Martina era considerata una donna pessima. Addirittura, mi faceva quasi pena pensare a quanto la giudicassero male. Tutti cercavano in ogni modo di farlo notare a mia madre: Martina non va bene, è una cattiva donna. Malvista e anche infelice.
Daltronde, nessun marito, il figlio ormai adulto, vive da solo a Milano. Martina è sola, nessuno sembra avere bisogno di lei. Arrivata in ufficio di lunedì, le colleghe si vantavano, ciascuna più dellaltra: chi aveva lavato e sistemato la casa, chi era stata a preparare confetture nella casa in campagna, chi aveva fatto mille cose per la famiglia. Martina stava in silenzio. Lei, che cosa aveva da raccontare? Marito non cè, il figlio ormai fa la sua vita; e così Martina, silenziosa, ascoltava in disparte.
Oggi ha chiesto di uscire prima dallufficio. Tutti lo sanno che, un paio di volte al mese, chiede di lasciare lavoro in anticipo. E tutti, scuotendo la testa, sono convinti di sapere dove va: a incontrare, secondo loro, uno dei suoi numerosi amanti. Sono certi che Martina abbia chissà quanti uomini, perché è una cattiva donna.
Le altre invece, sposate, indaffarate, si credono rispettabili. Poi, una sera, mia madre mi fa:
Martina, ma come mai sei così?
Così come, mamma?
Insomma, sei sempre da sola, non ti metti a posto. Perché non ti trovi almeno un fidanzato? Magari potresti fare anche un altro figlio, oggi tutte diventano mamme dopo i quaranta…
Mamma, ma perché mai dovrei cercarmi un uomo qualsiasi? E un altro figlio, per cosa? Mio figlio ce lho già, Federico mi basta e avanza. E un uomo, come lo chiami tu, che ci dovrei fare? Guarda che io ho già Riccardo.
Martina! esclamò con tono accorato mia madre. Ma Riccardo non è il tuo uomo!
E invece sì. Mi invita fuori una volta a settimana, mi fa regali, mi aiuta ad arrangiare le vacanze, non mi stressa, non mi manda a pulire la casa di sua madre, non pretende calzini stirati né cene pronte ogni sera, non mi pesa con problemi suoi, non si sdraia sul divano a fare niente! Un paradiso.
Sì, bello il paradiso… Peccato che tutto questo tocca alla povera moglie di Riccardo.
E tu vorresti che toccasse a me? Mamma, io ho quarantadue anni, sono stata già sposata due volte e a fortuna del genere preferisco le mie pantofole.
La prima volta, ricordi? Mi hai fatto sposare appena compiuti i diciotto, perché lui era più grande, maturo, aveva una posizione, mi voleva bene. E sono rimasta lì cinque anni, prigioniera: niente università, niente amiche, niente usare del mio tempo con Federico, sei giovane, potresti sbagliare, solo a lavorare per lui e sua mamma. Daccordo, avevo le mani piene di gioielli, ma vivevo in gabbia.
Mi faceva uscire solo per farsi vedere con la moglie giovane e perbene. Lui, però, frequentava e come le altre bambole. Quando sono scappata e ho chiesto il divorzio grazie alla nonna, che mi ha aiutato voleva indietro anche le mie mutande.
La seconda volta invece mi sono sposata per amore. Studiavo e lavoravo giorno e notte per non pesare su te e papà…
Martina! Ma come puoi parlare così? Non ti ho mai rinfacciato niente io! Non hai mai mancato di un piatto caldo, né tu né Federico.
No, mamma, tu no. Ma cè chi sì. Chi aveva paura che mi sistemassi sopra le sue spalle insieme a mio figlio.
Ma chi?
Papà. E pure mio fratello, Giacomo, allora stava ancora a casa, mica lavorava; diceva : Cè la mamma che pensa a tutto!
Tu ti spaccavi la schiena, correvi da una parte allaltra, a occuparci di tutti… Io, per amore e per sfinimento, mi sono risposata. Ma non è cambiato niente: le responsabilità aumentavano, tu lavori, io lavoro, lui sul divano. Il bambino è tuo, mica lo scarichiamo a lui! Nemmeno se fosse stato il suo, avrebbe mosso un dito, non è un compito da uomo. E io, spesa, la spesa sulle braccia, il bimbo per mano, a piedi perché lauto serviva a lui per andare in ufficio in tram non ci va di certo!
Prepari, sistemi, cucini, lavi, e poi vai a coccolare il signore, se no, poverino, non riceve affetto, tradisce, la colpa sarà tua….
Manca il denaro? Eh, sono affari tuoi, se avessi avuto un figlio mio sarebbe diverso; adesso vedi di trovare qualcun altro che ti mantenga te e tuo figlio… Così è andata.
Alla fine, che stessi con chi guadagnava di più o di meno, non è cambiato nulla: a tutti andava bene, tranne che a me.
Mamma, tutte vivono così! dici tu.
Va bene, ma io non voglio.
E tu? Come hai passato il sabato?
Niente di che, Giacomo con Sandra mi hanno mollato i nipoti, sono stata al parco, ho fatto le crêpe, poi ho passato laspirapolvere, lavato per terra, cenato, sistemato, cucinato e la sera alle undici ero a letto morta. La domenica ancora crêpe per colazione; verso pranzo, altre corse: arrivano i ragazzi, cucino pollo al forno, linsalata, pizza fatta in casa, cena e finalmente, alle undici, crollo.
Ma sai, mamma, che non ricordo tu sia mai stata così tanto con Federico da piccolo? Non mi pare di averti mai scaricato mio figlio per scappare a riposarmi!
Tu sei sempre stata indipendente, loro sono diversi…
Poi le ho raccontato come avevo passato il weekend precedente.
Venerdì sera mi chiama Federico: Mamma, possiamo lasciarti Gianni per il fine settimana? Andiamo in montagna con Marina.
Certo che sì! Gianni è il gatto di Marina. E sì, mamma, se non fossi sempre presa dal seguire Giacomo e i suoi figli, forse sapresti anche delle novità di Federico.
Così Federico e Marina mi portano la pizza e il gatto; la sera mangio la pizza, mi guardo una serie sul divano, nessuna sveglia allalba. La mattina do da mangiare a Gianni, caffè per me, passo un po la polvere, metto su una lavatrice, poi ti chiamo per invitarti al museo o per una chiacchierata. Risponde papà: La mamma lavora a casa, sennò i nipoti muoiono di fame! Tu fai la signora e vai per musei!
Mi volevo offendere, ma tanto, papà ha sempre ragione…
Sono comunque andata alla mostra del pittore che tanto ti piaceva; dopo, in una caffetteria, poi a fare spese, poi sono tornata a casa, il gatto dormiva beato, ho visto unaltra puntata della serie.
La domenica ci siamo alzati tardi, volevo invitarti a fare un giro in battello sui Navigli, ma Sandra risponde che sei impegnata, probabilmente a lavare i piatti.
La sera Riccardo mi invita a cena fuori. E ci sono andata; perché mai dovrei rifiutare? Sono una donna libera, non gli chiedo dei suoi affari, lui non mi parla della moglie, ci lasciamo i problemi fuori dalla porta. Mi sono divertita e il lunedì sono andata al lavoro riposata.
Sai, mamma, ho provato pure a frequentare uomini liberi, ma che disastro. O ragazzini in cerca di una nuova mamma, o divorziati con un esercito di figli, delusi dalla prima, seconda e terza moglie, tutti con una storia triste.
Un tale mi annuncia che dovrei accettare i suoi figli, che una donna deve avere amore materno per tutti. Lui, intanto, continuerà a mantenere i figli e pure lex moglie; e quel poco che resta lo spenderà per la pesca, la sua passione. In compenso mangerò pesce fresco ogni tanto. Alla mia domanda se intendesse aiutare anche Federico, mi rispose quasi offeso: Federico ha pure un padre, ci pensi lui!
Perfettamente logico, no? E quindi cacciato. Perché Federico, oltre al padre, una madre ce lha: sono io.
Ormai sono diventata la donna cattiva: egoista, calcolatrice, furba. Vuole accollare il figlio al povero uomo e vivere di rendita.
Perciò, mamma, mi sono presa Riccardo.
Sì, probabilmente sarò una cattiva donna secondo la vostra morale, ma di vivere come me non mi vergogno affatto. Ciò che mi fa male è vedere te così, ecco perché ti trascino fuori, come oggi: ho pure mentito a te e papà per farti uscire.
Mamma, a me va tutto bene, ora usciamo insieme, ti prendi un pomeriggio tutto per te, con me, tua figlia.
Sei matta, Martina, e papà?
Che ha papà? Sta male?
No, però… il pranzo…
Non ci credo che tu non abbia già tutto pronto.
Sì, ma devo riscaldarlo, e poi Giacomo…
Mamma! Guarda che mi offendo sul serio… lo so che per tutti sono cattiva, ma lasciami essere buona almeno una volta: usciamo, rilassiamoci… Ti prego.
Al lunedì, al lavoro, le colleghe si lamentano di quanto hanno faticato nel fine settimana. Martina sorride, maliziosa, cammina con passo leggero per i corridoi. Tutti sanno che Martina è una donna cattiva, ma lei sorride pensando a qualcosa che solo lei sa.
Se una cosa ho imparato è questa: la vera cattiveria non sta nel rifiutarsi di vivere come vogliono gli altri, ma nel permettere che gli altri decidano come devi vivere tu. Io, finalmente, vivo la mia vita.







