Dopo una lunga notte di turno, Tatiana, stremata e infreddolita tra nevischio e ghiaccio, sogna solo…

Dopo un lungo turno di notte, Maria era così stanca che a malapena riusciva a trascinare i piedi. Linverno romano quel periodo si era addolcito: il gelo aveva lasciato spazio alla pioggia, la neve cadeva ogni giorno, e il marciapiede si era trasformato in una fanghiglia scivolosa sotto la quale si celava il ghiaccio. Maria, camminando verso casa in una periferia di Roma, continuava a inciampare, rischiando ogni volta di cadere.

Quella notte non aveva nemmeno avuto la possibilità di sedersi un momento. Prima era arrivato un ragazzino con unappendicite, poi unanziana signora con una frattura al femore. Sembrava che tutti aspettassero sempre il buio per chiamare lambulanza e farsi portare in ospedale. Camminava sognando il letto, desiderando solo tornare a casa e dormire. Fissava i piedi per evitare di cadere, senza accorgersi che un uomo si era staccato dallombra di un portone e ora le sbarrava la strada. Si fermò distinto e alzò la testa.

Davanti a lei un uomo sulla quarantina, con il volto segnato da graffi, abiti zuppi e malmessi, quasi rubati da qualcun altro. Maria fece un passo di lato, cercando di evitargli: non aveva davvero la forza di scappare.

«Mi scusi, può aiutarmi?» disse luomo improvvisamente.

Maria lavorava da anni come infermiera al Policlinico, e una richiesta daiuto suonava per lei come il fischio di un capotreno. Fermò i passi.

«Io» Luomo si prese la testa tra le mani, chiudendo per un attimo gli occhi. «Mi hanno buttato giù dal treno. Per fortuna la neve era tanta, sono caduto bene, solo qualche livido.»

«Forse è meglio se smetta di bere,» provò a sussurrare Maria, sorpassandolo.

«Non ho bevuto! Solo tè! Qualcuno mi ha messo qualcosa. Mi hanno derubato, mi hanno tolto anche i vestiti. Fortuna che non mi hanno lasciato nudo e mi hanno buttato nei pressi della vostra stazione.»

«Ha avuto fortuna. Dovrebbe andare dalla polizia e in ospedale. Ha male alla testa? Sente nausea? Probabile commozione cerebrale», disse Maria, già pronta a superarlo di nuovo visto che lui non si spostava.

«Sono appena stato dalla polizia. Il prossimo treno sarà tra qualche ora. Non volevo aspettare in commissariato. Dei ladri non troveranno traccia. Mi ricordo solo di un vecchio nel mio scompartimento, con laria di un professore: occhiali, barba a punta Ma in questura hanno detto che probabilmente era travestito, e che sicuramente aveva dei complici. Ormai è andata. Vorrei solo lavarmi e cambiarmi: sono fradicio. I vestiti li restituirò, lo giuro.»

«Ma cosa dice? E le chiavi del mio appartamento dove tengo i risparmi, che vuole anche quelle?» sbottò Maria alla sua insolita richiesta.

«Lo sapevo Nessuno si fida. Perché nessuno mi crede più?» Luomo guardò il cielo con unespressione talmente dolorosa che Maria non poté non provare compassione. Lo osservò meglio: abiti trasandati ma il suo modo di parlare era educato, non da barbone.

«Va bene. Venga a casa mia, tanto qui rischia solo di prendersi una bronchite. Qualcosa da indossare lo troveremo.»

«Grazie. Lei è davvero gentile. Tutti scappano via da me senza nemmeno ascoltare» disse luomo muovendosi con lei.

Entrarono nellappartamento. Maria si accasciò su un piccolo sgabello nellingresso: gambe di piombo e palpebre pesanti.

«Vada pure in bagno», disse indicando la porta. Nel frattempo avrebbe cercato degli abiti di ricambio. «Come si chiama?»

«Mi chiamo Michele.» Luomo trovò la luce e si richiuse in bagno. Poco dopo si udì lo scroscio dellacqua.

Maria sospirò, abbandonando il sogno del riposo. Il fratello viveva ormai a Milano, ma qualche vestito vecchio era rimasto lì. «Tanto non si rovina se presto qualcosa», pensò. Mise tutto su uno sgabello davanti al bagno e bussò appena lacqua si fermò per avvisarlo.

Scaldò del minestrone avanzato al microonde. Sedendosi, si perse in mille pensieri. Se la mamma fosse arrivata in quel momento si sarebbe fatta lidea sbagliata: Maria che scalda la zuppa mentre in bagno si lava un uomo sconosciuto «Dio, ti prego, fa che mamma si trattenga al supermercato o da qualche vicina», pregò sottovoce. Ma Dio, probabilmente occupato, non la ascoltò e la serratura scattò alla porta.

«Maria, sei a casa?» gridò la madre dalla porta. Maria si affacciò dalla cucina. «Ah, pensavo fossi tu in bagno. Allora chi cè là dentro?» la madre la squadrò.

«Mamma, per favore, non gridare. E un uomo che è rimasto a piedi con il treno. Ora si mette a posto e va via», spiegò Maria con calma.

«Ah, dunque la camicia di Andrea era per lui? Ma cosa è successo?»

«Appunto, è rimasto a piedi. Lo hanno derubato.»

«Signore Iddio. E tu lo hai portato a casa? E se fosse lui un ladro o peggio? Hai pensato? Meno male che sono rientrata! Forse è meglio avvisare subito i carabinieri», la madre iniziò ad agitarsi.

«Mamma, smettila. E appena stato in caserma. Treni oggi non passano. Ci sono lavori sui binari. Si laverà e andrà via», rispose in un tono ormai stanco.

Nel frattempo dallacqua non uscivano più rumori. La porta si aprì, qualcuno prese i vestiti, richiuse.

La madre si piantò davanti alla porta, decisa a controllare ogni mossa. Poco dopo, Michele entrò in cucina salutando timido. Maria capì che aveva sentito tutto.

«Fatti vedere un po. E come hanno fatto a rubare a un omone così in pieno giorno?» domandò sospettosa la madre.

«Mi dispiace entrare in casa così, signora. Viaggiavo verso Firenze, dove mi dovevo recare al matrimonio di mia figlia. Mi hanno narcotizzato il tè, mi sono addormentato di colpo. Mi hanno derubato di tutto, anche dei documenti e del cellulare e mi hanno scaricato vicino alla stazione. Mi sono ritrovato senza niente.»

«E come hai fatto a finire qui, che non siamo nemmeno vicino Termini?» la madre non mollava linterrogatorio.

«Basta così, mamma! Lascia che mangi. Siediti, Michele, che il minestrone è pronto», Maria quasi ordinò.

«Quando era piccola, Maria portava a casa ogni gattino e cagnolino che trovava, ora raccoglie persino uomini scaricati dai treni», brontolò la madre ma gli fece spazio a tavola.

«Mangi, Michele. Ma occhio: se piacerà a mia madre, non la lascia andare più!» Maria cercò di scherzare, ma nel tono si sentiva una punta di stanchezza vera.

«Perché te ne stai sempre giorno e notte in corsia, tra anziani e bambini malati, senza un po di vita tua. Ormai trentanni, non sei ancora sposata. Come posso morire tranquilla io?»

«Mamma, smettila. Altrimenti Michele penserà che vogliamo combinare un matrimonio. Stava scherzando, non si preoccupi», Maria rassicurò Michele.

«Ma va là», la madre sbuffò e andò in salotto.

«Avete una madre tosta», osservò Michele posando il cucchiaio.

«Ci ha tirati su sola, me e mio fratello. Ha paura che resti sola anchio.»

«Capisco. Lei è dottoressa?»

«No, infermiera. E lei come pensa di tornare a Firenze senzaltro?»

«In caserma hanno detto che possono aiutarmi. Potrei fare una chiamata? Vorrei avvisare mia figlia e un amico.»

«Certo.» Maria prese il cellulare e andò in salotto.

Trovò la madre che svuotava la scatola dei gioielli, infilandosi in borsa un anellino doro e dei bijoux.

«Silenzio! E se fosse davvero un ladro? Porto tutto da zia Teresa», bisbigliò la madre e sgattaiolò fuori.

Maria non tentò nemmeno di fermarla. Tanto avrebbe fatto lo stesso.

Prese il telefono e lo lasciò davanti a Michele, poi si mise accanto alla finestra. Michele chiamò la figlia e dal suo sguardo Maria capì che lei non era sembrata troppo colpita che il padre non potesse venire al matrimonio. Poi chiamò unaltra persona e chiese a Maria lindirizzo.

«Ecco, tra poco arriva il mio amico con la macchina. Forse non dovevo nemmeno partire. Mia moglie non voleva che incontrassi suo marito nuovo. Mia figlia mi ha insistito. Ho rischiato per niente», disse Michele abbattuto.

«Ma chi siete se vi vengono a prendere con lauto dopo una telefonata?» domandò Maria sorpresa.

In veste di Andrea, Michele sembrava quasi unaltra persona, persino più simpatico.

«Ho una piccola società di riparazioni con un amico. Una cosa da poco. Diceva che era meglio non guidare, visto che non conosco la strada e magari al matrimonio uno beve Così ho preso il treno. Dovevo andarci in aereo. Non si preoccupi, mi manca poco. Tra qualche ora me ne andrò.» Sembra che volesse rassicurare più sé stesso che Maria.

Maria guardava Michele e pensava che forse sua madre aveva ragione. Tornare a casa e trovare chi ti aspetta avrebbe dato senso a tutto. Ormai trentanni e viveva ancora con la mamma e nessun progetto per il futuro. Aveva avuto anche lei una storia importante, con Marco: ci credeva, voleva sposarlo, poi una sera lo trovò a letto con la sua migliore amica. Addio fidanzato e addio amica.

«Siete gentile. Vedrete che prima o poi la fortuna cambierà», le disse Michele interrompendo i pensieri.

«E voi? Siete solo? Avete una ditta, un lavoro»

«Sì Dovero? Ah, la mia ex moglie. Non si è mai trovata bene. Oggi si pensa solo ai soldi e ai vantaggi. Anche gli uomini non son diversi. Comunque, scusatemi ancora se vi ho disturbato dopo un turno così pesante.»

Rimasero a parlare a lungo. Quando fuori cominciò a scurire, il telefono squillò.

«Devessere il mio amico. Sì, lauto è qui sotto. Grazie davvero per tutto.» Michele poggiò il telefono sul tavolo. «Ho salvato il mio numero: Michele del treno. So che non mi chiamerete, ma se aveste bisogno io ci sarò. E i vestiti li riporto, promesso. Scusate anche alla mamma, credo che pensi ancora che sia un ladro.» Gli occhi tristi di Michele fecero sì che a Maria quasi le scendesse una lacrima.

Era solo uno sconosciuto, eppure non voleva vederlo andar via. Ma chi era lei e chi era lui? Maria sorrise. «Non si metta più nei guai.»

«No, mi sposterò solo più in macchina o in aereo, basta treni», rispose Michele ridendo.

Maria lo osservò mentre nelle prime ombre invernali usciva dal portone, si fermava vicino allauto e la salutava con la mano.

«Ecco, domani si sarà già dimenticato di me.»

«Lhai lasciato andare?» domandò la madre tornando a casa.

«Prima ti lamentavi che lo avevo portato qui, e ora ti lamenti che lo mando via!» cercò di nascondere la tristezza.

«Era una brava persona, si vedeva.»

«Allora perché sei corsa a nascondere i bijou?»

«Perché sono una vecchia sciocca», sospirò la madre.

Passarono tre settimane. Era ormai la vigilia di Capodanno. Maria pensava ormai che Michele fosse solo un sogno. Quella notte avrebbe fatto il turno in ospedale, dove nella saletta medici cera un piccolo abete decorato. Pochi degenti rimasti: i casi urgenti, di solito, si presentavano il giorno dopo la festa. Era convinta che avrebbe potuto finalmente riposare.

«Di nuovo turno insieme, Mariuccia?» sorrise il dottor Veronesi, chirurgico noto in reparto per il suo debole per le infermiere giovani. Maria sospettava che si fosse organizzato apposta, così faceva finta di niente.

«Siete qui? Ah, venite subito!» irruppe Ludovica dal pronto soccorso tutta trafelata.

«Cè già qualcuno in arrivo?» chiese Veronesi, pronto a mascherina e guanti.

«Cè Babbo Natale vero, con i regali! Vuole venire nel reparto per fare un po di festa. Posso farlo entrare?» borbottò Ludovica.

«Addirittura Babbo Natale? Perché no: andiamo, Mariuccia, vediamo chi è questo benefattore», fece Veronesi prendendole il braccio.

Dal corridoio si sentiva una gran voce maschile. Un uomo in mantello e cappello rosso, barba finta, sacco in spalla, stava cercando insistentemente di entrare tra le corsie.

«Son venuto da lontano, dalla Lapponia, e qui non mi fate entrare», declamava. La voce, però, a Maria suonava familiare.

«Pensavo che Babbo Natale abitasse a Greccio…» rise Veronesi. «Fate pure, ma cercate di non disturbare troppo: qui abbiamo malati.»

Babbo Natale passò stanza per stanza, distribuendo mandarini e cioccolatini alle vecchiette, che lo guardavano estasiate. Dal reparto di medicina accorsero anche altre infermiere a chiedere di passare. Ma Babbo Natale guardò smarrito Maria.

«La Befana non ve la cedo, caro Babbo. Venite con la vostra oppure niente!», scherzò Veronesi trascinando via Maria.

Dopo un po, Babbo Natale, con cappotto sbottonato, barba e cappello in mano, sacco vuoto sulle spalle, tornò accanto a Maria. Lei scoppiò a ridere.

«Lo sapevo che era il suo turno. Volevo farle una sorpresa, portare un po di gioia. Ci sono riuscito?» Michele guardava Maria fiducioso.

«Altroché, ora le vecchiette non dormiranno più!» rise ancora Maria.

«Mi sa che stasera mi tocca il turno da solo», sospirò teatralmente Veronesi. «Andate pure, Mariuccia, godetevi la vita.»

Maria non se lo fece ripetere. Un mese dopo rassegnò le dimissioni e raggiunse Michele a Firenze. La madre era al settimo cielo: «Finalmente posso chiudere occhio: ora che ho sistemato la figlia, posso anche morire. Che dico! Forse arriveranno anche dei nipoti, e allora unaiutante come la nonna serve sempre!» E decise di vivere ancora un po.

Chissà poi perché si considera destino solo ciò che ci fa soffrire, e fortuna quello che ci rende felici. Eppure, molto spesso, una cosa non va mai senza laltra!

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Dopo una lunga notte di turno, Tatiana, stremata e infreddolita tra nevischio e ghiaccio, sogna solo…
Diede un pasto caldo a due bambini senza fissa dimora. Dodici anni dopo, una macchina di lusso si fermò davanti alla sua casa.