La suocera pretende le chiavi di casa mia per ispezionare la pulizia mentre sono al lavoro: una tipica domenica italiana tra tazze di tè, robot aspirapolvere e confini familiari da difendere

E quando mi fate un doppione delle chiavi? chiede con tono casuale la signora Tamara Petroni, mentre assaggia un cucchiaino di marmellata di lamponi fatta in casa. Guarda, Giulio si è sciupato tantissimo, e scommetto che negli angoli di casa avete la polvere antica.

Martina, intenta a versare il tè, si blocca con la teiera a mezzaria. Un filo di acqua bollente rischia di finire fuori dalla tazza. Appoggia lentamente la teiera sul sottopentola e lancia unocchiata al marito. Giulio, seduto di fronte alla madre con un piatto di frittelle davanti, finge che la conversazione non lo riguardi. È la sua solita strategia: diventare invisibile quando si preannuncia tempesta.

Signora Tamara, perché vi servono le chiavi del nostro appartamento? Martina cerca di mantenere la voce calma, ma dentro di sé sente già salire la rabbia. Le visite domenicali dalla suocera sono sempre una prova di resistenza, ma oggi si sta superando.

Come perché? si sorprende sinceramente la signora Tamara, asciugandosi le labbra con il tovagliolo. Tu lavori tutto il giorno. Esci presto e torni tardi. Quando trovi il tempo di occuparti della casa? Io sono in pensione, ho tempo libero. Potrei venire durante il giorno mentre voi siete fuori. Dare una ripassata alla polvere, pulire per bene, cucinare un minestrone fresco. Giulio ha bisogno di mangiare caldo, con il suo stomaco delicato.

Giulio sta benissimo, ribatte Martina sedendosi a tavola. E le pulizie le facciamo noi. Abbiamo un robot aspirapolvere, e nel weekend diamo una bella sistemata a tutto. Insieme.

Ma fammi il piacere… sospira Tamara con aria commiserante, quello sguardo di falsa compassione che Martina detesta più di ogni altra cosa. Il robot!? Cosa vuoi che possa fare quella scatoletta di plastica? Gira solo la polvere negli angoli. E poi, non è roba da uomo stare dietro a panni e strofinacci. Comunque fate così: la prossima settimana mi fate il mazzo di chiavi. Ho già pensato a tutto: vengo il martedì e il giovedì. Così al vostro ritorno troverete casa splendida.

Martina sente Giulio che, sotto il tavolo, la tocca lieve col piede, come a chiederle di non scatenare una lite. Ma tacere, in queste situazioni, sarebbe unoffesa al proprio equilibrio mentale. Quellappartamento, dove vivono, è di Martina. Lo ha comprato due anni prima del matrimonio, risparmiando su ogni cosa e pagando un mutuo faticoso. È il suo rifugio, il suo spazio, dove ogni oggetto è al suo posto. Pensare che la suocera possa entrare mentre non cè, frugare nei cassetti o nelle pentole, la fa stare male.

Signora Tamara, grazie della premura, ma le chiavi non le avrà, dice Martina, guardandola negli occhi. È casa nostra, decidiamo noi come gestirla e quando pulire. Ci troviamo bene così.

In cucina cala un silenzio teso; si sente solo il ticchettio dellorologio a pendolo. Tamara appoggia il cucchiaino, il viso che si fa rosso a macchie.

È la vostra ultima parola? domanda con voce gelida, passando lo sguardo dal figlio alla nuora. Giulio, tu senti come tua moglie parla a tua madre? Io voglio solo aiutare! E vengo trattata così?

Giulio alza finalmente la testa dalle frittelle, con aria infelice. Lui vorrebbe evitare qualsiasi conflitto, ma capisce che la madre sta esagerando.

Mamma, davvero, dice con cautela. Martina non si sente a suo agio con qualcuno in casa quando non cè. Apprezziamo il tuo aiuto, ma… preferiamo far da soli.

Da soli! sbotta Tamara alzandosi di scatto. Lo vedo come fate. Sporco dappertutto, cibi precotti… Giulio, la camicia nemmeno stirata bene! Va bene, fate come volete. Aspetto solo il giorno che verrete da me a chiedere aiuto.

Il resto della merenda trascorre in un silenzio impacciato. Dopo venti minuti Martina e Giulio si scusano per degli impegni urgenti e si avviano verso la macchina. Giulio prova a smorzare i toni.

Marti, dai, non scaldarti. Lei è fatta così, vecchia scuola: per lei prendersi cura vuol dire pulire e riempire il piatto. Non lo fa per cattiveria.

Giulio, gli risponde Martina mentre aspettano il verde al semaforo, immagina se fosse mia madre ad entrare a casa, frugare tra le tue cose, i documenti, solo per mettere ordine. Ti farebbe piacere?

Giulio fa una smorfia.

Capito. Hai ragione. Ma sai comè fatta, non mollerà tanto presto.

Aveva ragione. Tamara Petroni non è tipo da arrendersi. Abituata a spuntarla sempre, inizia a subissare Giulio di messaggi ogni mattina con ricette per una giusta alimentazione e articoli sul danno della polvere domestica.

Mercoledì sera Martina rientra distrutta dal lavoro e trova Giulio in bagno, parlottando sottovoce al telefono.

Mamma, non posso… Sì, lei lo nota… Mamma, non va bene… Ho detto di no.

Martina bussa, lui esce arrossendo.

Di che parlavate? chiede mentre scalda la cena.

Mah… si gratta la testa. Era la mamma. Vuole venire domani a pulire il bagno. Dice che ha comprato dei prodotti miracolosi e me li vuole regalare. Mi ha chiesto di lasciarle le chiavi domattina.

Martina posa la spatola.

E tu che hai risposto?

Ho detto di no, ovvio! Le ho detto che siamo al lavoro e non possiamo farla entrare. E che non le do le chiavi senza dirtelo.

Grazie, sospira Martina. Davvero, Giulio. Questa è una questione di confini.

Tamara però cambia tattica: passa alla manovra psicologica e coinvolge altri. Venerdì, sul cellulare di Martina, arriva una chiamata da un numero fisso sconosciuto.

Pronto, signora Martina Bianchi? tono formale, autoritario.

Sì, sono io.

Siamo dellamministrazione condominiale. Domani, metà mattina, abbiamo programmato il controllo delle canne fumarie. Serve laccesso al vostro appartamento.

Va bene, domani è sabato, siamo a casa.

Perfetto: il tecnico arriverà tra le dieci e le dodici.

Sabato, puntuale alle dieci, suonano alla porta. Martina, ancora in pigiama, apre aspettandosi un idraulico o un tecnico, ma davanti a lei cè Tamara Petroni con una borsa piena di spazzoloni e uno strato di torta in mano. Accanto a lei, un omino magro con una valigetta.

Buongiorno, Martinella! canta la suocera entrando senza tante cerimonie. Sono venuta col tecnico. Così almeno controllo che non vi lasci tutto sporco, e magari approfitto per fare due pulizie.

Martina rimane basita. Il livello di invadenza è indescrivibile.

Che tipo di tecnico? Era lei ieri al telefono? chiede Martina.

Ma dai… si offende teatralmente Tamara, iniziando a togliersi il cappotto. Era la mia vicina Lidia, fa la centralinista, mi ha detto del controllo. Ho pensato di aiutarvi. Tanto sarà mezzogiorno prima che vi svegliate.

Giulio esce dalla camera sentendo trambusto; resta imbambolato vedendo la madre.

Mamma, che ci fai qui?

Metto in ordine, mentre voi poltrite! risponde Tamara baldanzosa. Giulio, accendi il bollitore. Tu, caro, vai pure a controllare le canne fumarie. Io intanto do unocchiata alla cucina, secondo me la cappa sarà piena di grasso.

Il tecnico, che sente la tensione, si defila in cucina. Martina respira per non perdere la pazienza. La suocera non solo entra senza avviso: orchestralizza vere e proprie incursioni in casa.

Intanto, Tamara ha già aperto i pensili, esamina i sacchetti di cereali.

Martina, ma la grano saraceno in pacco aperto? Ti portavo io dei barattoli, così non prendi la farina! E questa pasta in offerta? A Giulio non fa bene, gli resta sullo stomaco.

Signora Tamara, rimetta la pasta dovera, Martina la blocca fredda. E lasci stare i miei mobili. Siete unospite.

Ospite io? Sono a casa di mio figlio! replica piccata, ma rimette a posto la pasta. Guarda Giulio, vuole sempre comandare. Ti farà venire lulcera, ricordati le mie parole.

Il tecnico finisce in fretta, fa firmare il verbale e si dilegua, sentendo latmosfera irrespirabile. Tamara tira fuori i guanti di gomma.

Bene, ora che se ne sono andati, mettiamoci al lavoro. Martina, dovè il secchio? Passo subito il pavimento con la candeggina, sapessi che germi…

Nessuna candeggina, Martina si piazza tra la suocera e il bagno. Signora Tamara, basta così. Niente pulizie qui. Sedetevi, mangiate la torta e poi vi chiamiamo un taxi.

Tamara si immobilizza, lo sguardo duro.

Mi cacci? Da casa di mio figlio?

Non è casa di vostro figlio, scandisce Martina lentamente. È la mia, lho comprata prima del matrimonio. Giulio ci vive perché è mio marito, ma qui decido io. Prima regola: nessuno fa pulizie a casa mia senza richiesta. Seconda regola: nessuna visita senza avviso e senza il nostro ok.

Tamara impallidisce. Si volta verso Giulio cercando complicità.

Senti cosa dice? Ti rinfaccia la casa! Sei diventato uno zerbino! Dille qualcosa!

Giulio abbassa la testa, imbarazzato per la madre e per la situazione. Sa quanto quella casa sia costata a Martina, anche in sacrifici. Ora è arrivato il momento di prendere posizione.

Si avvicina a Martina e le prende la mano.

Mamma, dice calmo ma deciso. Martina ha ragione. Qui si rispettano le regole sue. Siamo felici di averti ospite quando ti invitiamo. Ma pretendere le chiavi o scavare negli armadi è troppo.

Ah sì, sussurra Tamara toccandosi il petto. Quindi lei è più importante di tua madre? Ti ho cresciuto, dato tutto, vegliato la notte, ora solo su invito?

Mamma, smettila con la scena, risponde Giulio stanco. Di salute stai benissimo, il medico lo ha confermato la scorsa settimana. Ti vogliamo bene, ma lasciaci la nostra vita, per favore.

Tamara resta qualche secondo lì, fissando Martina, poi con rabbia inizia a raccogliere le sue cose: la scopa che non entra più nella borsa le fa quasi perdere la pazienza.

Non metterò più piede qui, sputa fra i denti sulla soglia. Vivete pure nello sporco. Quando vi lascerete e con un carattere così lo vedo vicino ricordati, Giulio, non venire a piangere da me.

La porta sbatte. In casa cala il silenzio, ma stavolta lascia spazio a un senso di leggerezza.

Martina abbraccia il marito.

Grazie, sussurra sulla sua spalla. So che non era facile.

È vero, ammette Giulio stringendola. Ma se non la fermavo, si sarebbe trasferita qui con la scusa di dare lacqua alle piante.

Passano due settimane. Tamara mantiene la parola e non si fa vedere, anche se telefona spesso a Giulio lamentando solitudine e figli ingrati. Giulio ascolta e rimane fermo nella loro decisione.

Ma Martina non ha fatto i conti con la caparbietà della suocera. Tamara adesso ci prova dal fronte legale.

Una sera, Giulio torna dal lavoro pensieroso.

Martina… indovina: ha chiamato mamma.

Di nuovo chiavi?

No, questa volta vuole intestarmi la casa di campagna.

La villa al lago? Martina rimane sorpresa. Era il suo orgoglio. E cosa vuole in cambio?

Vuole che la registriamo temporaneamente nel nostro appartamento. Così, dice, accede a degli sconti sui servizi comunali, mentre affitta il suo appartamento per aiutarci.

Martina ride, un po nervosa.

Giulio, è un cavallo di Troia.

Mi sa che hai ragione… Lei sostiene che serve solo un timbro.

Una registrazione anagrafica, anche solo temporanea, le dà diritto di abitare qui e nessuno la può cacciare. Potrebbe affittare la sua casa e trasferirsi da noi, controllando la polvere ogni minuto.

Giulio impallidisce. Evidentemente non ci aveva pensato.

Hai ragione… Non ci avevo riflettuto. Lei dice che è solo burocrazia.

Nessuna burocrazia è solo formale.

Il giorno dopo fanno la telefonata decisiva. Giulio mette il vivavoce, così Martina può ascoltare tutto.

Mamma, abbiamo ragionato sulla tua idea, inizia Giulio. Grazie per la villa, ma non ci serve adesso. E non possiamo registrarti qui.

Come sarebbe? la voce di Tamara si indurisce. Tuo madre ti chiede una cortesia e tu la neghi? Non voglio mica vivere da voi!

Mamma, hai una bella casa tua. Non serve affittarla. Se parli di aiuti, ne hai già abbastanza. E poi, preferiamo non mischiare questioni di proprietà.

Questa è colpa sua! grida la voce al telefono. Quella tua… padrona? Teme che le rubo i metri quadri? Potevano servirmi, ma non mi interessano! Volevo solo aiutare!

Signora Tamara, interviene Martina avvicinandosi al telefono, apprezziamo il suo desiderio di aiutare. Ma laiuto si offre quando lo si chiede. Non le abbiamo mai chiesto di affittare la sua casa, né soldi. Ce la caviamo. Cerchiamo di mantenere buoni rapporti, anzi, venga da noi sabato prossimo per una torta fatta in casa. Ma viviamo separati, le chiavi restano solo a noi.

Dallaltro capo della linea, silenzio. Sembra quasi si sentano i suoi pensieri ribollire: offendermi, piangere, maledire o accettare?

Va bene, borbotta infine. Ma la torta di cosa?

Di cavolo, come piace a lei, sorride Martina sentendo la tensione che svanisce.

Limpasto lo fai tu o lo compri già pronto?

Lo faccio io, signora Tamara. Tutto a mano.

Vedremo. Sabato alluna sarò lì. E Giulio, compra del vero tè, non quella polvere nei sacchetti!

Chiuso il telefono, Martina e Giulio si guardano e ridono. Non è una vittoria totale, ma è una tregua. I confini sono chiari, il ponte levatoio si abbassa solo su invito.

Passano sei mesi. Tamara borbotta sempre sulla polvere quando viene (solo su invito), a volte passa il dito sulla libreria per controllare, facendo la severa tipo ispettore dellASL. Ma non chiede più le chiavi. E un giorno, quando una vicina si lamenta della propria nuora, Martina sente la suocera rispondere:

La mia, almeno, il carattere ce lha. Difende la sua casa. E poi, lordine… basta che mio figlio sia felice, il resto passa.

Martina pensa che sia il complimento più grande che potesse ricevere. E, nel dubbio, il mazzo di chiavi di riserva lo tiene in cassaforte in ufficio: meglio prevenire, si sa. Con le suocere italiane, non si scherza.

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La suocera pretende le chiavi di casa mia per ispezionare la pulizia mentre sono al lavoro: una tipica domenica italiana tra tazze di tè, robot aspirapolvere e confini familiari da difendere
# La Professoressa che Tutti Detestavamo La professoressa Ferrari era il terrore dell’Istituto Tecnico Statale “Leonardo da Vinci” di Milano. Tutti avevamo paura di lei. Era quella docente che ti sgridava se arrivavi anche solo un minuto in ritardo, che ti toglieva punti per la camicia fuori dai pantaloni, che non sorrideva mai e sembrava quasi divertirsi a bocciare gli studenti. In terza, io ero il leader non ufficiale di quelli che la odiavano. Organizzavo i mugugni, i soprannomi cattivi, gli scherzi pesanti. La chiamavamo “La Strega” e fantasticavamo su vendette per tutte le umiliazioni che ci aveva fatto subire. Il giorno in cui tutto cambiò era un venerdì di novembre. Avevo saltato le lezioni per andare con alcuni amici alla Galleria. Tornando a casa in metropolitana, notai qualcosa di strano: la professoressa Ferrari che usciva da una farmacia in un quartiere molto povero, con diverse buste in mano. La curiosità ebbe la meglio sulla paura. Scese alla fermata dopo la sua e la seguii da lontano. La vidi entrare in un condominio malmesso. Aspettai qualche minuto e mi avvicinai. Dalla finestra aperta al primo piano sentii delle voci. —Professoressa, grazie di essere venuta. Martina è a letto con la febbre da tre giorni. —Non si preoccupi, signora Conti. Ho portato l’antibiotico che ha prescritto il dottore. Martina Conti? Una compagna di classe molto silenziosa, che spesso sembrava stanca e mancava spesso a scuola. —Quanto le devo, professoressa? —Nulla, signora Conti. Ne avevamo già parlato. —Ma è una grossa spesa… —Martina è una studentessa bravissima. Merita di stare bene, per poter continuare a studiare. Mi sporsi e vidi la professoressa Ferrari, quella donna fredda e severa, accarezzare la fronte di Martina con una dolcezza che non avevo mai visto tra i banchi. —Come te la cavi con matematica, ragazza? —Bene, prof. Ho fatto gli esercizi che mi ha lasciato. —Ottimo. Lunedì ti porto dei libri in più, così ti prepari meglio al test per il liceo. —Professoressa, non so se potrò andare al liceo. Mia madre ha bisogno che lavori… —Martina, tu devi studiare. Questo è il tuo lavoro adesso. Al resto ci penso io. Me ne andai da lì confuso e turbato. Quella non era la professoressa Ferrari che conoscevo. La settimana dopo cominciai a osservarla meglio in classe. Notai cose che prima mi erano sfuggite. Quando Luca Bianchi si addormentava in classe, invece di svegliarlo urlando come faceva con noi, si avvicinava silenziosa e gli toccava la spalla. Poi scoprii che Luca lavorava in pizzeria fino a tardi per aiutare la sua famiglia. Quando Chiara Romani non portava i compiti, la prof le dava una seconda possibilità senza umiliarla di fronte agli altri. Chiara, infatti, accudiva i suoi fratelli piccoli mentre la madre faceva il turno di notte in ospedale. Un giorno trovai il coraggio di restare dopo lezione. —Professoressa, posso farle una domanda? —Dimmi, Filippo. —Perché si comporta così… diversamente con certi compagni? Rimase in silenzio per un istante, mettendo a posto le cose sulla cattedra. —A cosa ti riferisci? —Con alcuni è più… comprensiva. Ma con me e con altri è severissima. —Filippo, siediti. Mi sedetti in prima fila, nervoso. —Sai qual è la differenza fra te e Martina Conti? —No. —Tu hai genitori che possono comprarti quaderni, pagarti ripetizioni se serve, che stanno attenti ai tuoi voti. Martina no. —Ma non è colpa mia. —No, non è colpa tua. Ma è tua responsabilità sfruttare queste possibilità. Se sono esigente con te, è perché so che puoi dare di più. Se sono comprensiva con Martina, è perché sta già dando tutto quello che può. —Lei compra medicine ai suoi studenti? Mi guardò fissa. —Mi hai seguita l’altro giorno? Annuii, imbarazzato. —Filippo, alcuni dei miei ragazzi vengono a scuola senza aver fatto colazione. Altri dopo le lezioni lavorano per aiutare la famiglia. Altri ancora badano ai fratellini. Se posso fare qualcosa perché continuino a studiare, lo faccio. —A spese sue? —A spese mie. —Perché? —Perché anch’io sono cresciuta in una famiglia come la loro. Una maestra mi ha comprato i miei primi libri del liceo. Senza di lei, non sarei mai arrivata all’università. Mi venne un nodo alla gola. —Ma… allora perché è così dura con noi? —Perché la vita sarà dura con voi. Se non vi metto alla prova adesso, chi lo farà? I vostri genitori saranno sempre dalla vostra parte. Io sono l’unica a dirvi la verità: il mondo non regala nulla. —Non ci avevo mai pensato. —Filippo, tu sei intelligente ma svogliato. Passi il tempo a scherzare invece di studiare. Sai perché mi dà così fastidio? —Perché? —Perché sprechi occasioni che Martina darebbe qualsiasi cosa per avere. Lei studia con libri prestati, alla luce di una candela perché a volte non hanno corrente. Eppure prende voti più alti dei tuoi. Mi sentii il peggiore del mondo. —Posso… posso fare qualcosa per aiutare? —Vuoi davvero aiutare? —Sì. —Allora studia. Sii lo studente che puoi essere. E, se vuoi fare di più, aiuta i compagni in difficoltà. Da quel giorno vidi tutto con occhi diversi. La professoressa Ferrari non era la strega cattiva che pensavo. Era una donna che si faceva carico dei problemi di cinquanta famiglie, che spendeva il suo stipendio per ragazzi che non erano suoi figli, che era dura con chi poteva resistere e dolce con chi aveva già troppo peso sulle spalle. Iniziai a impegnarmi davvero. Organizzai gruppi di studio per aiutare i compagni in difficoltà. Smettei di fare lo spiritoso in classe. A fine anno, quando mi consegnò la pagella di terza con la media dell’8.7, la professoressa Ferrari sorrise. Era la prima volta che la vedevo sorridere. —Bravo, Filippo. Sapevo che potevi farcela. —Grazie di non essersi arresa con me, professoressa. —Non mi arrendo mai con i miei studenti. Anche quando voi vi arrendete con me. Anni dopo, laureato con una borsa di studio per merito, la prima cosa che feci fu cercarla. Insegnava ancora nella stessa scuola, ancora severa, ancora a comprare medicine e quaderni per i suoi studenti più bisognosi. —Professoressa, volevo ringraziarla. —Non devi ringraziare me, Filippo. Il lavoro l’hai fatto tu. —No, la devo ringraziare. Mi ha insegnato che essere severi è anche un modo d’amare. E che spesso chi ci ama davvero è proprio chi ci fa meno sconti. Ora sono docente universitario. E quando devo essere rigido con i miei studenti, penso alla professoressa Ferrari, al fatto che anche la severità può essere una forma di cura. Che pretendere tanto è credere nelle possibilità di qualcuno. I miei studenti forse mi odiano quanto io odiavo lei. Ma spero che, un giorno, capiscano che i professori più esigenti sono spesso quelli che ci vogliono davvero bene.