A volte la vita è proprio incredibile
Lavorava con noi, presso la clinica pediatrica di Roma, un cardiologo Edoardo Fimiani (i nomi sono reali). Come tutti i medici, durante lestate anche lui partiva per uno o due mesi come medico nei campi estivi per bambini: controllare la mensa, pesare i piccoli, ispezionare i comodini, medicare tagli con il mercurio cromo A meno che non succedesse qualcosa di veramente grave tocchiamo ferro.
Aveva allora quasi quarantanni, sportivo, capelli sale e pepe, ricciolini lievi, un profilo deciso e il fascino mediterraneo di chi piace sempre molto alle donne.
Un giorno ci raccontò:
Era il 1985, in piena crociata contro lalcol. Bastava farsi vedere con un bicchiere di più, e rischiavi non solo di perdere il turno di ferie o la possibilità di una nuova casa popolare, ma anche il posto di lavoro anche se eri un luminare.
Tutto molto serio, mica uno scherzo.
Ultimo turno di agosto al campo estivo, ultima notte. Tutto come sempre: i bambini, invece di dormire, corrono fra le camere, imbrattano i compagni addormentati con dentifricio e mercurio cromo; gli animatori fingono di inseguirli e, ogni tanto, si concedono un bicchiere di vino o un sorso di grappa più che altro, per consuetudine.
Nemmeno io mi tiravo indietro sono pur sempre un medico, no? La notte filò liscia, al mattino presto abbiamo fatto colazione e poi tutti sugli autobus. In poco più di unora siamo rientrati a Roma, davanti al Teatro dellOpera: consegnati i bimbi ai genitori, tutti erano a posto, nessun disperso!
Ancora un bicchierino con gli altri e mi avvio verso casa, dove mi attendevano già un pranzetto e la tavola apparecchiata: turno finito e, subito dopo pranzo, con mia moglie Nadia sarei dovuto volare da mia madre a Palermo settembre, sole e mare la dolce vita!
E proprio qui, mi sono sentito crollare addosso tutto la notte in bianco, il vino, lautobus che sballotta, il caldo e mi sono accasciato sotto i cespugli ai margini della piazza, addormentandomi come un ghiro.
Gli altri erano già rientrati, solo linfermiera Anna mi ha notato, si è avvicinata e ha provato a scuotermi; ma niente, dormivo di gusto!
Capiva bene che, in quella situazione, potevano licenziarmi in tronco: sobrietà era la parola dordine, e lei, donna danimo gentile, non mi lasciò lì.
Anna abitava proprio lì vicino, in via Vittorio Emanuele al civico 84. Con laiuto di qualcuno, riuscì a trascinarmi almeno nel suo appartamento, una stanza in una grande casa condivisa.
Dopo due ore mi svegliai, non tanto perché mi era passata lubriacatura, ma perché avevo un bisogno impellente di correre in bagno!
Cercavo di alzarmi, ma Anna quasi mi saltava addosso, mi tappava la bocca e mi sussurrava di non fare rumore.
Non capivo nulla: avevo una sola urgenza fisiologica! Ma lei non mi mollava e, sottovoce, si spiegava: Qui i vicini sono pettegoli e malelingue, se le vecchiette scoprono che ho un uomo in camera, addio reputazione!
Sinceramente dispiaciuto per lei ma il bisogno non passava glielo comunicai con tutta la sincerità del caso. Per fortuna Anna, che era del mestiere, mi portò un secchio, lasciandomi solo quel tanto che bastava.
Finalmente, la vita riprendeva un po di colore.
Ed è stato proprio allora che mi ricordai di essere atteso a casa: valigia da chiudere, parenti e amici già intorno al tavolo, e tra poco mia moglie, mio suocero, mia suocera e tutta la compagnia avrebbero iniziato a tempestare di telefonate, cercandomi dappertutto!
Spiegai la cosa ad Anna con gesti e sussurri: Capisco il tuo problema, ma se non torno subito a casa, altro che vecchiette: mia suocera mi fa fuori!
Dopo una breve discussione, Anna risolse: una vicina era già uscita, laltra la mandava a comprare il pane, e la terza lavrebbe distratta in cucina. Io, appena dato il segnale, dovevo sgattaiolare silenzioso neanche chiudere la porta, per non fare rumore.
Il piano scattò: via una vicina, laltra trattenuta, Anna in cucina che faceva frastuono col bollitore Io, in calzini e con le scarpe in mano, mi muovevo come unombra fino alla porta dingresso.
Stavo scostando silenziosamente il chiavistello, quando improvvisamente, alle mie spalle, dalla stanza della vicina che doveva essere fuori casa, sento una voce squillante, gutturale, subito riconoscibile: Buongiorno, dottor Fimiani!!!!!
Le scarpe mi caddero rumorosamente, mi infilai le scarpe sbracciandomi per tutta la casa, aprii la porta di scatto e, uscendo senza voltarmi: Buongiorno, signora Bella Abramovi!
Non cera bisogno di voltarsi: la voce della migliore amica di mia suocera la conoscevo troppo bene. E già sapevo con quante colorite espressioni avrebbe raccontato tutto in giro E chi mi avrebbe creduto, dopo la pantomima delle scarpe sfilate e dei calzini sui tacchi?
Mezzora dopo ero a casa. Bella non aveva ancora telefonato, tutti a tavola, facce ansiose: Edo, ci hai fatto prendere uno spavento! Su, siediti, il taxi è qui, bisogna andare in aeroporto! – e il solito tramestio gioioso della nostra grande, allora ancora unita, famiglia
Arrivammo da mamma in vacanza, ma io ad ogni squillo di telefono sobbalzavo, aspettando la chiamata fatidica da parte della suocera. Cercavo di non allontanarmi mai troppo, niente spiaggia, niente relax. Niente sonno, niente appetito
Dopo qualche giorno, mamma mi prese da parte in cucina: voleva sapere perché fossi cosi dimesso. Mi confessai, raccontando tutto nei dettagli.
Eh, figlio mio, mi disse, ti credo, come nella canzone famosa, ma non so chi altro potrà crederci. Non posso aiutarti, ma almeno ti garantisco che tutte le chiamate le prendo io. Adesso cerca di riposare, come viene viene.
Passò un mese. Torniamo a casa, io col morale a pezzi, la cucina inondava di odori di festa: i suoceri ci aspettano sorridenti, la tavola già apparecchiata.
Ma dove siete stati? Ci avete fatto preoccupare! Nadia, come stai bene, un po abbronzata e rilassata Edo, ma quanto sei dimagrito! Sei malato? Cosa succede?
Guardo le loro facce finte preoccupate, e non posso credere di aver voluto così bene a queste persone che ora sembravano compiacersi del mio turbamento.
Nozze, brindisi, chiacchiere, curiosità. Ma della signora Bella, nessun accenno. Bene, allora, aspettate pure: vediamo chi la spunta.
Un altro mese passa. Dimagrisco ancora, non dormo, mi viene persino laritmia, la testa svanita, vivo come uno zombie. Lalcol non scende, e dopo un bicchiere mi sento solo peggio.
Arrivano i Santi. Ancora una tavolata, parenti, chiasso, la suocera di fronte a me
E non ho resistito più.
Appoggiandomi ai gomiti, mi sporgo verso di lei e quasi urlo: Allora, mamma, come sta la tua amica Bella Abramovi???
Dopo la sua risposta mi sono messo a ridere, una risata isterica e liberatoria, buttandomi allindietro con tale forza da travolgere bicchieri, piatti, e rovesciare la sedia, mentre tutti intorno mi guardavano attoniti e preoccupati.
Dovettero gettarmi un po dacqua addosso per calmarmi. Mi sedetti, mi versai un bicchiere di vino, e finalmente mangiai con gusto.
Nessuno tra i parenti capì mai perché la mia reazione fosse così eccessiva rispetto alla triste risposta di mia suocera: Ah, Edoardo, proprio il giorno della vostra partenza per le vacanze a Bella è venuto un piccolo ictus, e ha perso la parola
Così è la vita: a volte temi catastrofi per giorni, immagini il peggio, e poi scopri che nulla di ciò che temevi aveva davvero importanza ed è il destino, beffardo, a ricordarti quanto spesso la paura sia una prigione che costruiamo da soli. Bisogna imparare a prendere la vita con un po più di leggerezza e a non arrovellarsi per ogni possibile giudizio altrui.






