La famiglia di mio marito si presenta senza avviso per stare un mese da noi: ma io la porta non l’ho nemmeno aperta – Dai, apri, Valerio! Che fai lì impalato? Siamo qui con le valigie, ci cadono le braccia! Abbiamo già salutato il tassista, fa freddo e almeno lasciaci entrare nell’androne! La voce stridula del citofono mi trafiggeva le tempie: era proprio quel tono che mi faceva passare la voglia di affrontare qualsiasi sabato mattina. Mi sono fermata in corridoio con la mia tazza di caffè, addio relax programmato per il weekend. Ho guardato mio marito. Valerio era bianco come un cencio e stringeva la cornetta tremante come un ragazzino colto in castagna. – È zia Rosanna – sussurrò riparandosi la bocca – e zio Pasquale. E Silvia con i bambini. – Chi?! – Ho quasi sputato il caffè. – Quale Silvia? Quale zio Pasquale? Ma Valerio, non aspettavamo nessuno! Dovevamo fare le pulizie e poi andare da Leroy Merlin per la carta da parati! Non mi hai detto nulla. – Non ne sapevo niente neanch’io – balbettò. – Mia madre, tempo fa, aveva buttato lì che volevano farsi un giro a Milano. Ma le avevo detto che stiamo ristrutturando e che non era il momento. Pensavo l’avessero capita! Giuro non ho dato il permesso! Il citofono gracchiava ancora più insistente, la zia Rosanna ormai spazientita: – Valerio! Ti sei addormentato lì? Ci lascerai fuori? Silvia deve dare da mangiare ai bambini, sono stremati dal viaggio, abbiamo fatto una sorpresa! Sorpre-e-e-esa! Sono andata decisa da mio marito, gli ho tolto la cornetta e ho riagganciato. Il display si è spento. – Non aprire – ho detto piano ma ferma. … … (prosegue la storia come da testo originale) La mia famiglia, la mia regola: se si presentano parenti all’improvviso per un mese… nemmeno una chiave nella porta – solo chi rispetta la casa entra!

Ma che fai, Giacomo? Sbrigati ad aprire! Siamo qui sotto, con valigie e borse, ci cadono le braccia! E il tassista già se nè andato, fa freddo e almeno facci entrare nellandrone!

La voce gracchiante e ammonitrice nellinterfono si infilava nella mattina come un coltello nel burro caldo. Mi fermai in fondo al corridoio, con una tazzina di caffè sospesa tra le dita. Il sabato mattina, che prometteva calma e lentezza, si spezzava come un vaso economico sotto un temporale improvviso.

Guardai mio marito. Giacomo, colto in flagrante davanti al citofono, bianco come uno spicchio daglio di Voghiera, stringeva la cornetta con la mano che gli tremava come le foglie del basilico al vento. Si voltò da me, col capo infossato tra le spalle, col volto da ragazzino beccato a far danni durante la ricreazione.

È zia Carmela… sussurrò, proteggendo il microfono con una mano. E zio Tullio. E Raffaella coi piccoli.

Chi?! quasi mi strozzai col caffè. Quale Raffaella? Che zio Tullio? Ma Giacomo, noi non aspettiamo nessuno. Dovevamo fare le pulizie e andare da Castorama a scegliere la carta da parati! Non mi hai detto nulla!

Io… non lo sapevo nemmeno io, balbettò lui, con lo sguardo terrorizzato. Mamma aveva accennato, forse, un mese fa, che volevano vedere Milano. Ma io ho risposto che stiamo ristrutturando, che stiamo incasinati. Credevo avessero capito! Non volevo! Non ho dato il via libera!

Linterfono tornò a fremere, stavolta la voce di zia Carmela, sorella della suocera, tintinnava di impazienza esasperata:

Giacomo! Hai le orecchie tappate o che? Basta dormire! Raffaella deve dare la pappa ai bambini! Hanno viaggiato tutta notte! VI ABBIAMO FATTO UNA SORPRESA! Capito? SORPRESAAA!

Non ci pensai due volte: mi avvicinai a mio marito, gli tolsi la cornetta di mano e la riappesi. Il video dellinterfono si spense.

Non aprire, dissi, quieta ma ferma.

In che senso? Giacomo sbatté le palpebre. Silvia, ma che stai facendo? Sono là sotto con tutte le valigie. Sono parenti, Silvia. Come si fa a non aprire?

Così. In silenzio. Li abbiamo invitati? No. Ci hanno avvertiti? No. E son venuti in cinque, cinque! per stare nella nostra piccola casa con i muri scrostati. Giacomo, ti ricordi la scorsa volta? Quella volta cinque anni fa?

Giacomo si contrasse come per il mal di denti. Certo che ricordava. Allora zia Carmela era venuta giusto una settimana per farsi vedere da un dentista, ma restò quasi due mesi. In quellarco ci alienò i vicini, bruciò la mia casseruola nuova cercando di bollirci non so quali fagotti, e ogni sera mi spiegava come si prende per la gola il marito. Io quasi chiedevo il divorzio. Ora si presentavano in formazione allargata.

Silvia, dai È brutto. Hanno attraversato mezza penisola per noi. Non possiamo lasciarli fuori. Staranno solo due giorni, poi trovo una soluzione. Magari un albergo

Non hanno soldi per lalbergo, lo sai anche tu. Sono qui per essere mantenuti. Due giorni diventano un mese. Io non li faccio entrare. Questa è casa mia e oggi, santo sabato, voglio la mia pace.

Il citofono tornò a trillare, acuto e insistente. Spensi laudio con un taglio secco.

Adesso chiamano direttamente a casa. E la portinaia li fa passare, li ha riconosciuti, sospirò Giacomo con rassegnazione.

Aveva ragione. Tre minuti dopo martellavano sulla porta come fabbri. Non con il campanello: tiravano proprio calci e pugni, padroni come se la casa fosse la loro.

Giacomino! Apri! Dove siete, in trance? tuonava zio Tullio.

Mi avvicinai allo spioncino: un quadro surreale si dispiegava davanti a me. Zia Carmela col suo basco perenno, zio Tullio paonazzo e sudato con due borsoni a quadretti, la cugina Raffaella con due bambini esausti, maschietto e femminuccia, che piagnucolavano mentre lei picchiava furiosa sul campanello. Tutto lingresso occupato dal loro circo.

Giacomo, vai in salotto, ordinai. Parlo io. Tu hai la mano debole, lo so già: cederesti subito.

Silvia, non litigare… supplicò mio marito. I vicini sentiranno

Il casotto lhanno fatto loro presentandosi come uninvasione. Vai.

Aspettai che Giacomo sparisse, poi mi piazzai dietro la porta. Non lavrei aperta neppure per sogno. Neanche per mettere la catena: so come funzionano un piede in mezzo ed è fatta.

Chi è? gridai a voce decisa.

Dietro la porta, un attimo di gelo.

Oh, Silvietta, sei tu? fece festosa zia Carmela. Stiamo bussando da un po! Pensavamo non foste in casa! Dai apri, che siamo dal treno, ci scappa anche la pipì! E vi abbiamo portato le specialità: soppressa, cetriolini, marmellata!

Buongiorno signora Carmela risposi gelida. Da chi è che cercate?

Ma come da chi? Da voi! fece lei, francamente stranita. Siamo parenti! Siamo venuti a farci ospitare, a vedere Milano, portare i bambini allacquario! Abbiamo un mese di ferie!

Un mese? sussurrai con sarcasmo, mentre il sangue mi ribolliva sotto pelle. Signora Carmela, non aspettavamo nessuno. Qui si fa restauro, è tutto sottosopra, letti sfondati. Non possiamo ospitarvi.

Un silenzio teso cadde fuori. Si sentiva il respiro ansimante di zio Tullio, e i bimbi per un attimo smisero di piagnucolare.

Come non potete? la voce di Carmela si fece scura e minacciosa. Ma che dici, Silvietta? Sei impazzita? Siamo sangue del tuo sangue! Abbiamo fatto il viaggio! Apri subito, ora basta scherzare!

Non scherzo. Giacomo vi ha detto del restauro. Non siamo in condizioni di ospitare. Siete arrivati senza avvertire. Mi spiace, ma non aprirò. Questa non è una pensione. Cè un B&B qui vicino, posso inviarvi lindirizzo via SMS.

Lagitazione crebbe di là dalla porta.

Giacomooo! urlò la zia, la maniglia tremava sotto i colpi. Giacomo! Hai sentito cosa dice tua moglie? Non ci lascia entrare! Noi che ti abbiamo cambiato i pannolini! Vieni fuori! Parla tu con lei!

Giacomo probabilmente si era tappato le orecchie con il cuscino. Sapevo che non sarebbe uscito, odiava i conflitti ma temeva ancora di più i parenti dominanti. Oggi doveva scegliere.

Giacomo è occupato dissi. Ed è daccordo con me. No, non possiamo ospitare cinque persone per un mese. Cè una stanza libera, ma è piena di materiali.

Stretti ci stiamo! si intromise Raffaella. Dormiamo dove capita! Silvia, abbi pietà, i bambini hanno sonno e fame! Che fai, la bestia?

La portineria giù ha il bagno, replicai. E riguardo al pavimento: no, Raffaella, discutere non serve. Gli adulti sanno che non si va in casa daltri per un mese senza invito.

Ah sei solo una vipera! ruggì zio Tullio. Siamo venuti dal nipote! È pure casa sua! Non puoi tenerci fuori! Giacomo! Sei uomo o zerbino?! Te la fai comandare dalla moglie?!

Ripresero a picchiare sulla porta, botte e calci, come per buttare giù il mondo.

Chiamo i Carabinieri ora, annunciai. State danneggiando casa mia. Non avete rispetto.

Chiama chi vuoi! urlava Carmela. Gli raccontiamo come ci tratti! Abbiamo la residenza, abbiamo diritti! Ci puoi tenere in strada?

Lasciai la porta e rientrai in soggiorno. Giacomo era affranto in poltrona, la testa tra le mani.

Silvia, non se ne andranno, sospirò. Sono testardi. Allagheranno il piano se serve. Forse lasciamoli entrare, una notte e poi li sistemo…

No, Giacomo. Entri una volta, rimangono un mese. Lo sai. Non ci sono treni, a Raffaella fa male il piede, solo un altro giorno. Goviamo già sentito. E questa casa te lo ricordo è della mia nonna. Tu sei registrato, ma la proprietaria sono io. E non ammetto qui chi mi insulta.

A quel punto il cellulare di Giacomo trillò. Mamma lampeggiava sul display.

Rispondi gli dissi. E racconta la verità.

Tremando, Giacomo rispose e mise il vivavoce.

Giacomo! la voce della suocera rimbombava Cosè questa storia? Mi ha telefonato Carmela disperata, dice che li lasciate fuori come cani! Siete impazziti? È mia sorella! Tua famiglia! Apri subito! Hai distrutto un valore sacro: lospitalità!

Mamma… ma ve lho detto che stiamo facendo i lavori… Che non era caso di venire…

Poco mimporta! lo interruppe sua madre. È tua famiglia! Ti spacchi la schiena ma li accogli! Silvia sta facendo la furba, eh? Passami quella lì, ora le sistemo il cervello! Gente che pensa solo alla carta da parati, eh! Le persone sono più importanti!

Presi il telefono dalle sue mani.

Salve, signora Teresa. Nessuno qui ha bisogno di essere istruito. I vostri parenti stanno insultandomi in corridoio e cercano di sfondare la porta per stare da noi un mese. Non li faccio entrare.

Silvia! la suocera barcollava di rabbia. Capisci che stai distruggendo la famiglia? Ti maledirò! Giacomo ti lascerà, se ti metti contro i suoi parenti! Lospitalità è sacra!

Il rispetto della casa e dei confini lo è di più, signora Teresa. Se tiene alla sorella, la ospiti da lei, a Bari. Qui non cè posto.

Riagganciai e restituii il cellulare a Giacomo.

Fuori, la situazione mutava. Sentii la porta del vicino aprirsi: il signor Leone, ex colonnello con temperamento da pastore maremmano, non gradiva concerti extrasettimanali.

Andai a sbirciare: Leone indossava una maglietta della salute e pantaloni a righe, ma aveva lo sguardo tagliente.

Che succede qui? tuonò con voce da caserma. Sono le dieci del mattino, la gente vuol dormire!

Stia fuori, nonno! si difese Raffaella. Siamo dai parenti, loro non ci fanno entrare! Possiamo bussare quanto vogliamo!

Andate a bussare a casa vostra, replicò freddo Leone. Qui state disturbando la quiete. Chiamo subito la polizia, e vi denuncio per danneggiamenti: guardate che avete già rovinato la porta.

Non abbiamo fatto danni! strillò zia Carmela. Siamo ospiti!

Ospiti si diventa quando ricevuti. Quando non vi vogliono siete invasori. Andatevene! Manca poco che fate piangere la mia nipotina che dorme!

Zio Tullio, tronfio, si gonfiò minaccioso:

Tu, vecchio, fatti i fatti tuoi. Siamo di famiglia.

Errore fatale: Leone, nonostante i settant’anni e il fisico asciutto, non temeva provocazioni. Non si mosse, solo strinse gli occhi.

Adesso vi sistemo subito io, disse calmo. Ho già chiamato il 112 e la sicurezza. Vi portano via di peso e finite nella lista nera del condominio. Se volete dormire in cella invece che visitare il Duomo, accomodatevi.

Zia Carmela capì lantifona e tirò per la manica lo sposo.

Tullio, lasciamo stare questo matto, sibilò forte. Giacomo! Senti? Ci cacciano! Vieni o no a difenderci?!

Appoggiai la fronte alla porta gelida. Mi dispiaceva per Giacomo, umiliato e schiacciato. Ma sapevo: se li lasciavo entrare, ci avrebbero sommersi. La mia casa sarebbe diventata la loro, con le critiche alle tende, le richieste di passaggi e prestiti, le zie sulla mia federa.

Giacomo tornai da lui. Era ancora seduto, con la stessa aria. Chiamali. O parla da dietro la porta. Chiarisci che non entra nessuno. E niente prestiti.

Ci malediranno sussurrò. Lo sapranno pure i sassi del paese. Mia mamma impazzirà.

Amen. Ma almeno restiamo una famiglia normale. Io ti amo, ma non vivrò mai in una specie di ostello abusivo. Scegli.

Lui mi guardò, aveva le lacrime che gli annegavano gli occhi. Si alzò piano, prese una busta dal cassetto il suo tesoretto per la canna da pesca nuova.

Non posso buttarli fuori senza un euro, mormorò. Son purtroppo venuti da lontano.

Si spostò verso la porta. Pronta a bloccarlo se provava ad aprire. Invece si fermò.

Zia Carmela! gridò con voce vibrante.

Subito, dallaltra parte, silenzio.

Oh, Giacomino! Finalmente! Apri, figliolo!

Non aprirò, zia Carmela. Silvia ha ragione. Non vi aspettavamo. Non cè posto. Dovete tornare indietro.

Cosa?! il grido della zia risuonò in tutta la scala.

Adesso ti giro in banca quattrocento euro, la interruppe Giacomo. Bastano per due notti in pensione e i biglietti del treno. Non ho altro. Tornate a casa. E la prossima volta, domandate prima.

Si li tenga! urlava Raffaella. Giuda! Siamo venuti col cuore! Avevamo portato pure la soppressa! E tu…

Linvio è partito, disse Giacomo. Andate, prego. Il vicino ha già chiamato i Carabinieri.

Dallaltro lato cominciò un pandemonio. Mi auguravano infertilità (mentre semplicemente posticipavamo i figli), mi chiamavano strega e dicevano che avevo stregato il loro discendente, mi davano della squilibrata. Anche Giacomo non fu risparmiato.

Leone tornò sulla scala col telefono allorecchio:

Pronto, polizia? Sì, cè confusione nel palazzo. Hanno minacciato. Attendo una pattuglia.

A questa minaccia i parenti si arresero. Raccolsero borse tra pianti e insulti, urlando che non avrebbero più rimesso piede in quella tana di iene, ripresero la soppressa (un peccato per voi!) e trascinandosi i bambini andavano verso lascensore.

Restammo immobili in corridoio, precipitati in un silenzio ovattato e profondo, sospeso come nei sogni.

Giacomo scivolò seduto contro la porta, le mani sul volto.

Mi sedetti accanto a lui, cingendogli le spalle. Piangeva sommessamente, senza far rumore, misurato come solo un uomo educato al sacrificio può esserlo. Gli costava staccarsi dal cordone ombelicale, diventare lo sbagliato agli occhi dei suoi, ma ce laveva fatta. Aveva scelto me.

Scusami, sussurrò. Dovevo pensarci io da subito. Dirlo, al telefono.

Adesso va tutto bene, gli lisciai i capelli. Hai protetto la nostra casa.

Mia mamma non mi parlerà per mesi.

Fa niente. Ci rilassiamo. Un po di pausa fa bene. Si calmerà, è solo che ama a modo suo, un modo possessivo.

Restammo lì ancora dieci minuti. Poi il campanello suonò, discreto. Giacomo balzò.

Guardai nello spioncino. Era Leone. Aprii.

Lui, ora con la camicia da casa, osservò serio.

Sono andati. Li ho visti scendere e fare a pugni col tassista. Ragazzi, scusate lintromissione, ma certe mattinate dovrebbero restare di pace.

Grazie infinitamente, signor Leone, disse Giacomo alzandosi. Ci ha salvato.

Macché, fece lui. La parentela è una questione delicata. Io ho un cognato che fa peggio dopo il vino. Ma ci vogliono limiti. E tu, ragazzo, bravo a difendere tua moglie. Da uomo ti dico: rispetto.

Ci fece locchiolino e tornò a casa.

Rientrammo stremati. Pareva avessimo resistito a un assedio. Ladrenalina scemava, la stanchezza crollava addosso.

Vuoi il caffè? chiesi. È ormai ghiacciato.

Sì, annuì Giacomo. E oggi niente carta da parati, dai. Restiamo a letto. Guardiamo un film. Cellulare spento.

Idea geniale.

Lui staccò il telefono (già vibrava: seconda ondata dalla mamma) e lo lanciò sul mobile.

Vivemmo la giornata in pace e silenzio. Pizza dasporto, vecchie commedie, e nessuna parola obbligata. Sentivo che qualcosa era cambiato fra noi. Eravamo più forti, più adulti. Giacomo per me non era più solo il marito amato: era il mio alleato, capace di lottare davvero. Aveva paura, certo. Ma non si era tirato indietro.

I parenti? Tornarono nello stesso giorno, dormendo in stazione, preferendo risparmiare i soldi piuttosto che affittare una stanza. Scoprii poi che zia Carmela si era comprata un televisore nuovo con quei quattrocento euro e in paese raccontava che la nuora milanese li aveva buttati per strada scalzi senza neppure offrire un bicchiere dacqua.

Sua madre restò in silenzio tre mesi. Poi telefonò a Giacomo, normale, per il compleanno. Non accennò più a quella visita, e non azzardò a riprogrammare soggiorni. Aveva imparato se non altro che la nostra porta non cede a calci né alle urla: si apre solo a chi rispetta chi vi abita.

E non ho rimpianti, ve lo giuro. A volte, per salvare la famiglia bisogna solo girare la chiave e lasciare la confusione fuori anche se quella confusione si chiama parenti. Casa mia è la mia fortezza, e solo io decido chi può entrare.

Grazie se avete letto fino qui. Se vi ritrovate in questa storia, lasciate un commento: voi, in sogno o nella realtà, sareste riusciti a non aprire a parenti così invadenti?

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La famiglia di mio marito si presenta senza avviso per stare un mese da noi: ma io la porta non l’ho nemmeno aperta – Dai, apri, Valerio! Che fai lì impalato? Siamo qui con le valigie, ci cadono le braccia! Abbiamo già salutato il tassista, fa freddo e almeno lasciaci entrare nell’androne! La voce stridula del citofono mi trafiggeva le tempie: era proprio quel tono che mi faceva passare la voglia di affrontare qualsiasi sabato mattina. Mi sono fermata in corridoio con la mia tazza di caffè, addio relax programmato per il weekend. Ho guardato mio marito. Valerio era bianco come un cencio e stringeva la cornetta tremante come un ragazzino colto in castagna. – È zia Rosanna – sussurrò riparandosi la bocca – e zio Pasquale. E Silvia con i bambini. – Chi?! – Ho quasi sputato il caffè. – Quale Silvia? Quale zio Pasquale? Ma Valerio, non aspettavamo nessuno! Dovevamo fare le pulizie e poi andare da Leroy Merlin per la carta da parati! Non mi hai detto nulla. – Non ne sapevo niente neanch’io – balbettò. – Mia madre, tempo fa, aveva buttato lì che volevano farsi un giro a Milano. Ma le avevo detto che stiamo ristrutturando e che non era il momento. Pensavo l’avessero capita! Giuro non ho dato il permesso! Il citofono gracchiava ancora più insistente, la zia Rosanna ormai spazientita: – Valerio! Ti sei addormentato lì? Ci lascerai fuori? Silvia deve dare da mangiare ai bambini, sono stremati dal viaggio, abbiamo fatto una sorpresa! Sorpre-e-e-esa! Sono andata decisa da mio marito, gli ho tolto la cornetta e ho riagganciato. Il display si è spento. – Non aprire – ho detto piano ma ferma. … … (prosegue la storia come da testo originale) La mia famiglia, la mia regola: se si presentano parenti all’improvviso per un mese… nemmeno una chiave nella porta – solo chi rispetta la casa entra!
Avendo sorpreso mio marito con la mia migliore amica, sono partita in silenzio per un’altra città, senza rivelare la mia gravidanza. Ma dopo 5 anni ci siamo rincontrati.