Il vecchietto si alzò a fatica dal letto e, sorreggendosi al muro, andò nella stanza accanto. Alla luce soffusa della lampada notturna, guardò con occhi stanchi la moglie distesa: «Non si muove! Non sarà morta?», si inginocchiò. «Sembra che respiri». Si rialzò e andò lentamente in cucina. Bevve un po’ di kefir, passò in bagno. Poi tornò nella sua stanza. Si sdraiò, ma il sonno non venne: «Io e Lena abbiamo novant’anni. Quanto abbiamo vissuto! Presto moriremo, e non c’è nessuno accanto. La nostra figlia, Natalia, è morta che non aveva nemmeno sessant’anni. Massimo è morto in carcere. C’è la nipote, Oxana, ma vive in Germania da vent’anni. Di noi non si ricorda più. Avrà già dei figli grandi, chissà». Non si accorse di essersi addormentato. Si svegliò al tocco di una mano: – Costantino, sei vivo? – si sentì una debole voce. Aprì gli occhi. Su di lui chinata la moglie. – Cosa c’è, Lena? – Ti vedevo immobile. Mi sono spaventata, ho pensato fossi morto. – Sono ancora qui! Vai a dormire! Si sentirono passi strascicati. Un clic dal cucinino. Elena Ivanovna bevve un bicchiere d’acqua, andò in bagno e tornò nella sua stanza. Si sdraiò, pensierosa: «Così, un giorno mi sveglierò e lui sarà morto. Che farò? O forse morirò prima io? Costantino ha già pensato persino al nostro funerale. Non avrei mai immaginato che si potesse organizzare il proprio funerale! Ma forse è meglio così. Chi ci seppellirà? La nipote si è proprio dimenticata di noi. Solo la vicina, Paola, entra ogni tanto. Ha le chiavi di casa. Il nonno le dà diecimila euro dalla nostra pensione. Lei ci fa la spesa e compra le medicine. E noi dal quarto piano da soli non scendiamo più». Costantino Leonidovich aprì gli occhi. Il sole filtrava dalla finestra. Uscì sul balcone. Vide la cima verde del ciliegio selvatico. Gli spuntò un sorriso: «Ecco, siamo arrivati all’estate!» Andò a chiamare la moglie. Lei era seduta sul letto assorta nei pensieri. – Lena, basta malinconia! Vieni, ti faccio vedere una cosa. – Oh, non ho più forze! – la signora si alzò a fatica – Cos’hai in mente? – Vieni, dai! La sorresse fin sul balcone. – Guarda, il ciliegio è verde! E tu che dicevi: non arriveremo all’estate. Ci siamo arrivati! – Davvero! E il sole splende. Si sedettero sulla panca del balcone. – Ti ricordi quando ti ho invitata al cinema? Eravamo ancora a scuola. Anche quel giorno il ciliegio era tutto verde. – Come dimenticare? Quanti anni sono passati? – Più di settanta… Settantacinque. Rimasero a lungo a ricordare la giovinezza. Tante cose si scordano con l’età – anche cosa hai fatto ieri – ma la giovinezza non si scorda mai. – Oh, ci siamo messi a chiacchierare! – si riscosse la moglie – E non abbiamo nemmeno fatto colazione. – Lena, prepara un buon tè! Basta con queste erbe! – Ma il medico ha detto di no… – Almeno un tè leggero, e un cucchiaino di zucchero. Costantino Leonidovich sorseggiò il tè leggero, gustando un piccolo panino al formaggio e ricordando i tempi in cui la colazione era tè forte, dolce, e magari un bombolone caldo o una pizzetta fritta. La vicina entrò sorridendo: – Come va? – A novant’anni, come vuoi che vada? – rise il nonno. – Se scherzate, tutto bene! Vi serve qualcosa? – Paola, compra un po’ di carne! – chiese Costantino Leonidovich. – Ma la carne non potete mangiarla. – Il pollo sì! – Va bene, vi preparo una minestra con i tagliolini! – Paola, prendimi qualcosa per il cuore, – chiese la vecchietta. – Elena Ivanovna, ve l’ho presa da poco! – È già finita. – Chiamo il dottore? – Non serve. Paola sparecchiò, lavò i piatti e uscì. – Lena, andiamo sul balcone a prendere il sole, – propose il marito. – Andiamo! Meglio dell’afa di dentro. Tornò la vicina. – Vi mancava proprio il sole, eh? – Che bello qui, Paola! – sorrise Elena Ivanovna. – Vi porto la pappa qui fuori, poi inizio la zuppa per pranzo. – È proprio una brava donna, – disse il nonno. – Che faremmo senza di lei? – E tu le dai solo diecimila euro al mese. – Ma Lena, le abbiamo lasciato la casa e il notaio ha già confermato. – Lei mica lo sa. Restarono così sul balcone fino a pranzo. Per pranzo: brodo di pollo, buonissimo, con carne a pezzetti e patate schiacciate. – Era la stessa minestra che facevo a Natalia e Massimo da piccoli, – ricordò Elena Ivanovna. – E ora, in vecchiaia, ce la devono fare altri, – sospirò il marito. – Vedi, Costantino, è il destino. Moriremo insieme, e nessuno piangerà per noi. – Basta, Lena, non pensiamoci! Andiamo a riposare! – Costantino, non a caso dicono: “Vecchio, bambino due volte”. Anche noi: zuppa passata, pennichella, merenda pomeridiana. Costantino Leonidovich dormì appena e si alzò, inquieto. Forse cambiava il tempo? Andò in cucina. Sul tavolo due bicchieri di succo, preparati con cura da Paola. Li prese e andò dalla moglie. Lei guardava pensierosa fuori dalla finestra: – Lena, perché sei triste? – sorrise il marito, – Bevi il succo! Lei prese un sorso: – Neanche tu riesci a dormire? – Colpa del tempo, la pressione sale. – Anch’io da stamattina mi sento male… Sento che mi resta poco da vivere. Mi raccomando, fammi un bel funerale. – Lena, non dire sciocchezze. Come farò senza di te? – Uno dei due, prima o poi, se ne andrà. – Basta, andiamo sul balcone! Restarono lì fino a sera. Paola portò le frittelle di ricotta. Mangiarono e poi si misero a guardare la TV, come ogni sera. I film nuovi non li capivano più troppo bene; meglio i vecchi film e i cartoni russi. Stasera guardarono un solo cartone. Elena Ivanovna si alzò dal divano: – Vado a dormire. Oggi mi sento stanca. – Allora vengo anch’io. – Fammi guardare bene! – chiese all’improvviso la moglie. – Perché? – Solo per guardarti. Si guardarono a lungo negli occhi. Forse pensavano ai tempi in cui erano giovani e tutto era ancora possibile. – Ti accompagno fino al letto. Elena Ivanovna prese il marito sottobraccio e andarono piano piano. Lui la coprì con cura, poi tornò nella sua stanza. Aveva un gran peso sul cuore. Non riuscì a dormire. Gli sembrava di non aver dormito affatto. Ma le cifre dell’orologio segnavano le due del mattino. Si alzò e andò in camera della moglie. Lei era distesa con gli occhi aperti, fissava il soffitto: – Lena! Le prese la mano. Era fredda. – Lena, che succede? Le-e-na! All’improvviso mancò il fiato anche a lui. Con fatica tornò nella sua stanza. Prese i documenti pronti, li posò sul tavolo. Tornò dalla moglie. La guardò a lungo. Poi si sdraiò accanto a lei e chiuse gli occhi. Vide la sua Lena, giovane e bella come settantacinque anni prima. Lei andava verso una luce lontana. Lui la rincorse, la prese per mano… Al mattino Paola entrò nella camera. Erano lì, abbracciati. Sui loro volti due identici sorrisi sereni. Ripresasi, la donna chiamò il 118. Il medico li guardò e scosse la testa, stupito: – Sono morti insieme. Si vede che si sono tanto amati. Li portarono via. Paola si lasciò cadere sulla sedia vicino al tavolo. E lì vide il contratto per il funerale… e il testamento a suo nome. Appoggiò la testa sulle mani e pianse.

Il vecchio Giuseppe si sollevò dal letto con fatica e, aggrappandosi al muro, si trascinò piano nella stanza accanto. Alla luce tremolante della lampada da notte, scrutò con gli occhi offuscati la moglie distesa nel letto:

«Non si muove E se fosse morta?» Si inginocchiò piano. «No, respira ancora.»

Si rimise in piedi e lentamente andò in cucina. Bevve uno yogurt, usò il bagno. Poi tornò nella sua camera.

Si sdraiò di nuovo, ma il sonno non arrivava.

«Novantanni abbiamo io e Lucia. Che lunga vita Presto toccherà anche a noi, e nessuno è rimasto vicino. La nostra Ornella, la figlia, se nè andata troppo presto, non aveva nemmeno sessantanni. Riccardo morto in prigione. Cè nostra nipote, Federica, ma vive in Germania da ormai ventanni. Forse avrà anche lei dei figli grandi, figurati se si ricorda dei nonni.»

Non saccorse nemmeno di quando si addormentò. Si svegliò di soprassalto, sentendo una mano sfiorarlo:

Giuseppe, ci sei ancora? sussurrò una voce quasi impercettibile.

Aprì gli occhi. Sopra di lui si chinava sua moglie.

Lucia? Che succede?

Ti vedevo lì, immobile Mi sono spaventata, pensavo che ormai…

Sto bene ancora, vai a dormire!

I passi lenti e trascinati di Lucia si allontanarono. Sentì il clic dellinterruttore in cucina.

Lucia bevve un bicchiere dacqua, passò dal bagno, e si diresse alla sua stanza. Si stese sul letto, pensierosa:

«Un giorno mi sveglierò e lui non ci sarà più. E che farò? O forse sarò io ad andarmene prima. Giuseppe ha già organizzato pure il nostro funerale. Mai avrei pensato che uno possa programmare la propria sepoltura. Ma meglio così, chi avrebbe mai pensato a noi? Federica non si ricorda neanche che esistiamo. Lunica che passa ogni tanto è la vicina, Paola. Ha pure le chiavi di casa. Giuseppe le dà cinquecento euro al mese. Fa la spesa, compra le medicine. E dove li spenderemmo, ormai, i soldi? Dal quarto piano manco riusciamo più a scendere senza aiuto.»

Giuseppe riaprì gli occhi. Un sole gentile filtrava dalla finestra. Uscì sul balcone, vide la cima verde di un sambuco. Sorrise:

«Siamo arrivati anche a questestate!»

Andò a vedere come stava Lucia. La trovò seduta sul letto, assorta.

Dai, Lucia, su col morale! Vieni che ti mostro una cosa.

Non ho più energie… sbuffò la moglie alzandosi piano. Cosa hai in mente?

Vieni, dai!

La sostenne per le spalle e la accompagnò fuori sul balcone.

Guarda, il sambuco è tutto verde! E tu che dicevi non saremmo arrivati allestate. Eccoci qui!

Hai ragione, che bellezza, e il sole scalda

Si sedettero insieme sulla panchina del balcone.

Ti ricordi, quando ti invitai al cinema? Eravamo ancora a scuola. Pure quel giorno i rami erano pieni di foglie.

Come dimenticarlo? Quanti anni sono passati?

Più di settantacinque…

Restarono lì, raccontandosi la gioventù, nel modo in cui la vecchiaia lascia cadere i ricordi, tranne quelli della giovinezza: quelli non se ne vanno mai.

Guarda come ci siamo messi a chiacchierare! sospirò Lucia improvvisamente. E non abbiamo neanche fatto colazione.

Dai Lucia, prepara un buon tè! Ne ho abbastanza di queste tisane.

Ma sai che il medico ci ha detto di evitare

Fallo leggero, e mettici almeno un cucchiaino di zucchero!

Giuseppe sorseggiava quel tè quasi trasparente, inzuppando il piccolo panino al formaggio, e pensava a quando la colazione era tè robusto e dolce, con focacce e panzerotti caldi sul tavolo.

Paola entrò, sorridendo con approvazione.

Come va oggi?

Come può andare a due novantenni? scherzò il vecchio.

Se state scherzando vuol dire che state bene. Cosa vi serve dalla spesa?

Paola, prendi un po di carne! chiese Giuseppe.

Ma la carne non dovreste…

Quella di pollo sì, il dottore ha detto che va bene.

Va bene, faccio io. Vi preparo anche una minestra di tagliolini!

Paola, compra anche qualcosa per il cuore, chiese Lucia a bassa voce.

Ma glielho preso settimana scorsa

Sono già finite

Vuoi che chiami il dottore?

No, non serve.

Paola recuperò i piatti, ordinò la cucina e se ne andò.

Lucia, torniamo sul balcone, propose il marito. Almeno prendiamo un po di sole.

Eh, sì, che qui dentro si soffoca.

Dopo un po Paola ricomparve, affacciandosi al balcone:

Vi mancava il sole?

Si sta proprio bene qua fuori, Paola! sorrise Lucia.

Adesso vi porto un po di semolino, così posso preparare anche il brodino per pranzo.

Donna doro la fissò Giuseppe mentre si allontanava Chissà cosa faremo quando non ci sarà più lei.

E tu le dai solo cinquecento euro al mese.

Lucia, la casa è intestata a lei ormai, e il notaio lo ha già registrato.

Ma non lo sa ancora.

Restarono seduti fuori fino allora di pranzo. Pranzarono con una zuppa di pollo, con carne tagliata fine e patate schiacciate.

Così la facevo sempre ad Ornella e Riccardo, ricordò Lucia, gli occhi persi nei ricordi.

E a noi, ormai, cucinano persone estranee sospirò Giuseppe pesante.

Così va la vita, Giuseppe. Moriremo io e te, e nessuno piangerà per noi.

Basta, non pensiamoci, Lucia. Riposiamoci un po!

Sai che, Giuseppe? Hanno ragione quando dicono: Vecchio è come bambino. Tutto come ai tempi: zuppa morbida, riposino dopo pranzo, merenda…

Giuseppe dormicchiò ma si svegliò poco dopo, agitato. Forse cambiava il tempo? Andò in cucina: sul tavolo, due bicchieri di succo preparati con cura da Paola.

Li prese entrambi e, senza versarli, andò nella stanza di Lucia. Lei era seduta sul letto, guardava assorta dalla finestra.

Lucia, ancora triste? sorrise lui, porgendole il bicchiere. Bevi un sorso!

Lei prese un piccolo sorso.

Anche tu non riesci a dormire?

Sarà il tempo, la pressione che sale e scende

Anche io da stamattina non mi sento bene, sento che mi resta poco ormai. Se ne andate, seppellitemi con dignità.

Ma Lucia, tu dici cose senza senso! Cosa farò senza di te?

Qualcuno di noi due se ne andrà prima, lo sai.

Basta, vieni ancora fuori, respiriamo aria.

Restarono lì fino al tramonto. Paola preparò le frittelle di ricotta. Mangiarono e poi si misero davanti alla televisione, come ogni sera. I film nuovi li capivano a fatica, così guardavano le vecchie commedie italiane, e i cartoni dellinfanzia.

Quella sera guardarono solo un cartone. Lucia si alzò dal divano:

Vado a letto, mi sento stanca.

Sì, vengo anchio.

Aspetta, lasciami guardarti bene! disse allimprovviso Lucia.

Perché?

Solo per guardarti.

Restarono così, occhi negli occhi. Forse ripensavano agli anni giovani, quando tutto era ancora un sogno.

Ti accompagno io al letto, disse lei, allungando il braccio.

Lucia aiutò dolcemente Giuseppe a sistemarsi, lo coprì con cura, poi si avviò nella sua camera.

Pesante il cuore di Giuseppe: il sonno non venne a lungo.

Sembrava non chiudesse occhio, eppure lorologio digitale segnava le due di notte. Si alzò e andò nella stanza di Lucia.

Lei era sveglia con gli occhi fissi al soffitto:

Lucia!

Le prese la mano. Era fredda.

Lucia, dai Lucià!

Allimprovviso fu lui stesso a mancare daria. Tornò a fatica nella sua stanza, prese i documenti preparati e li lasciò sul tavolo.

Tornò da lei. Le fissò il viso a lungo. Poi le si sdraiò accanto, chiuse gli occhi. Rivide sua Lucia, giovane e bella come settantacinque anni prima, andare incontro a una luce lontana. La inseguì, le prese la mano

Al mattino Paola entrò in camera. Dormivano ancora vicini, la stessa espressione serena sui loro volti.

Con commozione chiamò lambulanza.

Il medico arrivò, scosse la testa stupito.

Morti insieme. Si vede che si sono amati davvero tanto.

Li portarono via. Paola si lasciò cadere sulla sedia accanto al tavolo, poi vide il contratto funebre, e il testamento a suo nome.

Nascose il viso tra le mani e scoppió a piangere.

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Il vecchietto si alzò a fatica dal letto e, sorreggendosi al muro, andò nella stanza accanto. Alla luce soffusa della lampada notturna, guardò con occhi stanchi la moglie distesa: «Non si muove! Non sarà morta?», si inginocchiò. «Sembra che respiri». Si rialzò e andò lentamente in cucina. Bevve un po’ di kefir, passò in bagno. Poi tornò nella sua stanza. Si sdraiò, ma il sonno non venne: «Io e Lena abbiamo novant’anni. Quanto abbiamo vissuto! Presto moriremo, e non c’è nessuno accanto. La nostra figlia, Natalia, è morta che non aveva nemmeno sessant’anni. Massimo è morto in carcere. C’è la nipote, Oxana, ma vive in Germania da vent’anni. Di noi non si ricorda più. Avrà già dei figli grandi, chissà». Non si accorse di essersi addormentato. Si svegliò al tocco di una mano: – Costantino, sei vivo? – si sentì una debole voce. Aprì gli occhi. Su di lui chinata la moglie. – Cosa c’è, Lena? – Ti vedevo immobile. Mi sono spaventata, ho pensato fossi morto. – Sono ancora qui! Vai a dormire! Si sentirono passi strascicati. Un clic dal cucinino. Elena Ivanovna bevve un bicchiere d’acqua, andò in bagno e tornò nella sua stanza. Si sdraiò, pensierosa: «Così, un giorno mi sveglierò e lui sarà morto. Che farò? O forse morirò prima io? Costantino ha già pensato persino al nostro funerale. Non avrei mai immaginato che si potesse organizzare il proprio funerale! Ma forse è meglio così. Chi ci seppellirà? La nipote si è proprio dimenticata di noi. Solo la vicina, Paola, entra ogni tanto. Ha le chiavi di casa. Il nonno le dà diecimila euro dalla nostra pensione. Lei ci fa la spesa e compra le medicine. E noi dal quarto piano da soli non scendiamo più». Costantino Leonidovich aprì gli occhi. Il sole filtrava dalla finestra. Uscì sul balcone. Vide la cima verde del ciliegio selvatico. Gli spuntò un sorriso: «Ecco, siamo arrivati all’estate!» Andò a chiamare la moglie. Lei era seduta sul letto assorta nei pensieri. – Lena, basta malinconia! Vieni, ti faccio vedere una cosa. – Oh, non ho più forze! – la signora si alzò a fatica – Cos’hai in mente? – Vieni, dai! La sorresse fin sul balcone. – Guarda, il ciliegio è verde! E tu che dicevi: non arriveremo all’estate. Ci siamo arrivati! – Davvero! E il sole splende. Si sedettero sulla panca del balcone. – Ti ricordi quando ti ho invitata al cinema? Eravamo ancora a scuola. Anche quel giorno il ciliegio era tutto verde. – Come dimenticare? Quanti anni sono passati? – Più di settanta… Settantacinque. Rimasero a lungo a ricordare la giovinezza. Tante cose si scordano con l’età – anche cosa hai fatto ieri – ma la giovinezza non si scorda mai. – Oh, ci siamo messi a chiacchierare! – si riscosse la moglie – E non abbiamo nemmeno fatto colazione. – Lena, prepara un buon tè! Basta con queste erbe! – Ma il medico ha detto di no… – Almeno un tè leggero, e un cucchiaino di zucchero. Costantino Leonidovich sorseggiò il tè leggero, gustando un piccolo panino al formaggio e ricordando i tempi in cui la colazione era tè forte, dolce, e magari un bombolone caldo o una pizzetta fritta. La vicina entrò sorridendo: – Come va? – A novant’anni, come vuoi che vada? – rise il nonno. – Se scherzate, tutto bene! Vi serve qualcosa? – Paola, compra un po’ di carne! – chiese Costantino Leonidovich. – Ma la carne non potete mangiarla. – Il pollo sì! – Va bene, vi preparo una minestra con i tagliolini! – Paola, prendimi qualcosa per il cuore, – chiese la vecchietta. – Elena Ivanovna, ve l’ho presa da poco! – È già finita. – Chiamo il dottore? – Non serve. Paola sparecchiò, lavò i piatti e uscì. – Lena, andiamo sul balcone a prendere il sole, – propose il marito. – Andiamo! Meglio dell’afa di dentro. Tornò la vicina. – Vi mancava proprio il sole, eh? – Che bello qui, Paola! – sorrise Elena Ivanovna. – Vi porto la pappa qui fuori, poi inizio la zuppa per pranzo. – È proprio una brava donna, – disse il nonno. – Che faremmo senza di lei? – E tu le dai solo diecimila euro al mese. – Ma Lena, le abbiamo lasciato la casa e il notaio ha già confermato. – Lei mica lo sa. Restarono così sul balcone fino a pranzo. Per pranzo: brodo di pollo, buonissimo, con carne a pezzetti e patate schiacciate. – Era la stessa minestra che facevo a Natalia e Massimo da piccoli, – ricordò Elena Ivanovna. – E ora, in vecchiaia, ce la devono fare altri, – sospirò il marito. – Vedi, Costantino, è il destino. Moriremo insieme, e nessuno piangerà per noi. – Basta, Lena, non pensiamoci! Andiamo a riposare! – Costantino, non a caso dicono: “Vecchio, bambino due volte”. Anche noi: zuppa passata, pennichella, merenda pomeridiana. Costantino Leonidovich dormì appena e si alzò, inquieto. Forse cambiava il tempo? Andò in cucina. Sul tavolo due bicchieri di succo, preparati con cura da Paola. Li prese e andò dalla moglie. Lei guardava pensierosa fuori dalla finestra: – Lena, perché sei triste? – sorrise il marito, – Bevi il succo! Lei prese un sorso: – Neanche tu riesci a dormire? – Colpa del tempo, la pressione sale. – Anch’io da stamattina mi sento male… Sento che mi resta poco da vivere. Mi raccomando, fammi un bel funerale. – Lena, non dire sciocchezze. Come farò senza di te? – Uno dei due, prima o poi, se ne andrà. – Basta, andiamo sul balcone! Restarono lì fino a sera. Paola portò le frittelle di ricotta. Mangiarono e poi si misero a guardare la TV, come ogni sera. I film nuovi non li capivano più troppo bene; meglio i vecchi film e i cartoni russi. Stasera guardarono un solo cartone. Elena Ivanovna si alzò dal divano: – Vado a dormire. Oggi mi sento stanca. – Allora vengo anch’io. – Fammi guardare bene! – chiese all’improvviso la moglie. – Perché? – Solo per guardarti. Si guardarono a lungo negli occhi. Forse pensavano ai tempi in cui erano giovani e tutto era ancora possibile. – Ti accompagno fino al letto. Elena Ivanovna prese il marito sottobraccio e andarono piano piano. Lui la coprì con cura, poi tornò nella sua stanza. Aveva un gran peso sul cuore. Non riuscì a dormire. Gli sembrava di non aver dormito affatto. Ma le cifre dell’orologio segnavano le due del mattino. Si alzò e andò in camera della moglie. Lei era distesa con gli occhi aperti, fissava il soffitto: – Lena! Le prese la mano. Era fredda. – Lena, che succede? Le-e-na! All’improvviso mancò il fiato anche a lui. Con fatica tornò nella sua stanza. Prese i documenti pronti, li posò sul tavolo. Tornò dalla moglie. La guardò a lungo. Poi si sdraiò accanto a lei e chiuse gli occhi. Vide la sua Lena, giovane e bella come settantacinque anni prima. Lei andava verso una luce lontana. Lui la rincorse, la prese per mano… Al mattino Paola entrò nella camera. Erano lì, abbracciati. Sui loro volti due identici sorrisi sereni. Ripresasi, la donna chiamò il 118. Il medico li guardò e scosse la testa, stupito: – Sono morti insieme. Si vede che si sono tanto amati. Li portarono via. Paola si lasciò cadere sulla sedia vicino al tavolo. E lì vide il contratto per il funerale… e il testamento a suo nome. Appoggiò la testa sulle mani e pianse.
Amare Sopportando, Sopportare Amando