LA SUOCERA
Anna Bellini sedeva in cucina e osservava il latte che sobbolliva piano sul fornello. Se lo era già dimenticato tre volte, e ogni volta si ricordava solo quando la schiuma montava e fuoriusciva, costringendola a pulire infastidita con uno strofinaccio. In quei momenti sentiva con chiarezza che non era colpa del latte.
Dopo la nascita del secondo nipote, tutto in famiglia sembrava essersi scombinato. La figlia, Lucia, era stanca, dimagrita, parlava poco. Il genero, Marco, rincasava tardi, cenava in silenzio, a volte si chiudeva direttamente in camera. Anna lo vedeva e pensava: «Ma insomma, si può lasciare una donna da sola così?»
Allinizio aveva provato a parlare, con cautela. Prima con la figlia, poi con sempre meno tatto; poi col genero. Ma si accorgeva di una stranezza: le sue parole non alleggerivano latmosfera in casa, la rendevano solo più pesante. Lucia finiva per difendere il marito, Marco si faceva più cupo, e Anna tornava a casa sua con la spiacevole sensazione di aver nuovamente sbagliato tutto.
Quel giorno andò dal parroco del quartiere non per chiedere un consiglio, ma solo perché non aveva altro luogo dove posare quel peso.
Forse sono cattiva, disse, senza guardarlo. Sbaglio tutto.
Il parroco stava seduto al tavolo e scriveva. Poggiò la penna.
Perché dici così?
Anna alzò le spalle.
Vorrei solo aiutare. Ma sembra che faccia arrabbiare tutti.
Il sacerdote le lanciò uno sguardo attento, ma non severo.
Non sei cattiva. Sei stanca. E molto pensierosa.
Lei sospirò. Quella frase le somigliava.
Ho paura per Lucia, disse piano. Dopo il parto non è più la stessa. E lui fece un gesto vago. Sembra non accorgersene.
Ti sei mai chiesta cosa fa lui? le domandò il parroco.
Anna rimase a pensare. Le tornò alla mente Marco che, la settimana prima, lavava i piatti tardi, quando credeva che nessuno lo vedesse. E la domenica che spingeva la carrozzina in giro per il quartiere, anche se si vedeva che avrebbe voluto solo sdraiarsi a dormire.
Fa delle cose credo, disse incerta. Ma non come vorrei io.
E come vorresti? domandò calmo il parroco.
Anna subito voleva rispondere, ma si rese conto che non sapeva bene nemmeno lei. Più, più spesso, con più premura; ma il dettaglio le sfuggiva.
Voglio soltanto che per lei sia più facile, sussurrò.
Dillo a te stessa, le suggerì piano il prete. Non a lui, a te stessa.
Anna lo fissò.
In che senso?
Nel senso che ora stai combattendo non per tua figlia, ma contro suo marito. E combattere significa essere sempre tesa. Così si stancano tutti. Tu, e loro.
Anna tacque a lungo. Poi domandò:
E cosa dovrei fare allora? Fingere che tutto vada bene?
No, rispose lui. Solo fare ciò che aiuta davvero. Non parole, ma gesti. Non contro qualcuno, ma per qualcuno.
Strada facendo, Anna ci rimuginava. Si ricordò di quando Lucia era piccola: invece di fare prediche, le si sedeva accanto in silenzio se piangeva. Quando era cambiata quella semplicità?
Il giorno dopo si presentò senza avviso. Portò una pentola di zuppa. Lucia la guardò sorpresa, Marco si fece un po impacciato.
Rimango poco, disse Anna. Solo per dare una mano.
Restò coi bambini mentre la figlia dormiva unora. Se ne andò in silenzio, senza fare commenti né su quanto fosse tutto difficile né su come dovrebbero vivere.
La settimana seguente tornò. E quella dopo ancora.
Notava ancora i difetti del genero. Ma iniziava a vedere anche altro: come prendeva in braccio il piccolo con mani prudenti, come la sera copriva Lucia con la coperta, pensando che nessuno lo vedesse.
Un giorno, non resistette e in cucina gli chiese:
Ti pesa questa situazione?
Marco la guardò stupito, come se nessuno glielo avesse mai domandato.
Mi pesa, ammise, dopo una pausa. Tanto.
Nullaltro, ma da quel giorno sparì una lama che stava sospesa nellaria tra loro.
Anna capì: aveva sperato che lui cambiasse. Invece doveva iniziare da sé.
Non commentava più con Lucia tutto quello che le dava fastidio. Quando la figlia si lamentava, non diceva più te lavevo detto. Si limitava ad ascoltare. A volte portava via i nipotini perché Lucia riposasse. Ogni tanto telefonava a Marco per chiedere come stesse. Era dura: arrabbiarsi era più semplice.
Però, pian piano, la casa si fece più silenziosa. Non più felice, né perfetta, ma almeno più quieta. Senza quellincessante tensione.
Un giorno Lucia le disse:
Mamma, grazie perché ora ci sei con noi, non contro di noi.
Anna rimuginò a lungo quelle parole.
Aveva finalmente compreso una verità semplice: riconciliarsi non significa attribuire torti. Significa che qualcuno per primo depone le armi.
Avrebbe ancora voluto che il genero fosse più attento. Quel desiderio non laveva abbandonata.
Ma accanto a questo, viveva ormai un desiderio più grande: che la sua famiglia avesse finalmente un po di pace.
Ogni volta che saliva di nuovo dentro di lei la vecchia irritazione, la voglia di rimproverare, la domanda rimaneva una sola:
«Voglio avere ragione o voglio rendere più lieve la loro fatica?»
Quasi sempre, la risposta le mostrava la strada giusta da percorrere.




