PENSIERAI CHE HO ESAGERATO… — Ma chi pensi che possa ancora aver bisogno di te, vecchia strega? Se…

TANTO RUMORE PER NULLA…

Ma chi ti vuole davvero, vecchia arpia? Sei solo un peso per tutti. Vai in giro puzzando, rendi la vita difficile a chiunque. Se fosse per me Ma purtroppo tocca sopportarti. Ti odio!

Mi viene ancora da tossire al pensiero di quel giorno. Solo un attimo prima chiacchieravo con mia nonna, Assunta Montanari, tramite una videochiamata. Era uscita per un secondo.

Aspetta un attimo, tesoro, torno subito mi aveva detto, sollevandosi dalla poltrona con il solito sospiro e sparendo nel corridoio.

Il cellulare era rimasto sul tavolo, con la videocamera e il microfono ancora accesi. Intanto io avevo aperto una schermata sul computer. Poi successe tutto allimprovviso. Una voce femminile arrivava dal corridoio, acida e sferzante.

Pensai di aver sentito male. Ma guardando lo schermo capii che non era frutto della mia immaginazione: si intravedevano mani sconosciute, poi la sagoma di una donna, poi finalmente il volto.

Elena. La moglie di mio fratello. Sì, la voce era la sua.

Si avvicinò al letto della nonna, sollevò il cuscino, poi frugò sotto il materasso.

Sta lì a bere il tè Magari schiattasse in fretta, giuro. Che senso ha tirarla così per le lunghe? Nessuno. Tanto non serve a niente, respira e occupa spazio… borbottava la donna sottovoce.

Rimasi immobile con il fiato sospeso. Di lì a poco, Elena uscì dalla stanza senza accorgersi della telecamera. Non molto dopo tornò la nonna. Aveva un sorriso, ma negli occhi non cera luce.

Eccomi qua. E allora, lavoro tutto bene? chiese, fingendo normalità.

Annuii con un cenno secco, ancora incapace di parlare, mentre dentro di me già cresceva una rabbia cieca. Avrei voluto correre subito a ribaltare tutto, buttare Elena fuori dalla vita della nonna.

La nonna Assunta Montanari era sempre stata una roccia. Mai aveva alzato la voce; quella sua severità da insegnante era forgiata da quarantanni nelle scuole elementari, con i bambini e i loro genitori. Faceva amare anche Dante e Petrarca ai suoi alunni. Dopo la morte del nonno, era rimasta composta, ma la schiena si era un po incurvata, si vedeva che soffriva spesso di acciacchi e usciva di rado. Il sorriso non era più lo stesso, ma la vitalità non le mancava. Per lei, ogni età aveva la sua bellezza e sapeva vivere con leggerezza anche nel presente.

Io ho sempre voluto bene alla nonna. Al suo fianco sentivo che niente poteva andarmi storto: lei trovava sempre una soluzione. Quando morì il nonno, la nonna regalò la casa in campagna a mio cugino per pagargli luniversità, e a me diede i suoi ultimi risparmi per anticipare la caparra del mutuo.

Quando mio fratello Carlo, dopo il matrimonio, si lamentò per laffitto salato, la nonna propose subito una soluzione: cera posto nel trilocale, così almeno lei non sarebbe rimasta sola e qualcuno avrebbe potuto aiutarla se avesse avuto un problema di pressione o di glicemia.

Mi annoio già da sola, meglio avere compagnia. E ai giovani fa sempre bene una mano diceva allegra.

Era stabilito che Carlo lavrebbe tenuta docchio e io, intanto, le portavo la spesa, le medicine, davo una mano con le bollette. Lo stipendio me lo permetteva, ma soprattutto la coscienza. A volte le davo dei contanti, altre volte facevo un bonifico, o conoscendo la sua abitudine a mettere sempre da parte per le emergenze portavo direttamente da mangiare: pesce, carne, frutta, latte, tutto per nutrirla bene.

Devi stare in salute, soprattutto con il diabete che ti porti dietro la sgridavo.

Lei ringraziava, ma abbassava gli occhi, quasi le pesasse imporsi sugli altri.

La moglie di Carlo, Elena, non mi era mai piaciuta. Troppo zuccherosa, quei modi soavi che mal si accordavano con quello sguardo freddo e indagatore, senza un briciolo di empatia. Ma non mi intromettevo: erano affari loro. Giusto ogni tanto chiedevo a nonna se tutto andava bene.

Tutto bene, cara mia mi rassicurava lei sempre. Elena cucina, tiene la casa pulita. È giovane, doveva solo imparare, ma lesperienza arriva, vedrai.

A ripensarci adesso, mi accorgo che mentiva. In pubblico Elena era agnellina, ma senza testimoni

Nonna, ho sentito tutto Cosera quella scenata?

Restò un attimo ferma, come chi non capisce o preferisce non capire, poi si girò.

Figurati, Patrizia sospirò. Elena è solo stressata. Un periodo difficile, Carlo è sempre fuori città per lavoro. Tutto qui.

Strinsi gli occhi per scrutarla meglio: ogni ruga mi pareva nuova, e negli occhi di nonna non cera più la sua solita energia. Ostinazione sì, ma anche tanta stanchezza e sopra tutto una nuova ombra: la paura.

Stressata? Nonna, ma hai capito bene che parole ti ha detto? Non è uno scatto di nervi. È odio…

Patrizia… mi interruppe piano. Non facciamone un dramma. È giovane, impulsiva. È vero, sono una vecchia. Io ormai non ho bisogno di molto.

Nonna, non prendermi in giro, eh sbottai io. O mi dici tutto, o salto in macchina e arrivo lì entro unora. Scegli tu.

La nonna tacque e sembrò ancora più curva, si sistemò gli occhiali, la maschera crollò. Davanti a me non cera più la donna forte che avevo sempre ammirato, ma una fragile vecchietta.

Non volevo disturbarti iniziò. Sei piena di lavoro, pensieri, che bisogno hai di queste beghe? Pensavo si sarebbe sistemato tutto

La faccenda con Elena era ben peggiore di quanto mi fosse parso. Una storia lunga e sconcia.

I giovani si erano trasferiti da lei pieni di valigie e promesse, convinti di racimolare i soldi per il mutuo in pochi mesi. Allinizio la nonna era felice: la casa si era riempita, si sentivano passi alla mattina, profumo di cucina, un po di sorrisi anche se forzati. Elena, perlomeno i primi tempi, si impegnava: sfornava dolci, portava il tè, accompagnava la nonna in ambulatorio.

Poi Carlo partì per lavorare a Milano, e tutto cambiò allimprovviso.

Allinizio era solo irritabile raccontava la nonna. Pensavo fosse colpa della lontananza. Poi ha cominciato a prendersi tutta la spesa per sé, dicendo che tu ne portavi troppa, che a lei serviva di più, doveva pure avere un bambino, era giovane E io? Io ormai posso anche dimagrire, forse mi fa bene.

Scoprì così che Elena si era fatta prestare soldi dalla nonna i miei soldi, quelli delle medicine per comprarsi il frigorifero che poi chiuse a chiave nella sua stanza. Tutto il meglio che le portavo finiva là dentro.

I soldi, ovviamente, non li restituì. Anzi, cominciò pure a cercare i nascondigli della nonna per rubarle altro.

Si è presa pure la tv. Diceva che mi rovinava la vista sospirò la nonna, asciugandosi una lacrima col dorso della mano. Anche linternet ogni tanto me lo stacca. E io… io ricevo chiamate, leggo le notizie, cerco ricette online Mi sento come in prigione.

Ma a Carlo non hai detto niente? chiesi con voce rotta.

Scosse la testa.

Ha minacciato che, se io avessi parlato, avrebbe accusato me di averle fatto perdere il bambino, di averle creato ansie. Io non so neanche se sia stata davvero incinta, ma dice che tutti lavrebbero compatita e incolpato me.

Io non rispondevo, mi veniva da urlare e maledire quella vipera. Ma mi limitai a dire:

Nonna, nessuno può trattarti così. Nessuno. Né giovani, né vecchi, né amici né parenti.

La nonna scoppiò a piangere e io cercai di calmarla, anche se sapevo che il peggio doveva ancora venire. Non sarei rimasta zitta.

Mezzora dopo, con mio marito Marco, ero già sullauto verso casa Montanari. Gli raccontai tutto per strada; allinizio non ci credeva, ma non avrebbe mai dubitato di me.

La nonna ci aprì subito, stringeva tra le dita un fazzoletto e non riusciva a guardarci.

Ma siete venuti senza avvisare? Neanche il tempo di preparare il tè…

Non siamo qui per il tè, nonna, risposi calma. Siamo venuti a ristabilire la giustizia. Dovè Elena?

Non lo so, sarà uscita Venite avanti, ormai siete qui.

Superata la soglia, mi precipitai in cucina: il frigorifero era quasi vuoto, solo qualche cartone di latte avariato, una decina di uova, cetrioli in salamoia pieni di muffa. Nel congelatore cera solo ghiaccio.

Mi rivolsi a Marco: annuì. Agimmo in fretta. La stanza di Elena era chiusa a chiave, ma Marco forzò la serratura con un cacciavite.

Dentro trovammo il frigorifero personale. E sì, tutti gli yogurt che avevo portato pochi giorni prima, il formaggio, la salamella fatta in casa, perfino cetrioli e pomodori.

Incassai la rabbia, mi trattenni con fatica. Raggiungemmo la camera della nonna in attesa.

Elena rientrò dopo mezzora.

Chi ha aperto la mia porta?! gridò furiosa, stringendo i pugni.

Io uscii allo scoperto.

Sono stata io.

Lei rimase di sasso. Dopo istanti di silenzio, riprese a ringhiare.

E tu chi ti credi di essere, per entrare nella mia stanza?

Mi avvicinai piano, guardandola dritto negli occhi. Lei era bella bassa.

Io sono la nipote della padrona di casa. E tu invece? Hai dieci minuti per raccattare le tue cose. Altrimenti le butto dalla finestra. Hai capito?

Lo dico a Carlo!

Diglielo pure a chi ti pare! Carlo non cè. E se serve, ti trascino per i capelli fuori da questa casa.

Elena sbuffò, ma entrò in camera, raccogliendo le sue cose e insultando me sottovoce. Io la fissavo impassibile.

La nonna era nellingresso, piangeva in silenzio.

Patrizia, ma che fai Il vicinato sentirà la scena…

Solo allora la raggiunsi, stringendola forte.

Non è uno scandalo, nonna. Stiamo solo facendo pulizia.

Rimanemmo a dormire da Assunta e il giorno dopo le riempimmo frigorifero e cassetta delle medicine. Prima di salutarci, la nonna piangeva ancora, speravo non per paura della solitudine o per il peso del senso di colpa. Le vietai assolutamente di far rientrare Elena, a qualsiasi pretesto.

Quella sera stessa fu Carlo a chiamarmi. Urlava da far tremare il telefono.

Sei impazzita? Elena piange, dove deve andare ora? Ti pare che puoi fare tutto solo perché hai soldi?

Io chiusi la telefonata. Dopo qualche ora, gli mandai un messaggio vocale:

Faresti meglio a informarti. La tua dolce Elena tormentava la nonna, la lasciava senza cibo. Piuttosto, non dimenticare che la nonna ti ha dato tutto quello che aveva. Se provi solo a tornare con quella vipera, vi butto fuori entrambi.

Carlo non rispose. E non ce nera bisogno.

Elena si stabilì provvisoriamente da unamica. Sui social scriveva status su «parenti tossici» e «gente falsa». Carlo le metteva il like. Di loro non sentii più niente.

La casa di nonna Assunta tornò tranquilla e accogliente. Dopo qualche settimana mi chiese di insegnarle a guardare le serie tv sul cellulare: iniziò con «Il Maestro e Margherita», poi passò alle commedie. Qualche volta ci mettevamo insieme davanti allo schermo.

Da quanto non ridevo così, mi confessò una sera. Mi fanno male le guance!

Io le sorrisi. Finalmente avevo ritrovato la pace. Un tempo era lei a proteggere me, ora ero io a proteggere lei.

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Papà della Domenica