«So tutto delle tue scappatelle», disse la moglie. A queste parole, Vittorio sentì un gelo dentro. No, non trasalì. Neppure impallidì – anche se dentro si strinse tutto, come una carta accartocciata prima di gettarla. Rimase semplicemente immobile. Laura stava ai fornelli, mescolando qualcosa nella pentola. Una scena di routine: schiena rivolta al marito, grembiule a pois, profumo di cipolla soffritta. Un quadretto di casa. Accogliente. Ma la voce… la voce era quella di un annunciatore del TG. Vittorio addirittura pensò: magari ha capito male? Forse parlava dei cetrioli – tipo, so dove ne vendono di buoni? O magari del vicino del terzo piano che vende l’auto? No, niente di tutto ciò. «Di tutte le tue scappatelle», ripeté Laura senza voltarsi. E fu lì che Vittorio sentì un vero gelo. Perché nel tono di lei non c’erano isterie, né offesa. Non quello che aveva sempre temuto: lacrime, rimproveri, piatti rotti. Era una semplice constatazione. Come avrebbe potuto annunciare che il latte era finito. Cinquanta due anni vissuti da Vittorio, ventotto con quella donna. La conosceva come le sue tasche: la posizione di un neo sulla spalla, come arriccia il naso quando assaggia la zuppa, come sospira al mattino. Ma mai aveva sentito quel tono. «Laurà», iniziò lui, ma la voce non uscì. Tossicchiò. Provò ancora. «Laura, che vuoi dire?» Lei si girò. Lo guardò – a lungo, con calma, quasi lo vedesse per la prima volta. O forse, meglio, come se stesse riguardando una vecchia fotografia ormai sbiadita. «Di Marina, ad esempio», disse. «Quella della tua contabilità. Anno duemiladiciotto, se non erro». Vittorio sentì la terra mancargli sotto i piedi. No, non è una metafora – la terra spariva davvero, e lui restava sospeso nel vuoto. Dio mio. Marina?! Non ricordava nemmeno bene la faccia. Era successo qualcosa – a una festa aziendale? O dopo? Cosa da niente. Nulla di serio. Si era ripromesso: mai più. «E di Silvia», continuò Laura invariata. «Quella che ti ha abbordato in palestra. Due anni fa». Aperta la bocca. Richiusa. E Silvia, come faceva a saperlo? Laura spense il fornello. Si tolse lentamente il grembiule, lo piegò. Si sedette al tavolo. «Vuoi sapere come l’ho saputo?», chiese. «O ti interessa di più sapere perché sono stata zitta?» Vittorio non rispose. Non perché non volesse, ma perché non riusciva. «La prima volta», iniziò Laura, «l’ho notato già dieci anni fa. Cominciavi a rientrare tardi, soprattutto il venerdì. Arrivavi allegro, con uno sguardo luminoso. Sapevi di profumo femminile». Sorrise amaramente. «Pensai: mi sarò sbagliata? Magari in ufficio c’è una che porta un nuovo profumo? Mi sono convinta per un mese. Poi ho trovato una ricevuta di ristorante nella tasca della tua giacca. Cena per due. Vino. Dolce. Noi lì non ci siamo mai stati insieme». Vittorio avrebbe voluto dire qualcosa – giustificarsi, mentire come sempre. Ma le parole gli restarono bloccate. «Sai cosa ho fatto?», Laura lo guardava negli occhi. «Ho pianto in bagno. Poi ho lavato la faccia. Ho preparato la cena. Ti ho accolto col sorriso. Non ho detto nulla a nostra figlia – aveva quindici anni, gli esami, il primo amore. Perché dovrebbe scoprire che il papà…» S’interruppe. Passò la mano sul tavolo come a togliere una polvere invisibile. «Pensavo: passerà. È una sciocchezza da maschio, una crisi. L’importante è che la famiglia resti unita». «Laurà», riuscì a balbettare Vittorio. «Non ora», lo interruppe lei. «Fammi finire». Lui stette zitto. «Poi c’è stata la seconda. La terza. La quarta. Ho smesso di contare. Il tuo telefono, mai bloccato. Pensavi che non guardassi? Leggevo tutto. Quegli SMS ridicoli: “Mi manchi, tesoro”, “Sei il migliore”. Le foto – tu che abbracci un’altra. Che sorridi. La voce le tremò, per la prima volta. Ma si ricompose. Trasse un respiro profondo. «E mi chiedevo: perché? Perché stare con chi non mi ama?» «Io ti amo!» sbottò Vittorio. «Laura, io…» «No», rispose lei ferma. «Non ami me. Ami la comodità. La casa pulita. La cena calda. Le camicie stirate. Una donna silenziosa che non fa troppe domande». Si alzò. Andò alla finestra. Rimase a fissare il buio. «Sai quando ho deciso?» chiese senza voltarsi. «Un mese fa. Nostra figlia era venuta per il weekend. In cucina, a parlare. Mi disse: “Mamma, sei strana, sei diventata silenziosa, come se non fossi più tu”. Era vero. Non ero più io. Da dieci anni vivo solo per gli altri». Vittorio guardava la sua schiena tesa, e capì: la stava perdendo. Non “potrei perderla”: la stava perdendo adesso. «Non voglio divorziare», sussurrò. «Laura, ti prego…» «Io sì», rispose semplicemente lei. «I documenti sono già stati presentati. Udienza tra un mese». «Ma perché?!», esplose Vittorio. «Perché proprio adesso?!» Laura si voltò. Lo fissò a lungo. Sorrise. Tristemente. «Perché ho capito che tu non mi hai mai tradita veramente, Vitto. Si tradisce qualcuno che conta. Io per te ero solo… presente. Come l’aria». Ed era vero. Vittorio sedeva sul divano, incurvato, invecchiato di dieci anni in un attimo. Laura era nel corridoio. Tra di loro ventotto anni di matrimonio, una figlia in comune, una casa in cui ogni angolo li conosceva. E un abisso. Incolmabile. «Lo capisci», disse piano lui, «che senza di te io non so vivere». «Ce la farai, andrai avanti», tagliò lei. «In qualche modo». «No!» Saltò su, le si avvicinò. «Laura, giuro che cambio! Mai più…» «Vitto», lo fermò con la mano. «Non riguarda loro. Proprio no». «E allora cosa?» Lei rimase in silenzio. Cercava le parole – quelle che avrebbe voluto dire anni fa, ma aveva taciuto. O pensava di non meritare ascolto. «Sai come mi sono sentita? Ogni volta che ti infilavi a letto dopo una delle tue Marinas o Silvias – io stavo accanto a te e mi sentivo il nulla. E non facevi nemmeno sforzi per coprire. Telefono in vista. Camicia nella cesta con il rossetto sul colletto. Tu sicuro che fossi una stupida. Cieca». Vittorio vacillò, come per un colpo. «Non volevo…» «Non volevi?» Fece un passo verso di lui. Gli occhi lucidi di rabbia. Di una rabbia antica, repressa, esplosa adesso. «Non pensavi proprio a me. Quando baciavi un’altra, che c’era nella testa? “Tanto la moglie non sa”? O “che cambia”?» Silenzio. Perché la verità era perfino peggio. Non pensava a lei. Laura era solo una presenza garantita. Sicura. Sempre. «Rientravi dalle tue scappatelle e tutto ti sembrava normale. Casa in ordine, famiglia assieme. Tutto ok». Lei si voltò. «Io invece non c’ero. Nella tua vita. Non proprio». Vittorio avanzò. Provò a sfiorarle la spalla, a stringerla, trattenerla. Laura si scansò. «Non serve», disse stanca. «È tardi ormai». Lui le prese le mani. «Laura, ti prego! Dammi una possibilità! Posso cambiare! Posso esser diverso!» Lei guardò le mani intrecciate, il suo viso teso, impaurito. Capì che sì, aveva paura. Ma non di perderla. Aveva paura di restare solo. «Sai», disse piano, sciogliendo la stretta, «anche io avevo paura. Di restare sola. Senza te, senza la famiglia. Ma sai cosa ho compreso?» Raccolse la borsa. Le chiavi. «Sono già sola. Da tanto. Anche quando eri qui». E se ne andò. Passarono tre settimane. Vittorio restava nell’appartamento vuoto – Laura era andata a vivere da nostra figlia subito dopo quella sera – e scorreva il telefono. Marina della contabilità. Silvia della palestra. Altri due, tre nomi tra i contatti, che un tempo contavano qualcosa. Chiamò Silvia. Rifiutata. Scritto a Marina – letto, nessuna risposta. Le altre nemmeno leggevano. Strano: quando era un uomo di famiglia, gli davano tanta attenzione. Ora che è libero… Non serve più a nessuno. Si sedette su quel divano, in quella casa che ora sembrava enorme e sconosciuta – e per la prima volta, in cinquantadue anni, si sentì davvero solo. Riprese il cellulare. Cercò “Laura”. Lo fissò a lungo. Le dita tremavano. Scrisse un messaggio. Cancellò. Un altro. Niente. Poi scrisse solo: «Possiamo vederci?» Risposta dopo un’ora: «Perché?» Vittorio pensò. Cosa dire? “Scusa”? Tardi. “Torna”? Ridicolo. “Sono cambiato”? Bugiardo. Scrisse la verità: «Voglio ricominciare da zero con te. Possiamo provarci?» Tre puntini. Spariti. Tornati. Poi la risposta: «Vieni sabato da nostra figlia. Alle due. Parliamo». Vittorio sospirò. Non sapeva cosa sarebbe stato. Se lei avrebbe perdonato, se sarebbe tornata. Se meritasse un’altra possibilità. Guardò la fede al dito. E per la prima volta, dopo anni, si sentì pronto a ricominciare. Se lei lo avesse permesso. Aveva fatto bene Laura a chiudere un occhio sulle scappatelle del marito? Avrebbe dovuto affrontarlo e mettere subito le cose in chiaro dopo il primo tradimento? Voi cosa ne pensate?

So di tutte le tue avventure, disse la moglie. Vittorio sentì un gelo improvviso dentro di sé.

Non trasalì, non impallidì anche se nel suo petto tutto si strinse, come un foglio accartocciato che si getta nella spazzatura. Rimase semplicemente immobile.

Luciana era in piedi davanti ai fornelli, mescolando qualcosa nella pentola. Una scena come tante schiena dritta, grembiule a pois, profumo di soffritto. Una tipica immagine di casa, calda e rassicurante. Ma la voce, la voce aveva la freddezza della cronaca letta alla radio.

Vittorio per un attimo pensò di essersi sbagliato. Forse aveva parlato di pomodori forse sapeva dove comprarli di qualità? Oppure parlava di quel vicino del terzo piano che voleva vendere la macchina?

Ma no.

Di tutte le tue avventure, ripeté Luciana, senza voltarsi.

In quel momento, il freddo divenne reale. Non cera né isteria, né dolore nel suo tono. Mancava ciò che aveva temuto per anni: lacrime, rimproveri, piatti lanciati. Era solo unaffermazione, quasi neutrale. Come se avesse annunciato che il latte era finito.

Vittorio aveva cinquantadue anni. Ventotto vissuti con quella donna. La conosceva come le sue tasche: la voglia sulla spalla sinistra, il modo in cui storce il naso assaggiando il ragù, il respiro desolato delle mattine tristi. Ma quel tono non laveva mai sentito.

Luci, provò a dire, ma la voce gli mancò.

Si schiarì la gola. Provò ancora, più piano.

Luciana, di cosa parli?

Lei si voltò. Lo guardò a lungo, con calma, come se lo vedesse davvero per la prima volta. Oppure, come si osserva una vecchia fotografia ormai sbiadita.

Di Marina, per esempio, disse. Quella della contabilità, nel 2018, se non sbaglio.

Vittorio sentì la terra mancargli sotto i piedi. Non è solo un modo di dire davvero, sembrava in bilico nel vuoto.

Marina?

A mala pena ricordava il suo volto. Una storiella, forse durante una cena aziendale? Niente di importante. Allora si era promesso: mai più.

E di Silvia, continuò Luciana, con la stessa calma. Quella che ti si è avvicinata in palestra, due anni fa.

Aperse bocca, poi la richiuse.

Da dove lo sapeva, della storia con Silvia?

Luciana spense il fornello. Si slacciò il grembiule con estrema lentezza, lo piegò e si sedette al tavolo.

Vuoi sapere come ho fatto a scoprirlo? chiese. O ti interessa di più sapere perché ho taciuto?

Vittorio non rispose. Non perché non volesse semplicemente non riusciva.

La prima volta, iniziò lei, sarà stato dieci anni fa. Iniziasti a tornare tardi dallufficio, specialmente il venerdì. Tornavi allegro, con uno sguardo vivace. Profumavi di donna.

Sorrise, amaramente.

Mi sono detta: magari sono io che esagero Forse cè qualcuno in ufficio che usa un nuovo profumo? Mi convinsi per un mese. Poi trovai una ricevuta del ristorante, nella tasca della tua giacca. Cena per due. Vino. Dolce. Noi lì non siamo mai stati insieme.

Vittorio avrebbe voluto giustificarsi, mentire come tante altre volte. Ma le parole gli restarono in gola.

Sai cosa ho fatto? Luciana lo fissò negli occhi. Ho pianto in bagno. Poi mi sono lavata la faccia, ho preparato la cena. Ti ho accolto col sorriso. Nulla dissi alla nostra figlia aveva quindici anni allora, tra scuola e primi amori Perché farle sapere che suo padre

Si interruppe. Passò una mano sul tavolo, come a togliere polvere invisibile.

Ho pensato: passerà. Sono cose da uomini crisi di mezza età, ormoni Torna, e pace. Limportante è la famiglia.

Luci, mormorò Vittorio.

Basta, lo fermò lei. Fammi finire.

Lui annuì, silenzioso.

Poi cè stata la seconda. La terza. La quarta. Ho smesso di contare. Il tuo telefono mai una password. Davvero credevi che non guardassi? Ho letto i messaggi. Quegli stupidi «Mi manchi, cucciola», «Sei il migliore». Ho visto le fotografie, abbracciato con loro, sorridente. La voce di Luciana tremò per la prima volta, ma si ricompose subito. E ogni volta mi chiedevo: ma perché vivere accanto a un uomo che non mi ama?

Io ti amo! scoppiò Vittorio. Luciana, ascolta

No, disse lei, con fermezza. Non mi ami. Ami la comodità. La casa pulita. La cena pronta. Le camicie stirate. Una donna che non fa domande.

Si alzò. Si portò alla finestra. Rimase qualche istante a guardare il buio fuori, come se vi cercasse una risposta.

Sai quando ho deciso? chiese, ancora voltata di spalle. Un mese fa. È venuta nostra figlia per il weekend. Sedute in cucina, bevendo un tè, mi fa: «Mamma, sei strana ultimamente. Silenziosa. Ti vedevo diversa» E io ci ho pensato: ha ragione. Non sono più io da almeno dieci anni.

Vittorio osservava la schiena tesa, la postura fiera, e dun tratto capì: la stava perdendo. Non poteva più evitare la verità: la stava perdendo. Proprio ora.

Non voglio divorziare, mormorò rauco. Luciana, ti prego.

Ma io sì, rispose lei semplicemente. Ho già depositato i documenti. Tra un mese ludienza.

Ma perché adesso?! urlò lui.

Luciana si voltò. Gli diede uno sguardo lungo e malinconico. Poi sorrise, triste.

Perché ho capito che tu non mi hai mai tradita, Vittorio. Si tradisce solo chi è importante. Io per te ero solo presenza. Come laria.

Ed era tutta verità.

Vittorio restava sul divano curvo, invecchiato di dieci anni in un attimo. Luciana era vicino alluscita. Tra loro ventotto anni di matrimonio, una figlia in comune, un appartamento i cui muri li ricordavano entrambi. E un abisso, troppo largo da colmare.

Lo capisci, sussurrò lui, che senza di te mi perdo?

Non ti perdi, vivrai, rispose lei calma. In qualche modo.

No! gridò, lanciandosi verso di lei. Luciana, posso cambiare! Lo giuro! Non ci saranno più

Vittorio, alzò la mano, come per fermarlo. Non si tratta di loro. Non è mai stato per loro.

E allora per cosa?!

Esitò. Scelse le parole quelle che avrebbe voluto dire tanti anni prima, ma non ci era riuscita. Forse per timore, forse perché non si riteneva degna dessere ascoltata.

Sai comera? Ogni volta che tornavi dopo una delle tue Marina o Silvia, io ero lì a letto accanto a te ma mi sentivo invisibile. Nemmeno te ne preoccupavi! Il telefono sul comodino, le camicie lasciate in lavatrice con il rossetto sul colletto. Ti sembrava che fossi scema. O cieca.

Vittorio si scosse, come colpito.

Non volevo

Non volevi? si avvicinò a lui. I suoi occhi brillavano, non per il pianto. Per rabbia. Una rabbia accumulata in anni di silenzio. Semplicemente, non pensavi mai a me. Quando baciavi unaltra, ti chiedevi mai cosa provavo io? «Tanto la moglie non scopre»? O «Che importanza ha»?

Lui tacque.

Perché la verità era peggio.

Non pensava mai a lei. Per lui Luciana cera sempre stata e basta. Presenza scontata. Non avrebbe mai immaginato che avrebbe potuto andarsene.

Tornavi a casa da chissà dove e per te tutto era come sempre. Moglie al suo posto. Famiglia intatta. Tutto ok.

Lei si voltò.

Ma nella tua realtà, io non cero più. Da tempo.

Vittorio mosse un passo avanti. Cercò la sua spalla, voleva prenderla, trattenerla.

Luciana si ritrasse.

Non farlo, disse stanca Ormai è tardi.

Lui le afferrò le mani.

Luciana, per favore! Dammi unaltra possibilità! Posso cambiare!

Lei guardò le loro mani intrecciate, il suo viso sconvolto dalla paura. E allimprovviso capì che temeva davvero. Ma non di perdere lei.

Temeva la solitudine.

Sai, disse piano, liberando le dita, anchio temevo di restare sola. Senza di te. Senza la nostra famiglia. Ma ho capito una cosa.

Si prese la borsa dal tavolo. Le chiavi.

Sono già sola. Da anni. Vicino a te, ma sola.

E si diresse verso la porta.

Passarono tre settimane.

Vittorio rimase nellappartamento ormai vuoto Luciana si era trasferita da nostra figlia subito dopo quel dialogo e vagava sul telefono. Marina della contabilità. Silvia della palestra. Altri nomi, due o tre, che un tempo significavano qualcosa.

Chiamò Silvia.

Rifiutò la chiamata.

Scrisse a Marina lesse il messaggio, non rispose.

Gli altri nemmeno aprirono.

Era strano: quando era un uomo con famiglia, tutte sembravano desiderarlo. Ora che era finalmente libero

Non interessava più a nessuno.

Seduto su quel divano, in quellappartamento improvvisamente enorme e sconosciuto, per la prima volta in cinquantadue anni si sentì davvero solo.

Prese ancora una volta il telefono. Cercò Luciana. Restò a lungo a fissare lo schermo. Le dita tremavano.

Scrisse un messaggio. Lo cancellò. Ne scrisse un altro. Lo cancellò di nuovo.

Alla fine digitò solo: «Possiamo vederci?»

La risposta arrivò dopo unora: «Perché?»

Vittorio esitò. Cosa dire? «Perdonami»? Troppo tardi. «Torna»? Banale. «Sono cambiato»? Una bugia.

Alla fine scrisse la verità:

«Vorrei ricominciare. Posso provare?»

Tre puntini lampeggiarono. Scomparvero. Tornarono.

Alla fine arrivò:

«Vieni sabato, da nostra figlia. Alle due. Parliamo.»

Vittorio sospirò.

Non sapeva cosa sarebbe successo. Se lei avrebbe mai perdonato, se sarebbe tornata. Se meritasse davvero una seconda possibilità.

Guardò la fede al dito.

E per la prima volta, dopo tanti anni, fu pronto a rinascere.

Se solo lei avesse voluto.

Avrebbe dovuto Luciana chiudere gli occhi sulle avventure del marito? Forse sarebbe stato meglio fare uno scandalo sin dalla prima volta? Chissà.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

fourteen − 6 =

«So tutto delle tue scappatelle», disse la moglie. A queste parole, Vittorio sentì un gelo dentro. No, non trasalì. Neppure impallidì – anche se dentro si strinse tutto, come una carta accartocciata prima di gettarla. Rimase semplicemente immobile. Laura stava ai fornelli, mescolando qualcosa nella pentola. Una scena di routine: schiena rivolta al marito, grembiule a pois, profumo di cipolla soffritta. Un quadretto di casa. Accogliente. Ma la voce… la voce era quella di un annunciatore del TG. Vittorio addirittura pensò: magari ha capito male? Forse parlava dei cetrioli – tipo, so dove ne vendono di buoni? O magari del vicino del terzo piano che vende l’auto? No, niente di tutto ciò. «Di tutte le tue scappatelle», ripeté Laura senza voltarsi. E fu lì che Vittorio sentì un vero gelo. Perché nel tono di lei non c’erano isterie, né offesa. Non quello che aveva sempre temuto: lacrime, rimproveri, piatti rotti. Era una semplice constatazione. Come avrebbe potuto annunciare che il latte era finito. Cinquanta due anni vissuti da Vittorio, ventotto con quella donna. La conosceva come le sue tasche: la posizione di un neo sulla spalla, come arriccia il naso quando assaggia la zuppa, come sospira al mattino. Ma mai aveva sentito quel tono. «Laurà», iniziò lui, ma la voce non uscì. Tossicchiò. Provò ancora. «Laura, che vuoi dire?» Lei si girò. Lo guardò – a lungo, con calma, quasi lo vedesse per la prima volta. O forse, meglio, come se stesse riguardando una vecchia fotografia ormai sbiadita. «Di Marina, ad esempio», disse. «Quella della tua contabilità. Anno duemiladiciotto, se non erro». Vittorio sentì la terra mancargli sotto i piedi. No, non è una metafora – la terra spariva davvero, e lui restava sospeso nel vuoto. Dio mio. Marina?! Non ricordava nemmeno bene la faccia. Era successo qualcosa – a una festa aziendale? O dopo? Cosa da niente. Nulla di serio. Si era ripromesso: mai più. «E di Silvia», continuò Laura invariata. «Quella che ti ha abbordato in palestra. Due anni fa». Aperta la bocca. Richiusa. E Silvia, come faceva a saperlo? Laura spense il fornello. Si tolse lentamente il grembiule, lo piegò. Si sedette al tavolo. «Vuoi sapere come l’ho saputo?», chiese. «O ti interessa di più sapere perché sono stata zitta?» Vittorio non rispose. Non perché non volesse, ma perché non riusciva. «La prima volta», iniziò Laura, «l’ho notato già dieci anni fa. Cominciavi a rientrare tardi, soprattutto il venerdì. Arrivavi allegro, con uno sguardo luminoso. Sapevi di profumo femminile». Sorrise amaramente. «Pensai: mi sarò sbagliata? Magari in ufficio c’è una che porta un nuovo profumo? Mi sono convinta per un mese. Poi ho trovato una ricevuta di ristorante nella tasca della tua giacca. Cena per due. Vino. Dolce. Noi lì non ci siamo mai stati insieme». Vittorio avrebbe voluto dire qualcosa – giustificarsi, mentire come sempre. Ma le parole gli restarono bloccate. «Sai cosa ho fatto?», Laura lo guardava negli occhi. «Ho pianto in bagno. Poi ho lavato la faccia. Ho preparato la cena. Ti ho accolto col sorriso. Non ho detto nulla a nostra figlia – aveva quindici anni, gli esami, il primo amore. Perché dovrebbe scoprire che il papà…» S’interruppe. Passò la mano sul tavolo come a togliere una polvere invisibile. «Pensavo: passerà. È una sciocchezza da maschio, una crisi. L’importante è che la famiglia resti unita». «Laurà», riuscì a balbettare Vittorio. «Non ora», lo interruppe lei. «Fammi finire». Lui stette zitto. «Poi c’è stata la seconda. La terza. La quarta. Ho smesso di contare. Il tuo telefono, mai bloccato. Pensavi che non guardassi? Leggevo tutto. Quegli SMS ridicoli: “Mi manchi, tesoro”, “Sei il migliore”. Le foto – tu che abbracci un’altra. Che sorridi. La voce le tremò, per la prima volta. Ma si ricompose. Trasse un respiro profondo. «E mi chiedevo: perché? Perché stare con chi non mi ama?» «Io ti amo!» sbottò Vittorio. «Laura, io…» «No», rispose lei ferma. «Non ami me. Ami la comodità. La casa pulita. La cena calda. Le camicie stirate. Una donna silenziosa che non fa troppe domande». Si alzò. Andò alla finestra. Rimase a fissare il buio. «Sai quando ho deciso?» chiese senza voltarsi. «Un mese fa. Nostra figlia era venuta per il weekend. In cucina, a parlare. Mi disse: “Mamma, sei strana, sei diventata silenziosa, come se non fossi più tu”. Era vero. Non ero più io. Da dieci anni vivo solo per gli altri». Vittorio guardava la sua schiena tesa, e capì: la stava perdendo. Non “potrei perderla”: la stava perdendo adesso. «Non voglio divorziare», sussurrò. «Laura, ti prego…» «Io sì», rispose semplicemente lei. «I documenti sono già stati presentati. Udienza tra un mese». «Ma perché?!», esplose Vittorio. «Perché proprio adesso?!» Laura si voltò. Lo fissò a lungo. Sorrise. Tristemente. «Perché ho capito che tu non mi hai mai tradita veramente, Vitto. Si tradisce qualcuno che conta. Io per te ero solo… presente. Come l’aria». Ed era vero. Vittorio sedeva sul divano, incurvato, invecchiato di dieci anni in un attimo. Laura era nel corridoio. Tra di loro ventotto anni di matrimonio, una figlia in comune, una casa in cui ogni angolo li conosceva. E un abisso. Incolmabile. «Lo capisci», disse piano lui, «che senza di te io non so vivere». «Ce la farai, andrai avanti», tagliò lei. «In qualche modo». «No!» Saltò su, le si avvicinò. «Laura, giuro che cambio! Mai più…» «Vitto», lo fermò con la mano. «Non riguarda loro. Proprio no». «E allora cosa?» Lei rimase in silenzio. Cercava le parole – quelle che avrebbe voluto dire anni fa, ma aveva taciuto. O pensava di non meritare ascolto. «Sai come mi sono sentita? Ogni volta che ti infilavi a letto dopo una delle tue Marinas o Silvias – io stavo accanto a te e mi sentivo il nulla. E non facevi nemmeno sforzi per coprire. Telefono in vista. Camicia nella cesta con il rossetto sul colletto. Tu sicuro che fossi una stupida. Cieca». Vittorio vacillò, come per un colpo. «Non volevo…» «Non volevi?» Fece un passo verso di lui. Gli occhi lucidi di rabbia. Di una rabbia antica, repressa, esplosa adesso. «Non pensavi proprio a me. Quando baciavi un’altra, che c’era nella testa? “Tanto la moglie non sa”? O “che cambia”?» Silenzio. Perché la verità era perfino peggio. Non pensava a lei. Laura era solo una presenza garantita. Sicura. Sempre. «Rientravi dalle tue scappatelle e tutto ti sembrava normale. Casa in ordine, famiglia assieme. Tutto ok». Lei si voltò. «Io invece non c’ero. Nella tua vita. Non proprio». Vittorio avanzò. Provò a sfiorarle la spalla, a stringerla, trattenerla. Laura si scansò. «Non serve», disse stanca. «È tardi ormai». Lui le prese le mani. «Laura, ti prego! Dammi una possibilità! Posso cambiare! Posso esser diverso!» Lei guardò le mani intrecciate, il suo viso teso, impaurito. Capì che sì, aveva paura. Ma non di perderla. Aveva paura di restare solo. «Sai», disse piano, sciogliendo la stretta, «anche io avevo paura. Di restare sola. Senza te, senza la famiglia. Ma sai cosa ho compreso?» Raccolse la borsa. Le chiavi. «Sono già sola. Da tanto. Anche quando eri qui». E se ne andò. Passarono tre settimane. Vittorio restava nell’appartamento vuoto – Laura era andata a vivere da nostra figlia subito dopo quella sera – e scorreva il telefono. Marina della contabilità. Silvia della palestra. Altri due, tre nomi tra i contatti, che un tempo contavano qualcosa. Chiamò Silvia. Rifiutata. Scritto a Marina – letto, nessuna risposta. Le altre nemmeno leggevano. Strano: quando era un uomo di famiglia, gli davano tanta attenzione. Ora che è libero… Non serve più a nessuno. Si sedette su quel divano, in quella casa che ora sembrava enorme e sconosciuta – e per la prima volta, in cinquantadue anni, si sentì davvero solo. Riprese il cellulare. Cercò “Laura”. Lo fissò a lungo. Le dita tremavano. Scrisse un messaggio. Cancellò. Un altro. Niente. Poi scrisse solo: «Possiamo vederci?» Risposta dopo un’ora: «Perché?» Vittorio pensò. Cosa dire? “Scusa”? Tardi. “Torna”? Ridicolo. “Sono cambiato”? Bugiardo. Scrisse la verità: «Voglio ricominciare da zero con te. Possiamo provarci?» Tre puntini. Spariti. Tornati. Poi la risposta: «Vieni sabato da nostra figlia. Alle due. Parliamo». Vittorio sospirò. Non sapeva cosa sarebbe stato. Se lei avrebbe perdonato, se sarebbe tornata. Se meritasse un’altra possibilità. Guardò la fede al dito. E per la prima volta, dopo anni, si sentì pronto a ricominciare. Se lei lo avesse permesso. Aveva fatto bene Laura a chiudere un occhio sulle scappatelle del marito? Avrebbe dovuto affrontarlo e mettere subito le cose in chiaro dopo il primo tradimento? Voi cosa ne pensate?
Ora sei solo un peso inutile!” — Lo sposo l’ha abbandonata sulla sedia a rotelle, ma un anno dopo è tornato strisciando ai suoi piedi.