– Marco, andiamo dal nonno, sta poco bene, dissi a mio figlio mentre lui si illuminava di gioia: adorava parlare con suo nonno.
Giovanni Bellini viveva da solo da quando la mamma di Marco era venuta a mancare cinque anni fa. Si dilettava con lelettronica, costruiva mille aggeggi diversi; sia a me che a mio figlio questa passione aveva contagiato, e mio padre ne era orgogliosissimo.
Io e Lucia siamo sposati da dodici anni, abitiamo insieme a mia suocera nel suo appartamento di tre locali nel quartiere Niguarda, a Milano. Gina Bartolini, la suocera, pensava che fossi troppo buono, goffo e che dedicassi il mio tempo a cose inutili; non mi ha mai apprezzato davvero.
La nostra camera era sempre invasa da fili e pezzi di metallo. Lavoravo in un laboratorio di riparazioni di elettrodomestici, e anche a casa trafficavo con i miei attrezzi. Però ogni apparecchio in casa nostra funzionava alla perfezione, anche se la suocera non lo considerava certo un merito.
– Alla fine, basterebbe chiamare un tecnico, non serve che ti metta tu a riparare tutto, rimproverava spesso mia suocera a Lucia, che però non era daccordo.
– Mamma, tu non ti preoccupi di nulla proprio perché Marco sistema tutto: controlla, aggiusta, mette a posto. Non glielo riconosci mai solo perché in casa fila tutto liscio!
Io, educato, non rispondevo mai a certe sue frecciate. Io e Lucia eravamo uniti; mio figlio e mia moglie erano la mia unica gioia. Ma la suocera non era contenta:
– Marco, dovresti aprire unattività tua, lavorare in proprio.
– Be, qualcuno dovrà pur lavorare anche per il pubblico, aiutare lo Stato, ribattevo, e lì chiudevo la discussione.
Così andava avanti. Un giorno, però, Gina Bartolini incontrò vicino al portone di casa un giovane uomo dallaria simpatica e distinta. Lui aprì il cancello con la chiave e la lasciò passare prima.
– Grazie mille, disse Gina. Ma vive qui nelledificio?
– Sì, ho appena comprato un appartamento al terzo piano, saremo vicini!
– Ma davvero? Forse hai preso lappartamento di Mara, proprio di fronte al nostro?
– Non so, è il numero cinquantasette.
– Esatto! Lei si è trasferita da suo figlio in Sardegna. Allora siamo vicini di casa! lo guardò, e lo approvò con un cenno.
Era alto, atletico, occhi azzurri e un sorriso magnetico.
– Un genero così vorrei io, altro che il mio Marco pensava Gina tra sé. Piacere, io sono Gina Bartolini, disse ad alta voce.
– Carlo, rispose lui, accennando un inchino. Se vuole venga a bere un caffè, sono solo in casa. Lei invece?
– Abito con mia figlia, mio genero e il mio nipote
Il giorno dopo Gina, uscendo per andare al lavoro, trovò Carlo vicino allauto.
– Buongiorno, Gina Bartolini, va al lavoro? Se vuole la accompagno.
Non ci mise molto a convincerla: si sedette subito in macchina. La strada passò chiacchierando. Seppe che Carlo era un imprenditore, anche se rimase vago.
La sera Gina raccontò tutto a Lucia con entusiasmo, esaltando il nuovo vicino: giovane, bello, aveva business, macchina e aveva appena acquistato casa.
Lucia, però, non parve interessata almeno finché una sera Carlo non suonò a casa. Aprì la porta Lucia e rimase di sasso: davanti a lei si trovava quelluomo alto, a torso nudo e in pantaloncini.
– Scusi se sono così informale, buonasera. Mi presterebbe un po di sale? Me ne sono dimenticato e non ho voglia di scendere a comprarlo
– Buonasera, lei rispose portando subito il sale.
– Grazie, lo restituirò, disse lui, ma lei fece un gesto come a dire che non era necessario.
Proprio in quel momento passava la suocera.
– Ah, il nostro vicino! Ma accomodati, Lucia, perché lo lasci sulla porta? Io e mio figlio, intanto, eravamo già dal nonno.
– No, grazie, ho solo chiesto un po di sale… arrivederci, e se ne andò.
Nei giorni seguenti, gli argomenti in casa ruotavano attorno al nuovo vicino: Gina raccontava di come Carlo lavesse aiutata con le borse, Lucia che laveva accompagnata al lavoro. E senza saperlo, finì nella sua casa, e accadde ciò che non doveva succedere, senza alcun pentimento da parte sua per avermi tradito.
Gina Bartolini la copriva davanti a me come poteva. Un giorno mio figlio tornò da scuola e vide sua madre uscire dallappartamento del vicino. Stupito, chiese:
– Mamma, ti sei sbagliata di appartamento?
– Ma no, stavo chiedendo solo del sale che ho dimenticato!
Ma entrato in casa, andò subito in cucina, aprì la credenza:
– Mamma, abbiamo già tre pacchi di sale! Magari non li hai visti?
Per ingenuità raccontò tutto anche a me. Io, in fondo, sospettavo già qualcosa: Lucia era cambiata, curava di più il suo aspetto, comprava nuovi vestiti, aveva cambiato profumo. Compresi: si stava innamorando del vicino. La suocera parteggiava per lei. Io non sapevo che fare.
– Fare una scenata? E nostro figlio Francesco? Meglio sopportare, magari è solo un errore che presto passerà
Gina invece era soddisfatta e continuava a provocarmi:
– Te lho sempre detto di farti una ditta tua. Avresti già la macchina, non servirebbe che tua moglie si facesse dare i passaggi dal vicino.
Ma Lucia si era innamorata davvero. E una sera il confronto, quello che temeva di più, arrivò.
– Marco, dovremmo separarci.
– E nostro figlio? E Francesco?
– Carlo è un bravuomo, avrà un buon rapporto con lui, crescerà come fosse suo, disse Lucia.
– Sì, come. Ma Francesco ha già suo padre, e sono io. Starà con me.
Il giorno dopo, Francesco mi mostrò una console da gioco che Carlo gli aveva regalato. Gli dissi:
– Ti piacerebbe stare da me dal nonno?
– Molto, papà, davvero tanto, rispose raggiante.
– Marco, e questa che novità sarebbero? protestò Lucia. Francesco vive qui!
Spiegare a mio figlio perché saremmo rimasti io e lui non fu facile, ma il ragazzo capì. Mi chiese di promettergli che sarebbe venuto sempre a trovarlo.
Nel weekend, andammo al parco. Cercai di spiegargli qualcosa:
– Francesco, a volte tra genitori succede
– Dai, papà, non serve. Ho capito tutto da solo. È tutta colpa di Carlo. È lui che ci ha portato via la mamma
Non seppi che rispondere.
Il fine settimana dopo eravamo di nuovo insieme, e Francesco mi disse:
– Papà, ho restituito la console a Carlo. Non ci vado più in casa sua. Mi ha dato uno scappellotto quando la mamma non cera e mi ha detto di andare da mia nonna.
– È vero, Francesco? E tua madre?
– Non le ho detto niente. Vorrei solo che tu tornassi a vivere con noi
Il suo sguardo mi fermò.
Lucia si era gettata anima e corpo in quellamore, dimenticando tutto, viveva con Carlo. Francesco ormai era lasciato a se stesso e Gina pensava solo a sé.
– Dai, Francesco, torniamo a casa. Qui le cose devono essere chiarite Nessuno deve permettersi di alzare le mani su di te.
Entrammo: Gina beveva tè in cucina, Lucia non cera.
– Oh, il mio ex genero! esclamò la suocera. Sei venuto a riparare la lavatrice? Carlo non ne capisce niente
– Gina Bartolini, ma vi rendete conto che Carlo ha messo le mani addosso a mio figlio?
– Quando mai? Francesco, cosa vuol dire?
Il ragazzo raccontò tutto: tre giorni prima Carlo gli aveva mollato una scappellotto, lo aveva spinto e detto di andare da sua nonna che lì dava fastidio.
– Non è possibile! si indignò la suocera. Io bussai subito a casa di Carlo.
Aprì la porta, stupito. Dalla stanza arrivò anche Lucia.
– Che cè? chiese Carlo.
– Non ti permettere più di mettere le mani su mio figlio.
– Cosa mai gli ho fatto? Solo uno scappellotto, che sarà mai
Lucia fissava Carlo senza credergli.
– Carlo, è vero?
– Ma certo! È un maschio, deve farci labitudine; così si crescono i ragazzi. Comunque, che viva da suo padre, tuo figlio non mi piace. Lucia rimase allibita, la suocera pure, a bocca aperta.
Gli misi un cazzotto in faccia e tornai in casa deciso a portare via mio figlio. Entrò Gina, poi Lucia, piangendo entrambe.
– Perdonami Marco, perdonami Francesco, singhiozzava Lucia, perché non mi hai detto nulla?
– Perché non mi avresti creduto, mamma Te lavevo già detto che Carlo aveva alzato le mani e tu niente, hai detto che esageravo.
Fu una discussione lunga. Gina mi pregava di perdonare Lucia. Lucia piangeva:
– Ti prego, Marco, non so cosa mi sia preso Perdonami, per nostro figlio! Non andare via, resta con noi
Mi fermai sullo sguardo di Francesco, pieno di lacrime, e non potei andarmene.
– Bene, resto Vedremo come andrà, dissi, mentre Francesco mi saltava al collo.
– Papà, sei il migliore. Perdona la mamma, per favore.
– Marco, perdona anche me, si intromise la suocera, forse sono più colpevole io di tutti. È un mio sbaglio, scusami. Cercherò di rimediare a tutto.
Passò un po di tempo e tutto si sistemò. Lappartamento tornò sereno, la lavatrice funzionava, la suocera era felice di aver rimediato ai suoi errori. Lucia faceva di tutto per farsi perdonare. E già, senza dirlo, paragonava Carlo a me: si convinceva ogni giorno di più che il marito migliore era il suo.
Grazie per aver letto la mia storia. Buona fortuna nella vita!







