Mio marito ha deciso che dovevo accudire sua madre, ma io avevo altri progetti: Quando la suocera arriva e il vero test inizia – la storia di come ho difeso i miei confini e ho scelto la mia vita

Mio marito decise che dovevo prendermi cura di sua madre, ma io avevo altri progetti

Mamma si trasferisce da noi domani mattina. Ho già parlato con lo zio Carlo, ci aiuterà col trasloco. Non fare quella faccia, Paola, non abbiamo alternative. La donna ha avuto una crisi di pressione, ha bisogno di assistenza continua, cibo sano e tranquillità. Tu lavori da casa, quindi non ti costa nulla portarle un piatto di minestra o controllarle la pressione.

Giovanni lo disse con un tono che non lasciava spazio a obiezioni e si immerse nel piatto di ribollita, come a voler mettere fine alla discussione. Paola, che affettava il pane, si fermò di colpo, coltello sospeso sopra la crosta scura del toscano. Dentro sentì la rabbia montare, seguita da unondata improvvisa di freddo.

Appoggiò piano il coltello sul tagliere e guardò il marito. Giovanni, suo compagno da ventanni, era seduto nella cucina che lei aveva arredato con tanto amore e ora decideva della sua vita come se lei fosse un accessorio: una funzione in più del robot da cucina e dello sfigmomanometro.

Giovanni, la voce di Paola era tranquilla ma assoluta: era il tono dacciaio che solitamente annunciava tempesta, ma lui, occupato a pescare un pezzo di carne nella minestra, non lo colse. Ma tu me lhai chiesto? Ho un bilancio annuale da chiudere, non sto a casa a far niente. Lavoro da remoto, che è ben diverso. Ho bisogno di silenzio e concentrazione, non di correre dietro alle medicine o di ascoltare lamentele tutto il giorno.

Finalmente Giovanni alzò gli occhi su di lei, colmo di sincero stupore e irritazione.

Ma dai, Paola, è mia madre! Non è mica una sconosciuta. Dove vuoi che la lasci? In ospedale non la tengono, una badante costa troppo, lo sai bene, stiamo pagando il mutuo dellauto. Tu stai comunque sempre davanti al computer, ti pesa tanto fermarti cinque minuti?

Cinque minuti? Paola abbozzò un sorriso amaro. Tua madre, Lucia Ferri, ha bisogno di attenzioni ventiquattrore su ventiquattro. Ricordati comera lestate scorsa, in villeggiatura. Non le andava mai bene niente: tè troppo caldo, cuscino troppo duro, sole che dà fastidio. E stava bene. Ora che si sente inferma, immagina cosa accadrà.

Esageri, sbuffò Giovanni. Le piace solo che sia tutto ordinato. E poi, si tratta solo di un periodo. Un mese e torna a casa sua. Dovresti essere più comprensiva, come donna.

Dovresti. Parola che risuonò dura. Paola si sentiva dovuta da una vita: brava padrona di casa, madre modello (finché il figlio Matteo non era partito per studiare a Firenze), moglie paziente, lavoratrice irreprensibile. E ora, a quarantacinque anni, con il figlio grande e la carriera che finalmente decollava, ancora una volta le imponevano un dovere.

Lucia Ferri, la suocera, era sempre stata una donna dal carattere forte. Ex-commessa di merceria, abituata a comandare e a far girare tutto attorno a sé. Ogni piccolo acciacco diventava una tragedia su cui mobilitare parenti e conoscenze. E ora quel peso ricadeva interamente sulle spalle di Paola.

Non posso, Giovanni. Ho altri progetti.

Che progetti? Guardare le fiction in TV? sbottò lui.

Mi hanno proposto di gestire la contabilità di una catena di negozi. Un incarico importante, compenso doppio, responsabilità enorme. Non posso distrarmi.

Rifiuta, disse, senza nemmeno alzare lo sguardo dal pane. I soldi li guadagniamo già, la salute di mamma viene prima. Non essere egoista, Paola. Domattina alle dieci la porto qui. Prepara la camera di Matteo, cambia la biancheria e metti su un brodino di pollo, niente grassi.

Si alzò, lanciò il tovagliolo sul tavolo e uscì dalla cucina, sicuro di aver avuto lultima parola. Da sempre era andata così. Giovanni era abituato che Paola, dopo qualche protesta, si adattasse. Avrebbe accettato, si sarebbe sacrificata pur di tenere la pace in famiglia.

Paola rimase ferma in cucina. Fuori, i lampioni tremolavano nella sera. Un pensiero le martellava la mente: Se cedo ora, sarò la badante gratuita fino alla fine dei suoi giorni. Lipertensione non passa da sola: è per sempre.

Le tornò in mente la proposta ricevuta quella mattina dalla sua direttrice, Elena Romano.

«Paola, lazienda apre una sede a Bologna. Serve una manager per organizzare tutta la contabilità. Trasferta di un mese, forse uno e mezzo. Alloggio pagato, stipendio doppio. Sei la candidata ideale. Risposta entro domani.»

Paola, quella mattina, era indecisa. Partire da sola, vivere in affitto, lasciare il marito? Sembrava troppo. Ma ora, davanti al piatto vuoto di Giovanni, capì che era la sua via di salvezza.

Senza far rumore, mise i piatti in lavastoviglie e andò in camera. Giovanni guardava la partita sul divano.

Che fai, là, sistemi larmadio? Era ora, metà sono cose da buttare, disse senza staccare gli occhi dalla TV.

Parto, Giovanni, rispose Paola tranquilla, impacchettando camicie.

Giovanni abbassò il volume. Si girò, sorpreso.

Partire dove? Da tua madre in campagna? Ma…

A Bologna. In trasferta. Un mese e mezzo.

Seguì silenzio. Giovanni la guardava come se le fosse spuntata una seconda testa.

Stai scherzando? E mamma? Chi la segue?

Tu, Giovanni. Tu sei suo figlio. Non un estraneo.

Ma io lavoro! Torno la sera, come faccio?

Prendi ferie, giorni di permesso, trova un accordo. Mi hai detto di rifiutare il progetto? Ecco, ti lascio spazio per esercitare la tua compassione.

Paola, sei impazzita! Lo fai apposta per dispetto?

No, mi hanno offerto questa possibilità oggi. Eri tu a dirmi che i soldi servono, che il mutuo non si paga da solo. E una badante con il mio stipendio non la possiamo prendere, ma con la trasferta sì. Se non te la cavi da solo.

Continuò serena a mettere via spazzolino, trucchi, pigiama, computer. Giovanni, agitato, sbraitava, minacciava, implorava.

Come puoi lasciare una povera donna così?!

Non la lascio sola: è con suo figlio. rispose Paola chiudendo la valigia. Ho chiamato il taxi. Il treno parte tra due ore.

Non osi! si mise davanti alla porta.

Le si avvicinò, guardandolo negli occhi.

Oso eccome. Sono ventanni che ti stiro le camicie, preparo cene e sopporto i capricci di tua madre. Ho diritto anchio a vivere. Spostati, Giovanni. O davvero chiederò il divorzio e divideremo tutto, anche lassistenza a tua madre.

Giovanni si fece da parte, confuso, spaesato. Non aveva mai visto Paola così. Dovera finita la sua dolce, arrendevole “Paulina”? Davanti a lui cera unaltra donna.

Quando la porta sbatté, Giovanni restò solo nellappartamento. La mattina dopo arrivò Lucia Ferri.

La suocera entrò in casa come una regina in esilio: sguardo drammatico e tre borsoni pieni non di abiti, ma di conserve, vecchie coperte e santini.

Dovè Paoletta? chiese sommessamente, sistemandosi sul divano della stanza di Matteo. Avrei bisogno che mi sistemi il cuscino, sento freddo qui.

Paola… è partita, grugnì Giovanni, portando lultimo borsone. Trasferta urgente.

Lucia Ferri si fermò, la mano sul petto come una tragedienne.

È partita? Chi si occuperà di me? Devo bere il brodo ogni tre ore! Come è potuta andare via dalla madre del marito in questo stato? È disumano!

Ci penserò io, mamma.

Iniziò linferno.

Giovanni non prese ferieil capo non concesse, il progetto doveva essere finito. Provò a lavorare da casa mezza giornata, ma era impossibile.

Alle sette Lucia Ferri lo svegliava battendo il bastone contro il muro (che si era portata dietro, anche se camminava benissimo).

Giovanni, la pressione! Misurala subito, mi sento morire.

Con gli occhi arrossati, correva a prenderle la pressione. Sempre 130 su 80: da atleta. Ma la mamma gemeva, voleva le gocce, tè con limone (due cucchiai di zucchero non girati!), borsa dellacqua calda ai piedi.

Poi bisognava preparare la colazione. Giovanni sapeva fare solo pasta e uova. Il porridge si bruciava.

Ti vuoi sbarazzare di me! piangeva la madre, rigirando con disgusto la pappa bruciata. Paola ti ha convinto a farmi fuori!

Al lavoro, lasciava alla madre un thermos e qualche merendina. Ogni venti minuti il telefono squillava.

Giovanni, il telecomando non si trova!

Giovanni, cè una corrente daria, come chiudo la finestra?

Giovanni, mi sa che ho preso la pillola sbagliata, vieni subito!

Tornava la sera in una casa sottosopra. Lucia Ferri, costretta a letto, trovava comunque il tempo di riorganizzare i mobili e fare pulizie.

Ma che polvere avete! lo accoglieva Ho provato a pulire, ma stavo per svenire. Paola è una sciagurata. E la pasta, nei sacchetti, così arrivano i vermi!

Giovanni stringeva i denti, preparava la cena (ormai solo cotolette del supermercato) e ascoltava i monologhi su quanto Paola fosse inadeguata e quanto lui, povero figlio, fosse dimagrito.

Dopo una settimana era uno straccio. Aveva dimenticato le scadenze in ufficio e aveva ricevuto una ramanzina dal responsabile. A casa non si respirava. La madre esigeva attenzioni, compagnia, compassione. Se cercava di lavorare:

Ti interessa più il lavoro che tua madre! e iniziava a piangere. Se muoio stanotte, saprai perché!

Un giorno, tornando prima dal lavoro, vide per caso la scena. La porta della camera di Lucia era socchiusa. Lei, che poco prima piangeva al telefono per dolori insopportabili, stava in piedi sulla sedia a pulire il lampadario. Sentendo girare la chiave, saltò giù con agilità da ginnasta, corse al divano, si coprì con il plaid.

Oh, sei già qui Giovanni? gemette fiaccamente. Non riesco ad alzarmi, vorrei un bicchiere dacqua…

Giovanni la fissò. Dentro si ruppe qualcosa: quel cordone ombelicale tirato per anni, ora si spezzava.

Mamma, disse piano. Ti ho vista.

Visto cosa? occhi sfuggenti.

Stavi in piedi sulla sedia. Sei in salute, non hai nulla. Vuoi solo torturare me e Paola.

Come osi! urlò lei, scordando la parte della moribonda. Pulivo anche per te! Nella sporcizia non si vive! Sei un ingrato!

Io ingrato? Giovanni rise nervosamente. Dormo quattro ore a notte. Rischio il posto. Paola è scappata per colpa delle tue fisime. E tu reciti una farsa.

Paola è una vipera! strillava la madre Ha abbandonato il marito! Se fosse una buona moglie, sarebbe qui a lavare i miei piedi!

Paola è unottima moglie, Mamma. Sono stato un pessimo marito. Ho scaricato su di lei cose che erano mie, o che nessuno avrebbe dovuto sopportare.

Quella sera, per la prima volta dopo giorni, chiamò Paola.

Pronto? la voce era rilassata, lavorativa. In sottofondo, rumore dufficio.

Paola ciao.

Ciao Giovanni. Tutto bene? Che succede, cosha mamma?

Niente. Sta benissimo. Anche troppo. Sono stato uno stupido.

Ah sì? una nota divertita. Racconta.

Non ce la faccio più. Lei è sana. È solo un vampiro che si nutre delle nostre energie. Lho vista pulire il lampadario.

Paola rise.

Me lo aspettavo. Unipertensione vera non prevede acrobazie

Torni? chiese lui speranzoso.

Fra un mese. Ho un contratto. Non posso mollare.

Un mese si disperò. Non reggo più.

Vedrai che reggi. Servirà anche a riflettere: sulla fatica della cura domestica e degli anziani. È istruttivo, Giovanni.

Paola, scusami. Ho capito tutto. Mi ero sbagliato con le tue priorità. Il tuo lavoro conta. Tu conti.

Mi fa piacere sentirlo. Adesso vado in riunione. Resisti. E saluta mamma.

Giovanni chiuse la telefonata. Un mese all’inferno. Ma ora sapeva come affrontarlo.

Entrò da Lucia Ferri. Lei stava di schiena sul letto, offesa.

Domani andiamo da uno specialista, mamma. Da un bravo cardiologo privato. Visita completa. Se dirà che ti serve assistenza, prenderò una badante. Professionista. E nulla capricci. Orari precisi.

Una badante? Perché buttare soldi? Sto benissimo da sola!

No, sei malata. Medico, badante. Se invece sarai sana, torni a casa tua. E la signora in pensione delle scale ti porta la spesa due volte a settimana.

Mi mandi via?!

Ti riporto a casa tua. Qui non stai bene. Troppa polvere, nuora vipera. A casa starai meglio.

Le tre settimane seguenti furono una guerra di posizione. Il medico non trovò nulla di grave: solo qualche normale acciacco dovuto alletà. Lucia tentò un paio di attacchi simulati, ma Giovanni, ormai sgamato, chiamava subito la guardia medica. Dopo la terza visita a vuoto, la madre capì che la platea non applaudiva più.

Si fece le valigie da sola.

Portami a casa mia decretò. Almeno là le vicine sono decenti. E tu sei diventato insensibile, Paola ti ha rovinato.

Giovanni la accompagnò, le sistemò la spesa.

Verrò il fine settimana, mamma. Ma viviamo separati. Così sarà meglio per tutti.

Quando Paola tornò, la casa era pulita e silenziosa. Giovanni la aspettava in stazione con un enorme mazzo di rose. Era dimagrito, segnato, ma nei suoi occhi cera qualcosa di nuovo: rispetto. Consapevolezza.

A cena pesce al forno preparato da lui, per niente male parlarono a cuore aperto.

Mi sei mancata, confessò. E non solo per le faccende. Senza di te la casa è vuota.

Anche a me sei mancato, sorrise Paola. Ma il progetto è finito. Ho ricevuto un premio e una promozione: ora dovrò viaggiare spesso.

Giovanni trasalì, poi annuì.

Va bene. Sei in gamba. Sei una professionista. Sono orgoglioso di te.

E tua madre?

Si lamenta delle vicine, della politica e del tempo. Ma ora la schiena non le fa più male, la pressione è perfetta. Ho trovato la signora Teresa del suo palazzo: per pochi euro le dà una mano. Alla fine conviene a tutti.

Paola gli prese la mano.

Sono contenta sia andata così. A volte serve arrivare allorlo, per capire cosa conta davvero.

Già, rispose lui. Ad esempio, che una moglie non è personale, ma una compagna.

Da allora a casa loro cambiarono le regole. Paola non aveva più paura di dire di no. E Giovanni smise di pensare che la cura della casa e dei parenti fosse un dovere solo femminile. Lucia Ferri non mutò carattere, ma le sue manipolazioni si infransero contro la rinnovata unità coniugale.

La volta successiva che la suocera chiamò: Sto morendo, venite subito! Giovanni, sereno, rispose:

Chiamo lambulanza, mamma. Se ti portano in ospedale, ti vengo a trovare. Se non serve, bevi una camomilla.

E la morte si dileguò.

Questa storia mi insegnò una grande verità: bisogna difendere i propri confini. Anche da chi si ama. Altrimenti si rischia di vivere una vita che non è la propria, ma quella che altri hanno scritto per noi. E se per capirlo serve partire per Bologna o per il Polo Nord allora si parte. Ne vale la pena.

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Mio marito ha deciso che dovevo accudire sua madre, ma io avevo altri progetti: Quando la suocera arriva e il vero test inizia – la storia di come ho difeso i miei confini e ho scelto la mia vita
Il tassista che taceva