Un giorno, portai al lavoro un cucciolo randagio… Successe tutto per caso. Avevo trovato il cucciolo appena cinque minuti prima dellinizio della giornata lavorativa. Era sporco e malconcio, figlio di una cagna di strada. Provai a nasconderlo in un angolo del mio ufficio, ma lui sgattaiolava fuori e piagnucolava con insistenza. Alla fine, tutti i miei colleghi lo notarono.
…ed ecco che le maschere umane volarono ai miei piedi.
Ecco, ad esempio, la segretaria, molto gentile e socievole, Maria Vittoria. Giovane, allegra, sempre con una risata pronta. Il suo viso abilmente truccato si contorse in modo curioso alla vista del cucciolo sporco: “Davide Benedetti! Ma non ti fa schifo?! Hai portato qui la sporcizia…” La sua maschera luminosa e gentile si frantumò non lontano dalla coda sporca e agitata di quel piccolo bastardino…
Poi cera la signora delle pulizie, Giuseppina Valentino. Sempre stanca, spesso burbera e arrabbiata con il mondo, una donna anziana. Improvvisamente, il suo volto segnato da anni di fatica si illuminò: “Oh, ma chi abbiamo qui tutto cuccioloso? Davide Benedetti, questo è un visitatore di lavoro o personale?!” Ai miei piedi la maschera arrabbiata era ormai appallottolata, e io vedevo invece un volto sincero e colmo di bontà…
Poi il mio collega, Riccardo Bellini. Sempre pronto ad aiutare, gentile con tutti, amante delle battute. Raccontava sempre qualche barzelletta e rideva alle mie. Quel giorno, però, non varcò la soglia del mio ufficio. Con una smorfia disgustata, Riccardo dichiarò subito che gli animali randagi portano solo sporcizia e malattie… Davanti alla mia porta si trovava ormai abbandonata la sottile maschera di finto buonumore…
Ma sopra tutti, mi colpì il mio capo, Giulio Marchesi… Sempre severo, poco soddisfatto e chiuso al dialogo; eppure quella mattina si limitò a dire: “Eh, Davide Benedetti… mi sa che oggi ti serve una giornata di ferie. Fai così: prendi questo piccolo e vai a casa… Ci sono cose più importanti del lavoro. Però, mi raccomando… non buttarlo fuori, è comunque un essere vivente.” Poi, togliendo timidamente la maschera dellirremovibile direttore, ci rivolse un sorriso genuino, prima di sparire oltre la porta…
…ai miei piedi giacevano le maschere delle persone con cui parlavo ogni giorno, da tanti anni… E solo in quellistante mi resi conto di quanto poco conoscessi davvero chi mi stava attorno…





