«Linaspettata visita della suocera: un giorno che cambiò tutto»
Ricordo ancora come fosse ieri: ero appena rientrata nella nostra casa di Firenze, dopo aver accompagnato mio marito, Matteo, al lavoro. Gli avevo dato un bacio leggero sulla guancia prima di chiudere la porta alle sue spalle. Avevo deciso di prendermi qualche minuto di pausa tra le incombenze di una giornata impegnativa, il lavoro da casa, la gestione della casa e la vita nella nuova abitazione che avevamo preso in affitto dopo le nozze. Eravamo tornati da poco dal viaggio di nozze e ancora ci sentivamo come ospiti nelle nostre stesse stanze. Lappartamento non era nostro, ma era accogliente: ristrutturato, luminoso, con una magnifica vista sullArno. I proprietari avevano cercato a lungo gli inquilini giusti e, alla fine, avevano scelto proprio noi, una coppia giovane e piena di progetti.
Quella mattina, lavoravo in modalità smart working. Il mio orario era flessibile: alcuni giorni ero in ufficio, altri sommersa dalle scartoffie e poi, spesso, davanti al computer in soggiorno. Mi ero appena seduta per leggere le email, pronta ad immergermi nel lavoro, quando, allimprovviso, il campanello suonò. Rimasi sorpresa: non aspettavo nessuno. Davanti alla porta cera sua madre, la signora Rosanna Bianchi.
«Buongiorno» dissi, trattenendo lo stupore.
«Sono venuta a trovare mio figlio. Che aspetti? Fammi entrare» ordinò Rosanna, passando la soglia senza la minima esitazione.
«Matteo non è in casa. È già andato al lavoro.»
«Non importa. Lo aspetto» mi tagliò la parola, pronta ad avviarsi verso la cucina.
«Mi scusi, sto lavorando da casa, tra poco ho una riunione in videochiamata. Perché non passa più tardi, quando Matteo sarà rientrato?» risposi garbatamente, sbarrare la strada.
Rosanna fece una smorfia infastidita, ma senza dire altro si voltò ed uscì. Quella sera, Matteo mi fece una faccia sorpresa:
«Mamma si è lamentata, ha detto che nemmeno un caffè le hai offerto.»
«Matteo, lo sai comè fatta. Ama presentarsi senza preavviso, come se la casa fosse sua. Io lavoro, e lei pretende attenzioni manco fossimo in albergo. E poi, ti ricordi come si comportò nellappartamento vecchio?» aggiunsi, ripensando ai cestini regalo portati e ai commenti pungenti.
Matteo scrollò le spalle, rassegnato:
«Mamma non cambierà mai. Lho invitata sabato a pranzo. Proviamo a prenderla con calma, dai.»
Acconsentii, ricordandogli però:
«Venerdì devo pulire e domenica abbiamo il compleanno di Teresa e Giovanni. È già tutto organizzato.»
Il pranzo del sabato, almeno, filò liscio, senza scene memorabili. La suocera si sedette al tavolo in silenzio, mangiando, ma lanciando qua e là frecciatine.
«Questo appartamento vi costa troppo. In periferia avreste trovato qualcosa di meglio. I tuoi genitori hanno la villa con giardino non cera proprio posto? Potevate stare lì e risparmiare.»
Risposi con calma:
«Chiedi a Matteo se ha voglia di vivere coi miei»
«Per carità!» intervenne Matteo subito. «Ho bisogno dei miei spazi.»
«Ma comunque lappartamento non è vostro!» ribatté Rosanna, puntigliosa.
«Per un anno è come se lo fosse. Paghiamo ogni centesimo di affitto e ci troviamo bene, mamma» rispose Matteo deciso.
Allora Rosanna rilanciò:
«Venite a stare da me. Ho tre stanze, cè posto quanto volete.»
«No, mamma. Ci vediamo, ci sentiamo spesso ma vivere insieme no. Abbiamo stili di vita diversi.» tagliò corto Matteo.
La settimana seguente, tornai a lavorare da casa. Matteo era fuori, e io mi concessi una breve pennichella. Ma dun tratto il profumo di caffè fresco mi svegliò. Perplessa Matteo era fuori e io non avevo preparato nulla indossai la vestaglia e andai in cucina. Sgranai gli occhi: seduta al tavolo, Rosanna Bianchi gustava tranquillamente caffè e torta.
«Come è entrata?» domandai, trattenendo la rabbia.
«Ho le chiavi! Matteo me le ha date. Lappartamento è suo e dunque anche mio.»
«Da dove le ha prese?» sibilai.
«Sabato. Erano sulla mensola vicino allingresso. E se le tengo.» ribatté lei, impassibile.
«Ne parlerò con Matteo. Adesso, per favore, vada: devo lavorare.»
«Non me ne vado finché non ti dico quello che penso. Non mi sei mai piaciuta. Hai anche un nome che non sopporto, e la tua famiglia non ha certo lasciato fortune. Prima Matteo mi dava metà dello stipendio, adesso uno spicciolo. Spende tutto per te: affitto, cene fuori E ancora niente figli! E cucini che fanno meglio anche in mensa!» sbottò Rosanna.
«Ha finito?» le chiesi, a voce bassa ma ferma. «Allora mi ridia subito le chiavi.»
«Non ci penso proprio!» gridò lei, cercando la borsa, ma fui più veloce. La svuotai sul tavolo: ho trovato le chiavi.
«Ora può uscire.»
«Te ne pentirai! Quando Matteo saprà come ti sei comportata con sua madre, ti caccerà di casa!», urlò Rosanna, sbattendo la porta dietro di sé.
Quella sera raccontai tutto a Matteo. Mi ascoltò senza parlare, poi mi abbracciò e disse:
«Ci penso io, Lucia. E sì avevi ragione tu.»
Non piansi. Sapevo che il rispetto bisogna guadagnarselo, prima che sia troppo tardi. Altrimenti finirebbero per camminarti in testa, persino se parliamo di famiglia.







