caffè lultimo lho fatto ieri mattina. Piano, appoggiandomi al bastone e girando intorno alle pozzanghere, raggiunsi lentrata del negozio.
Sulla soglia, una gattina grigia tigrata se ne stava raggomitolata, guardando con timore ora i passanti, ora la vetrina. Mi si strinse il cuore: Poverina, trema dal freddo e sarà anche affamata… Ti porterei volentieri a casa, ma… Cosa ne sarà di te quando non ci sarò più? E ormai… Oggi o domani. Ma, colta da compassione, le comprai almeno un piccolo sacchetto di croccantini non troppo costosi.
Con delicatezza versai il contenuto del sacchetto in una vaschetta di plastica; la gatta, paziente, mi guardava innamorata. Allimprovviso la porta si spalancò e una signora robusta uscì di scatto, con il volto torvo. Senza una parola, scagliò via il contenitore con un calcio, spargendo i croccantini ovunque sul marciapiede:
Te lo dico sempre, ma è inutile! Basta dare da mangiare a questi animali per strada! e se ne andò indignata.
La gatta, diffidente, si avvicinò ai croccantini sparsi, mentre io, Antonietta, infuriato per laccaduto, sentii il primo colpo di nausea, segnale del mio solito attacco. Mi avviai in fretta verso la fermata dellautobus, lì almeno ci sono le panchine. Sedutomi, rovistai freneticamente tra le tasche in cerca delle pastiglie, ma invano.
Il dolore aumentava a ondate, come una morsa alla testa; la vista si faceva buia, mi sfuggiva un gemito. Sentii qualcuno toccarmi la spalla. A fatica aprii gli occhi: una ragazza mi guardava preoccupata.
Sta male, nonno? Come posso aiutarla?
Nel sacchetto… mormorai Cè una confezione di caffè. Aprila, per favore.
Mi avvicinai allinvolucro, respirai profondamente il profumo dei chicchi una, due volte. La crisi non passò ma almeno si attenuò.
Grazie, cara. riuscii a dire debolmente.
Mi chiamo Giulia. Ma deve ringraziare la gattina! Era accanto a lei e non ha smesso un attimo di miagolare!
Grazie anche a te, bellezza mia. accarezzai la gatta seduta accanto a me sulla panchina, la stessa grigia e tigrata.
Cosè successo? chiese Giulia premurosa.
Un attacco, cara. Lemicrania. Ho avuto unemozione troppo forte, capita
La accompagno a casa. Da solo non ce la fa
Anzi, anche mia nonna soffre di emicrania. raccontò Giulia, mentre sorseggiavamo un caffè leggero con latte e biscotti nella mia cucina In realtà sarebbe la mia bisnonna, ma per me è sempre nonna, vive in un paesino vicino a Salerno, con mia mamma e papà. Io invece studio qui, a Napoli, allistituto per diventare infermiera. Anche lei mi chiama sempre cara. E, sa una cosa? Siete così simili che per un attimo ho pensato fossi lei! Non ha mai provato a cercare i suoi veri parenti?
Cara Giulia, come potrei? Non ricordo quasi nulla, né il cognome, né il paese dorigine. Ricordo appena le bombe, noi in carrozza, poi i carri armati… E io correvo, correvo senza sapere dove! Spaventoso. Quella donna che mi salvò la vita, per me è mamma. Suo marito, dopo la guerra, è stato il mio papà migliore al mondo. Della mia famiglia biologica mi è rimasto solo il nome. Probabilmente morirono tutti, lì sotto le bombe. Mia mamma, la piccola Mariuccia…
Non mi accorsi che, mentre parlavo, Giulia ebbe un sussulto e mi guardò con increduli occhi azzurri.
Antonietta, ma lei ha un neo sulla spalla destra? Sembra una foglia?
Il caffè mi andò quasi di traverso, la gatta mi fissava con unaria interrogativa.
Come lo sai, Giulia?
Anche la mia bisnonna ce lha uguale. Si chiama Maria. Ogni volta che ricorda la sorellina gemella, Antonietta, le vengono le lacrime agli occhi. Scomparve sotto le bombe, durante levacuazione. I nazisti tagliarono la strada, loro tornarono indietro e restarono nel paese sotto occupazione, ma Antonietta sparì. Non hanno mai smesso di cercarla…
La mattina dopo non riuscivo a stare fermo. Andavo dalla finestra alla porta, aspettando qualcuno. La gattina grigia non mi lasciava un attimo, guardandomi affettuosamente negli occhi.
Non ti preoccupare, Ginetta, sto bene. rassicuravo la micia Solo il cuore che batte forte
Finalmente il campanello suonò. Tremando, andai ad aprire.
Due donne anziane si guardarono a lungo, immobili, negli occhi pieni di speranza. Come se si guardassero allo specchio, videro lo stesso azzurro negli occhi, i capelli crespi argentati e le rughe alle labbra.
Alla fine, lospite sospirò, si fece avanti e mi abbracciò:
Ciao, Antonietta!
Sulla soglia, asciugandosi le lacrime di felicità, cerano finalmente le persone della mia vita.




