Amica del cimitero
Sai, tempo fa, mio marito uscì per andare a comprare del pane e non fece più ritorno. Stavamo io, lui e i bimbi da anni ormai a casa di sua madre, in un vecchio appartamento nella periferia di Firenze. Te lo dico, quella suocera lì non mi aveva mai sopportato granché, anzi, mi guardava sempre con quellaria sua scontrosa, e secondo me mi odiava proprio in silenzio. Dopo la sparizione di mio marito, perse del tutto la testa. Cominciò a sparlare coi vicini che sarei stata io, chissà con quale amante, a far scomparire suo figlio e che magari avevano buttato il corpo nellArno.
Ho aspettato giorni interi, ogni giorno sperando che mio marito rientrasse e si sedesse al tavolo come se nulla fosse. Ma nulla, passavano i mesi. Subito andai in questura per dichiarare la scomparsa, e mi risposero che dovevo aspettare almeno tre giorni dallultima volta che lavevo visto. Feci la denuncia e così passarono ben tre anni.
La convivenza con mia suocera diventava sempre più pesante. Ormai non aveva più il minimo controllo delle parole: ogni scusa era buona per litigare. Diceva che avessi spostato la zuccheriera o appoggiato la tazza nel posto sbagliato. Beh, la pazienza finisce anche ai santi, così ho iniziato a cercare unaltra sistemazione. Ma quella, ogni volta che trovavo un appartamento da dividere, aveva da ridire: il terzo piano era troppo alto con le sue gambe stanche, il primo troppo casino dei ragazzini che giocano fuori, il secondo mah è troppo lontano dal supermercato, quello non è il nostro quartiere.
Alla fine trovai una soluzione proprio nel palazzo di fronte, secondo piano: zona tranquilla, negozi vicini. Ma niente, lei tirò fuori la scusa che dalla finestra si vede lappartamento dove mio figlio è sparito per sempre. Li capisci gli anziani? Alla fine avevo esaurito ogni energia; avrei davvero accettato di andare a vivere ovunque, purché finissero i litigi e i bambini non dovessero più sentire urla e tristezze ogni giorno.
Morale: mi sono trasferita con i figli in un vecchio edificio degli anni 50, proprio sul confine del cimitero monumentale delle Porte Sante. Sì, guarda, dal portone si vedevano solo croci e lapidi, al posto della classica area giochi. Mia suocera, se possiamo chiamarla così, ha chiuso con me come se fossimo state nemiche da sempre; ai nipoti, poi, sembrava non aver mai avuto affetto. Si vedeva che la sua intenzione era di farmela pagare.
Pazienza, ci si adatta a tutto, no? La prima cosa che ho fatto è stata comprare una stoffa bella robusta e mi sono messa a cucire delle tende fitte; non avevo davvero voglia di vedere passare i carri funebri ogni giorno. Appena montate le tende, casa nostra sembrava quasi una tana sotterranea, pochissima luce ma almeno stavamo in pace.
Trascorso circa un mesetto, un giorno mentre preparavo la pappa ai bambini sentii un gran rumore sulle scale. Esco e trovo la mia vicina stesa sui gradini, che si lamentava dal dolore: era caduta e si era slogata una caviglia. Le raccolgo le buste della spesa sparse per terra e laccompagno sul divano di casa sua. Lei, piangendo, rifiuta perfino il medico; mi confessa che non piange per il dolore, ma dice che quella casa, quel posto, porta solo sfortuna: qui, vicino al cimitero, nessuno vive sereno. Ogni giorno una disgrazia.
Cerco di rassicurarla, le racconto che sì, è fastidioso sentire marce funebri ogni giorno, ma insomma, alla fine ci si abitua a tutto. Lei, con uno sguardo che non mi scorderò mai, risponde: Mah, lasciamo stare Tanto tra poco capirai anche tu.
Non ci crederai, da quel momento davvero le sciagure sono cominciate a piombare addosso per casa. Prima mio figlio si fa male col peso da ginnastica, lo portiamo al Meyer, gesso per tre settimane. Poi mia figlia inizia a lamentare mal di pancia: gastroscopia, gastrite.
E poi, quella notte. Sento uno strano rumore tipo unghie sul vetro. Erano le due precise. Mi avvicino alla finestra, sollevo un angolo della tenda e rimango pietrificata: fuori, nel chiarore della luna, cera una donna della mia età. Il volto bluastro, lo sguardo carico dironia e una smorfia inquietante sulle labbra. Pensi che abbia avuto il coraggio di urlare? Niente, avevo la gola secca e mi sentivo bloccata da uninvisibile morsa. Lei, in silenzio, si incamminò verso il cimitero e sparì dietro al cancello.
Dopo una notte così, chi avrebbe avuto il coraggio di confidarci qualcosa? Avevo paura che se lavessi raccontato qualcuno mi avrebbe presa per folle. Però a pensarci e ripensarci, lunica spiegazione che mi venne fu che mia suocera non avesse ancora smesso di tormentarmi e magari avesse pagato qualcuno per spaventarmi. Pensa te! Ma poi mi balenò in testa che poteva essere pure la ditta di onoranze funebri, che magari voleva appropriarsi dellappartamento per usarlo come laboratorio di corone funebri, visto che le case sulla strada principale valgono oro.
Insomma, i guai non smettevano. Due giorni dopo vado al lavoro e mi dicono che devono tagliare il personale. Figli piccoli, problemi miei? Niente, mi dicono di scegliere se dimettermi o farmi licenziare. Opto per la prima, così almeno evito storie.
Al ritorno, apro la borsa e non trovo più il portafoglio con gli ultimi euro rimasti. Praticamente erano spariti gli ultimi 200 euro! Ti giuro, scoppiai a piangere. Presi le fedi mie e di mio marito, quelle del matrimonio, andai in un Compro Oro. Ma mi offrirono due spiccioli.
Quando uscii, incrociai un uomo con un cartello: Compro oro e argento!. Mi fece unofferta più alta di 50 euro rispetto al banco. Accettai al volo, infilai i soldi in tasca e andai verso la fermata dellautobus.
Poco dopo, un ragazzo corre e perde un pacco davanti a me. Chiamo, ma lui sparisce dietro langolo. Apro il pacchettino per vedere se ci fossero documenti dentro, un mazzetto di banconote da 50 euro. Allimprovviso sbuca una zingara, Oh signò, troviamo i soldi insieme! si appropria del pacco e, dopo averne preso metà, mi lascia il resto in mano. Io, nel mezzo della disperazione, mi dico che almeno un po di fortuna era arrivata.
Ovviamente la fortuna era solo unillusione: svoltato langolo trovo il ragazzo di prima con un amico pelato e una mazza da baseball. Aggressivi, mi accusano di aver rubato il denaro, non vogliono sentire la storia della zingara. Mi hanno portato via tutto, anche quello che avevo preso per le fedi.
Arrivai a casa in uno stato che non ti dico, uno di quelli da fondo del fondo. Ripensai alle parole della vicina, che quella casa portava solo guai. Aveva proprio ragione.
Anche quella notte, mi svegliai col cuore in gola per il solito suono alle finestre. Era di nuovo lei, la donna della notte. Solo che questa volta, pur soffocando le urla per non svegliare i bambini, rimasi lì, occhi negli occhi con il suo volto gelido. Poi si girò di nuovo verso il cimitero e sparì. Io invece, esausta, scivolai sul pavimento e mi rannicchiai fino al mattino.
Il giorno dopo, la vicina mi porta la bolletta del condominio. Mi vede talmente sconvolta che si offre di andare a pagare al mio posto. Scoppio a piangere, le racconto dei litigi con la suocera, i problemi coi soldi, la sparizione del marito, la salute incerta dei figli e di questa presenza che mi visita.
Lei mi stringe forte, poi mi dice: Dai, lavati la faccia e andiamo. Mi porta al cimitero proprio lì accanto. Mi mostra una tomba. Sulla lapide cè la foto, ed è lei, la donna che mi viene a trovare ogni notte. Mi si gela il sangue. È questa, vero? chiede. Io annuisco.
Al rientro a casa, la vicina mi racconta: quella presenza laveva vista anche lei, e subito dopo aveva perso il figlio e il marito laveva abbandonata. Era diventata anche diabetica e le erano capitate mille disgrazie.
Nei giorni seguenti, il fantasma non si fece più vedere. Ma dentro mi cresceva un bisogno irrefrenabile di tornare sulla tomba di quella donna. Era come una calamita. Così, un sabato mattina con il sole alto e limpido, mi feci coraggio e ci andai.
La tomba era abbandonata, inghiottita dalle sterpaglie. Mi misi a pulirla, tolsi le erbacce senza quasi mai guardare la foto. Alla fine sollevai lo sguardo: alla luce del giorno il viso della donna sembrava bello e triste, nulla a che vedere con la maschera spaventosa delle notti. Mi venne voglia di parlarle: Perché vieni a trovarmi? Che cosa vuoi? Pensi che io sia felice? Tu chi eri, che cosa vuoi da me? Lessi il nome inciso sulla lapide: Chiara.
Non mi ricordo bene cosa le dissi, ma fu come liberarmi di un peso: le raccontai della mia vita, delle tristezze, delle paure. Se qualcuno mi avesse vista, mi avrebbe presa per matta, a parlare da sola ad una lapide Eppure mi sentivo meglio.
Quando me ne andai, salutai Chiara come se fosse unamica, legata a me dalla stessa sfortuna: la sua, di essere stata strappata alla vita, la mia, di averla vista sgretolarsi sotto i piedi.
Quella notte, per la prima volta da mesi, sogno Chiara non più come un fantasma, ma come una donna splendidamente vestita che si siede accanto a me, sul letto. E mi parla: Ascoltami bene. Non hai colpa di nulla. Fai come ti dico e la tua vita riprenderà la strada giusta. Tuo marito ha pagato i debiti: giocava dazzardo e aveva accumulato troppa roba. Per questo lhanno venduto come uno schiavo ora lavora sotto sorveglianza, pieno di debiti e di farmaci; non lo rivedrai mai più. Vendi la casa al primo impresario di pompe funebri che passa, così ne esci. Avrai una nuova casa, un nuovo compagno che amerà te e i tuoi figli come suoi. Addio.
Poi sparisce.
Mi svegliai col profumo ancora addosso della terra e delle foglie. Due giorni dopo, passano quelli dellagenzia funebre: Signò, sarebbe disposta a vendere? Vorremmo aprire il nostro ufficio proprio qui. Non ci potevo credere. Lagenzia immobiliare mi trova una nuova casa, in una zona bella di Firenze, quasi per la stessa cifra. Mi sistemo coi bambini. Pochi mesi dopo arriva nella mia vita un uomo straordinario, che per i miei figli è come un vero papà.
Ed è andata proprio così, amica. Proprio come mi aveva predetto la mia amica del cimitero. E sai che ti dico? Ancora oggi, Chiara ogni tanto la penso. Come si fa a dimenticare una vera amica, anche se arrivava da un altro mondo?





