Ho aiutato un senzatetto offrendogli una cena calda, ma il giorno dopo la Polizia è arrivata a casa …

Lavoro come cuoca in una piccola trattoria accogliente di Bologna. Era la fine del turno, stavo spegnendo le luci sopra il bancone e infilandoci il cappotto quando, attraverso la vetrina, ho notato un uomo seduto sul marciapiede, poco lontano dallingresso.

Era rannicchiato su se stesso, tremando per il freddo pungente di gennaio. Accanto a lui, appoggiato alle gambe, cera un cane di grossa taglia, dal pelo arruffato ma con occhi buoni. Sembravano entrambi esausti, affamati e terribilmente soli.

Mi si è stretto il cuore. Mi sono ricordata che in cucina avevo ancora una porzione di minestrone caldogiusto la dose per una personae mi sarebbe dispiaciuto buttarlo via. Lho riscaldato, ho raccolto un po di pane raffermo anche per il cane e, dopo aver impacchettato tutto nei contenitori, mi sono fatta coraggio e sono uscita da loro.

Quando ho porso la ciotola di zuppa alluomo lui mi ha guardata negli occhi: in quello sguardo cerano una stanchezza infinita, ma anche una gratitudine semplice, sincera.

Mi ha ringraziato più volte. Confessò che non mangiava da oltre un giorno. Il cane scodinzolava piano, come se volesse ringraziarmi a modo suo. Luomo iniziò a mangiare piano, con attenzione, come se temesse che la pioggia potesse portare via quel piccolo dono da un attimo allaltro. Li guardavo e sentivo, nel mio cuore, che il giorno aveva finalmente trovato un senso.

Quella sera rincasai avvolta da una serenità particolare. Bastava davvero un piccolo gesto per sentire che la giornata non era stata sprecata.

Il mattino seguente, però, bussarono alla mia porta.

Aprii e sul pianerottolo cerano due carabinieri.

Signora Lucia Romano? Siete accusata di aver avvelenato un uomo. Dobbiamo accompagnarla in questura, disse uno mostrando il distintivo.

Mi mancava il respiro.

Ma quale avvelenamento? Io io ho solo dato un po di minestra calda a quel poveruomo fuori dal mio locale!

Non vollero sentire ragioni. Avevano i video delle telecamere allingresso della trattoria: era evidente che avevo consegnato il cibo alluomo, che secondo le testimonianze, quella fu lunica cosa che aveva mangiato quel giorno. Dopo qualche ora, si sentì male.

Più tardi venni a sapere che luomo era stato portato durgenza allospedale SantOrsola per una grave intossicazione alimentare. Era in coma. Era questione di vita o di morte.

Passai giorni interi in questura, agitata, cercando di ricordare se avessi commesso qualche errore nella preparazione. Se il minestrone fosse andato a male. Ma ero certa: era tutto fresco. Non capivo cosa fosse successo.

Solo dopo qualche giorno, arrivò una verità persino più agghiacciante del semplice avvelenamento.

Quella stessa notte, non molto lontano dalla trattoria, unassociazione di volontari distribuiva pasti caldi ai senza tetto. Qualcuno aveva approfittato della confusione e avvelenato i loro contenitori: i pasti erano identici ai miei, ma pieni di veleno.

In quel quartiere, molti senza tetto quellinverno finirono in ospedale con gli stessi sintomi. Qualcuno aveva deciso di ripulire la città dagli scarti, come se le vite di quelle persone non valessero nulla.

Solo luomo davanti al mio locale aveva ricevuto cibo genuino, preparato con il cuore. Più tardi, però, anche lui aveva accettato un pasto dagli aiuti di strada, rimanendo vittima di quellorribile crudeltà.

La situazione si chiarì e mi lasciarono libera, tra mille scuse, ma la serenità non ritornò più a trovarmi.

Perché da qualche parte, magari nello stesso isolato, cera qualcuno che aveva scelto, senza alcuna pietà, di togliere la vita ai più deboli. E nessuno sapeva chi fosse.

Da quel giorno ho capito che la gentilezza, anche nella sua semplicità, può affrontare anche la cattiveria più nera. Ma abbiamo tutti la responsabilità di non voltarci mai dallaltra parte, per fare in modo che, ogni giorno, sia davvero speso con un senso.

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