Non riuscivo a credere a quello che mi stava succedendo. Mia moglie, la donna che consideravo la mia roccia e il mio sostegno, oggi davanti al tavolo di cucina mi ha detto: «Non ti amo più». Sono rimasto gelato, fermo in una posizione assurda, mentre lei girava per la casa raccogliendo le sue cose e sbattendo le chiavi sul mobile. Proprio ciò che mi mancava, pensai tra me e me. Avevo appena perso mio padre allimprovviso. Non avevo nemmeno finito di piangere, eppure dovevo occuparmi di mia madre, ormai ingrigita dalla tristezza, e di mia sorella minore, Chiara, che da quando, diciotto anni fa, aveva avuto un grave trauma cranico, era diventata invalida. Loro abitavano in un paese vicino a Verona. Mio figlio Matteo era appena entrato in prima elementare. A giugno lazienda dove lavoravo aveva chiuso. Rimasto senza impiego. E ora anche mia moglie…
Mi sono passato le mani tra i capelli, mi sono seduto al tavolo, e mi sono lasciato andare ad un pianto amaro.
Santo Dio, cosa devo fare? Come si va avanti? Oh Matteo! Devo correre a prenderlo a scuola!
Il senso del dovere mi spinse ad alzarmi e uscire.
Papà, hai pianto? mi chiese Matteo appena mi vide.
No, piccolo.
Piangi per il nonno? A me manca tanto.
Anche a me manchi, ma dobbiamo essere forti, amore mio. Il nonno è in paradiso ora, sta bene, non preoccuparti. Ha lavorato una vita e ora si riposa, come si merita.
E la mamma? domandò poi.
La mamma? Forse ha dovuto fare un viaggio di lavoro. E tu, come va a scuola?
Bisogna vivere, mi dissi. Non mi ama? Non posso farci nulla. Non si può obbligare nessuno ad amare. Forse nella mia confusione non mi ero accorto di certe cose.
Mentre Matteo pranzava e giocava con i suoi soldatini, mi sono seduto davanti al computer che mia moglie aveva lasciato. Non lavevo mai fatto prima, ma laccesso era semplice. Lei non aveva cancellato le sue ultime email. E lì ho trovato conferma: un amore nuovo, travolgente; e io diventato improvvisamente luomo non amato. Per dieci anni ero stato il suo «tesoro», dopo otto anni di lotta per avere un figlio ero diventato il «nostro papà». Ora, tutto cambiato. Bisognava adattarsi.
Prima di tutto serviva un lavoro. Nessuno si interessava al mio titolo di studio universitario. I pochi euro del sussidio di disoccupazione non risolvevano i problemi.
Mi chiedevo dove avessi sbagliato, perché mia moglie, una donna solida e responsabile, fosse diventata improvvisamente una sconosciuta. Lunica spiegazione che trovavo era una: era impazzita. La nostra casa costruita mattone su mattone era rimasta incompiuta, ma almeno un tetto sopra la testa ce lavevamo, e una stanza era abitabile.
Lavoro, quanto mi servi! avrei voluto piangere ancora, ma non cera tempo. Dovevo agire.
Diverse settimane di ricerca, senza successo. Un figlio piccolo e la mia solitudine abbassavano al minimo le possibilità. Una sera, ormai sconsolato dopo lennesimo rifiuto, squilla il telefono: era mio compare, Romano.
Fabio, allora? È tornata tua moglie?
No, Roman, non è tornata.
Ti va di lavorare come magazziniere?
Davvero?
Sì, certo. Capisco che sei a pezzi dopo Francesca, ma è una proposta seria. Turno spezzato, così puoi andare a prendere Matteo a scuola o lasciarlo in doposcuola. Lo stipendio è 1200 euro al mese. Non è molto, ma meglio di niente. Domani ti porto un po di patate, cipolle e un pollo.
Guarda che tengo ancora le galline! Ci danno le uova.
Fai bene, non toccarle. Ti danno da mangiare.
Grazie Roman. E tua moglie, Gina?
Se la cava. È una forza.
Lui era sempre così, nonostante Gina stesse facendo la chemioterapia dopo un intervento difficile, non si era mai lamentato. Sospirai. Forse anche per me cera speranza. Ringraziai il Signore. Lui non tradisce mai.
Il lavoro era semplice. Mi lasciava tempo per riflettere su quanto accaduto, anche piangere in solitudine.
I giorni, le settimane, i mesi passarono. Dopo un anno, sentii di poter finalmente ridere, mangiare, dormire e gioire dei traguardi di Matteo. La ferita del tradimento si riapriva ogni volta che lei veniva a prendere Matteo, ma non le ho mai impedito di vederlo: non dovevo usare il bambino come strumento di vendetta. Mi mordevo il labbro per non chiederle dove avessi sbagliato, anche se ormai avevo capito che si era accesa in lei una passione improvvisa per un altro uomo. Mi tornarono in mente le parole di un vecchio film: Lamore dura fino alla prima curva, poi comincia la vita vera. Io non li ho mai separati, per me erano la stessa cosa. Per lei, invece?
Lautunno quellanno sembrava un prolungamento dellestate, caldo, con le foglie ancora verdi e le voci allegre dei bambini nelle piazze tra le aiuole di astri e crisantemi. Il giorno in cui incontrai lo sguardo intenso di Marcello era come tanti altri, forse con un sole appena più caldo, forse con la musica un po più alta dallappartamento accanto, o forse semplicemente era giunta lora che il destino facesse incontrare due solitudini.
Signore, posso aiutarla? Tutto questo peso… mi disse mentre uscivo dal supermercato con le borse.
Sono abituato.
Male, molto male, che un uomo così affascinante si sia abituato a portare pesi così grandi da solo.
Lei aiuta tutti? È di ronda qui fuori? scherzai.
Aspetto sempre qui, finché non vedo qualcuno che mi meriti. E finalmente è arrivato.
Era impossibile non ridere. Ridiamo, fino alle lacrime.
Marcello, si presentò porgendomi la mano, gli occhi luccicanti di allegria.
Fabio, risposi.
«Fabio, Fabio, marito di unaltra». Mai sentita quella canzone?
No. Ma non sono più marito.
Finalmente! Incontro un uomo così e lui è libero. Tutti matti o ciechi in questa città?
Battute ne ha quante ne vuole. E con la serietà come va?
Anche quella non mi manca. Fabio, usciamo al cinema stasera? Parliamo un po?
Oggi no, devo andare a prendere mio figlio al doposcuola.
Incredibile. Ha un figlio? Ma lei sembra un ragazzino
Ho 35 anni.
Coincidenza! Anchio.
Tutti gli uomini sognano un figlio. Ma dove sta sua madre?
Preferisco non parlarne.
Giusto. Allora magari nel weekend. Anche con tuo figlio, se vuoi, a un film per bambini.
Il weekend è con il padre.
Fabio, non voglio metterti a disagio. Se hai un momento libero, chiamami. Ecco il mio biglietto da visita, cè il numero. In effetti sono un pediatra, ematologo.
Un lavoro più serio non esiste.
E tempo per cercare uomini non ne ho, credimi.
Daccordo Marcello. Ti chiamerò, risposi sinceramente.
Ti aspetto.
Quel periodo fu una benedizione. Il sole gentile dautunno colorava gli alberi di mille sfumature. Le belle giornate ci portarono a scoprire insieme tutti i parchi della città. Tra noi si fece strada una tenerezza nuova, mai provata. Dopo sei settimane dalla prima passeggiata, fu lui timidamente a suggerire: Vieni a casa mia per un tè?
Fabio, non offenderti, non posso venire oggi da te. È tutto troppo importante, preferisco occuparmene per bene io, capisci?
Quel weekend partimmo per il Parco della Lessinia, dove aveva affittato una casetta che sembrava un piccolo castello. Dentro, accogliente e pulito, io vedevo solo i suoi grandi occhi castani, e mi perdevo lì, nel suo abbraccio. Non sapevo che la complicità tra uomo e donna potesse essere così dolce.
Marcello, dove sono, cosa mi sta succedendo? Forse sto morendo, mi sento così bene, come ho fatto a vivere senza di te? Ti amo!
Tu sei meraviglioso! Quanto sono fortunato!
Dopo qualche mese separarci era diventato impossibile.
Fabio, sposami.
Ma il divorzio sarà valido solo a fine mese.
E allora ci sposiamo subito dopo, per non rischiare che ti porti via qualcun altro.
Credo che questa ragazza (ironizzai su me stesso) abbia già scelto…
Rimasero testimoni solo Romano e Gina. Mia madre e Chiara mandarono una lunga lettera di auguri. Poi ci trasferimmo in un appartamento di due stanze preso da Marcello. Lo sistemammo insieme, soprattutto pensammo alla cameretta di Matteo, che aveva già conosciuto Marcello ma restava distante: per lui mamma e papà erano ancora come le due metà di una mela.
Fabio, non spaventarti, ma vorrei fare un esame del sangue a Matteo. Lo vedo troppo pallido.
Dai, Marcello, sarà lo stress. È stato uno shock per lui il nostro divorzio, sperava sempre che non succedesse più.
Hai ragione, anche io quando ero bambino ho vissuto la separazione dei miei genitori come se mi crollasse il mondo. Ma per sicurezza, controlliamolo sì, tesoro?
Quel giorno Marcello rientrò a casa con lo sguardo basso. Capì subito che qualcosa non andava.
Fabio, non agitarti. Cè unanomalia nei valori del sangue di Matteo. Meglio indagare subito. Domani lo porto con me.
Mi sembrava di dover pagare il prezzo della felicità. Che prezzo alto… Leucemia. Che parola terribile.
Iniziò una nuova vita. Presi un congedo dal lavoro: non potevo lasciare Matteo da solo ad affrontare aghi, flebo e prelievi. Gli tenevo stretta la mano e gli sussurravo: Resisti, amore mio! Tu sei il mio piccolo eroe! Non ti lascerò mai.
Quando ero a pezzi, Marcello mi obbligava a riposare, restando lui con Matteo. Dormivo poco, spesso più che altro fissavo il soffitto.
Dal suo ex, invece, solo richieste di uscire dalla casa incompiuta.
Al bambino ci penso io, verrà da me a casa sua, disse freddo.
Potevi venire a trovarlo, piuttosto
Non posso, sono in viaggio di lavoro.
Quando lo raccontai a Marcello, lui mi accarezzò la spalla:
Fabio, lasciamo il passato. Ce la faremo da soli.
È solo ingiusto… Ho investito tutto in quella casa Ma adesso dobbiamo solo pensare a Matteo.
E allora pensa solo a lui. A tutto il resto penso io. Ho sempre sognato una famiglia, Dio lo sa. Non ci toglierà la nostra felicità.
E lesito degli esami?
Stiamo facendo tutto il possibile, per ora non migliora.
Soffrivo in silenzio, stando attento che Matteo non se ne accorgesse.
Zio Marcello, cosa ho nel sangue?
Vedi, nel nostro sangue ci sono barchette rosse e bianche. Le tue fanno una battaglia
E chi vince?
Per ora quelle bianche, ma possiamo aiutare le rosse.
Papà, portami via. Sono stanco.
Fabio, portiamolo nella nostra casetta in montagna. Qui la primavera esplode, il tempo è bello. Cammineremo nei boschi, troverà pace.
La nostra valle si riempì di fiori e alberi in fiore. Camminavamo nei sentieri, felici di ogni fiorellino, di ogni filo derba, anche se a volte Matteo si bloccava quieto, assorto.
Matteo, che succede?
Papà, non disturbare… sto facendo la battaglia navale.
La vacanza passò in fretta. Matteo migliorò: aveva di nuovo un po di colore sul viso.
Papà, dovè la mamma?
In viaggio di lavoro, amore.
Al rientro in ospedale, nuovi esami. La caposala del laboratorio venne a chiamare Marcello di persona.
Dottor Marcello, dove avete portato il ragazzo?
In Lessinia, a respirare. Ma perché?
Il sangue va benissimo. È in remissione.
Marcello corse in stanza felice.
Matteo! Stai meglio! Fabio, non piangere, sta guarendo! Matteo, cosa hai fatto?
Papà, ti ricordi delle barchette? Ho fatto vincere sempre quelle rosse.
Questa storia mi ha insegnato che, anche quando il mondo sembra crollare, la forza si trova nellabbracciare chi si ama, nel chiedere aiuto senza vergogna, e nel credere che dopo ogni autunno la primavera torni, portando nuovi colori e una possibilità di rinascita per tutti.







