Una risposta inaspettata
Giulia non aveva mai sopportato Andrea. Per tutti e sette gli anni in cui era stata sposata con il suo migliore amico, Matteo.
La infastidiva la sua risata fragorosa, quella giacca di pelle ridicola, e poi quel modo di dare pacche sulle spalle a Matteo e urlare: «Vecchio mio, fammi indovinare, tua moglie è di nuovo su tutte le furie!», che mandava Giulia fuori di testa.
Matteo si limitava a scrollare le spalle: «È un tipo strano, ma ha davvero un cuore doro.» E ogni volta Giulia si arrabbiava anche con Matteo: quel cuore doro non era una scusa per rovinarle la serata.
Quando Matteo morì scivolò, cadde Andrea, con la sua assurda giacca di pelle, stava in disparte al funerale, silenzioso e impacciato. Guardava oltre le teste degli altri, come se riuscisse a vedere qualcosa che sfuggiva a tutti.
Giulia aveva pensato allora: «Ecco, è finita. Finalmente mi lascerà in pace, per fortuna.»
E invece non fu così. Una settimana dopo si presentò. Bussò alla porta del suo triste, silenzioso appartamento rimasto solo.
Giulia, le disse in tono impacciato, ti do una mano almeno a pelare qualche patata o che serve?
Non serve nulla, rispose lei attraverso la porta lasciata solo un poco aperta, la voce piatta e vuota.
Serve, invece, replicò lui con ostinazione, e si infilò in casa come una corrente daria.
Così cominciò.
Andrea aggiustava tutto quello che si rompeva. A Giulia sembrava quasi che le cose si rompessero apposta, solo per dargli una scusa per venire.
Arrivava sempre con le buste piene di spesa, così pesanti che pareva stesse facendo provviste per un assedio.
Portava in giro al parco suo figlio Tommaso, che tornava sempre allegro e chiacchierone, e questo faceva male: con Matteo, Tommaso era sempre stato molto serio e raccolto.
Il dolore era diventato la compagna silenziosa di Giulia. Acuto, quando trovava un vecchio calzino di Matteo. Sordo e costante, quando la sera preparava due tazze di tè, come se lui dovesse tornare a casa. Oppure quel dolore strano, sottile, quando vedeva Andrea quellAndrea insopportabile sistemare la tavola e mettere le posate nei posti sbagliati.
Andrea era uno specchio storto di Matteo, un ricordo che si muoveva per casa. Giulia avrebbe voluto che lui sparisse, ma presto capì di aver paura di restare davvero sola Forse avrebbe preferito la pena alla solitudine.
Le amiche sussurravano: «Giulia, è palese che sia innamorato di te! È la tua occasione!» Sua madre diceva: «Guarda, un bravuomo così non si trova due volte!» E Giulia si arrabbiava: sentiva che Andrea stava rubando il suo dolore, sostituendolo con un’affannosa, fastidiosa cura.
Un giorno, quando arrivò con un altro enorme sacco di patate («era in offerta!»), lei non riuscì più a trattenersi:
Andrea, basta! Noi ce la caviamo. Capisco, tutto questo tu ti stai prendendo cura di me
Ma io non sono pronta. E non lo sarò mai. Sei lamico di Matteo. Resta quello, per favore.
Si aspettava che lui si offendesse, dicesse qualcosa per giustificarsi. E invece Andrea arrossì, come un ragazzino colto in fallo, e abbassò lo sguardo:
Ho capito. Scusami.
E se ne andò. La sua mancanza fece più rumore della sua presenza.
Tommaso domandava: «Ma dove è andato zio Andrea? Perché non viene più?» E Giulia, abbracciandolo, pensava: «Perché sono proprio stupida. Ho mandato via lunica persona che non veniva a chiedere qualcosa, ma solo a dare.»
Andrea tornò due settimane più tardi. Suonò che era già tardi, la pioggia dautunno addosso e odore di vino. Gli occhi erano stanchi, persi, ma determinati:
Posso? Solo un attimo. Dico quello che devo e vado via.
Lei lo fece entrare.
Andrea si sedette su uno sgabello accanto allingresso, la giacca ancora bagnata addosso.
Non dovrei cominciò, la voce roca per lemozione Ma non ce la faccio più a tenerlo dentro. Hai ragione. Mi sono comportato da stupido. Però io gli avevo fatto una promessa.
Giulia rimase immobilizzata, appoggiata contro il muro.
Quale promessa? sussurrò.
Lo sguardo di Andrea la trafisse, pieno di un dolore così umano che le strinse il cuore.
Lui lo sapeva, Giulia. Non di certo, ma lo sospettava. Aveva una bomba in testa, unaneurisma. I medici gli avevano dato un anno, due al massimo. Non te lha detto, non voleva spaventare nessuno. Ma a me a me sì. Un mese prima della sua caduta.
Il mondo, già crepato, di Giulia crollò su se stesso. Si lasciò scivolare a terra, la schiena contro il muro dellingresso. Il cuore le batteva nella gola.
E cosa cosa ti ha chiesto? chiese piano.
Mi disse: «Andrea, sei lunico che mi fido davvero. Se succede qualcosa prenditi cura dei miei. Tommaso è ancora piccolo, Giulia lei sembra forte, ma dentro può andare in pezzi. Non lasciarla crollare, Andrea!» Io gli dissi: «Ma dai, Matteo, vivrai cento anni!» E lui la voce di Andrea si incrinò Mi guardò calmo, e disse: «Prova a far innamorare Giulia di te. Non deve restare sola. E poi tu le hai sempre voluto bene. Così sarebbe giusto.»
Andrea si zittì.
E basta? Giulia quasi non respirava.
Mi disse anche, Andrea si asciugò il volto con una mano che prima mi avresti odiato. Perché sarei stato il suo ricordo che cammina. Ma che dovevo resistere. Aspettare Che poi magari ti saresti abituata. E poi come dice il destino.
Andrea si alzò faticosamente.
È tutto qui. Ho fatto come sapevo. Speravo Ma tu. Tu mi hai guardato in quel modo E ho capito. Non ce la faremo mai. Sarò sempre solo «Andrea, amico di Matteo». Quindi, ho fallito. Non ho tenuto fede alla sua promessa. Scusami.
Allungò la mano verso la porta.
E proprio in quellistante, Giulia accolse dentro di sé la verità bruciante e insopportabile. Accettò quellamore spaventoso di Matteo, che pensava a loro persino davanti alla morte. Capì la testardaggine, quasi cavalleresca, di Andrea, che aveva portato la sua croce per due anni, senza mai aspettarsi nulla.
Andrea, lo chiamò piano.
Lui si voltò. Negli occhi ormai non cera speranza. Solo stanchezza.
Hai aggiustato il rubinetto che Matteo ci provava da due anni e non ci riusciva mai.
Sì.
Hai portato Tommaso in campagna proprio il giorno in cui io piangevo chiusa in bagno per la disperazione.
Sì
Ti sei ricordato del compleanno di mia madre, quando perfino io me ne ero dimenticata.
Lui annuì in silenzio.
E tutto questo solo perché te lo ha chiesto lui?
Andrea sospirò:
Allinizio sì. Poi poi è diventato necessario. Non potevo fare altrimenti.
Giulia si rialzò da terra, andò verso di lui. Guardò quella giacca di pelle assurda. Guardò il viso stanco, segnato. E, per la prima volta in due anni, non vide lombra di Matteo. Vide Andrea. Luomo che era stato amico di suo marito e ora si era preso il compito di amare la sua famiglia.
Resta, disse, con una certezza nuova nella voce bevi un po di tè caldo. Sei tutto infreddolito
Lui la fissò, incredulo.
Come amico, aggiunse Giulia, e nelle sue parole non cera più il ghiaccio, ma qualcosa di caldo, che respirava. Come il miglior amico di Matteo. Finché non ti stanchi.
Andrea sorrise. Il suo vecchio sorriso, quello che prima la faceva innervosire.
Un tè? domandò. Non è che cè anche una birra?
Giulia scoppiò a ridere. Era la prima volta dopo tanto tempo. E capì, anzi sentì: non avrebbe più respinto la mano, anche se coperta da un guanto di pelle assurdo, che, tremando, cercava semplicemente di salvarla.







