Quasi tutta la notte senza chiudere occhio: il colpo di mio marito mi ha svegliato dal dormiveglia.
Questa notte non sono praticamente riuscita a dormire. Alle due, Marco mi ha dato una spinta forte nel fianco, urlando: “Smettila di russare, non se ne può più!” Anni fa, se iniziavo a russare perché dormivo sulla schiena, lui mi girava delicatamente su un fianco. Ora invece mi spinge o calcia con stizza e subito dopo si riaddormenta, mentre io resto sveglia a fissare il soffitto, spesso costretta a prendere qualche tisana per riuscire a calmarmi, senza riuscire comunque a riposare.
Siamo sposati da ventisette anni. Due anni fa abbiamo festeggiato le nozze dargento, almeno così si sarebbe detto in realtà nessuna festa. La data era passata inosservata per Marco, tutto assorto nellacquisto della sua nuova Alfa Romeo; aveva dato la vecchia Fiat a nostro figlio.
Tutta la famiglia aveva risparmiato per aiutare Luca a prendere casa, visto che aveva la fidanzata. Eppure, sia Marco che Luca hanno deciso di comprare lauto, dato che i prezzi stavano salendo, e così si è pensato che lui e la ragazza potessero sistemarsi nella sua vecchia cameretta. A me nessuno ha chiesto nulla, nonostante gran parte dei risparmi fossero miei, visto che guadagno più di mio marito.
Dopo lacquisto dellauto, ho iniziato a mettere da parte dei soldi solo sul mio conto. Marco ci è rimasto male. Gli ho spiegato che non mi sentivo più di fidarmi: Risparmia pure i tuoi soldi, io i miei li tengo per me, qual è il problema?
Ma lo sai che il mio stipendio non è chissà quanto, cosa mai posso mettere da parte? mi ha risposto lui.
Ho una laurea in Scienze dellEducazione. La mia amica, Laura, è venuta anni fa con me da un paese vicino a Torino per iscriversi a Pedagogia allUniversità di Firenze. Siamo entrate entrambe senza fatica e finite brillantemente gli studi. Laura però ha resistito solo un anno a scuola, poi si è lanciata come estetista: ha seguito corsi da un maestro famoso a Milano e ha aperto il suo salone.
Io sono rimasta a scuola qualche anno. Al primo incarico ho conosciuto Marco: accompagnavo i maturandi in visita allIstituto Tecnico dove lavorava come caporeparto. Era alto, giovane, pieno di carisma, aveva una battuta pronta per tutto.
Non pensavo che un lavoro così semplice potesse essere presentato con così tanto entusiasmo, gli dissi alla fine del tour. Anche lui fu colpito da me, e dopo pochi mesi ci siamo sposati. Matrimonio in sordina: presenti solo i miei genitori.
Ci siamo sistemati a casa di sua madre, vedova e proprietaria di un grande appartamento a Milano, quartiere Bicocca. Marco era figlio unico, suo padre era morto troppo presto. Poco dopo la suocera se nè andata a vivere in Liguria con un nuovo compagno vedovo, lasciandoci la casa.
Mamma mi aveva istruita sin da bambina: la donna deve mantenere la casa impeccabile, ma senza che il marito si accorga della fatica. Gli uomini odiano le grandi pulizie del sabato, bisogna fare tutto prima che rientri.
Mi svegliavo alle cinque, preparavo colazione e cena. Pranzavo veloce alla mensa scolastica. Tornavo prima di Marco, pulivo la casa, lavavo e stiravo il bucato, la sera preparavo le lezioni e correggevo compiti.
A ventiquattro anni nacque nostro figlio Luca. Restai a casa con lui e quasi mi sentivo sollevata: niente più corse a scuola, potevo sbrigare le faccende mentre dormiva, era un bimbo tranquillo. Mancavano però i soldi: lo stipendio di Marco era basso e i sussidi statali a malapena bastavano.
Un giorno Laura venne a trovarmi con regali per Luca. Le chiesi un piccolo prestito fino allo stipendio di Marco.
Me li diede e mi disse: Senti, il bimbo ha dieci mesi ormai. Vieni la sera in salone, cè una bravissima onicotecnica, Stefania, che può insegnarti. Io non le farò pagare laffitto della stanza. Così papà può stare col piccolo un paio dore la sera. Con la manicure si fanno bei soldi, sai. Anche nei periodi difficili, le donne trovano sempre i soldi per le unghie.
Mi ci sono buttata: ho imparato manicure e poi pedicure, mi sono presa in affitto uno stanzino vicino casa, con soldi prestati sempre da Laura. Tutte le sere dalle cinque alle dieci lavoravo, Marco badava a Luca. Presto è arrivata la clientela: molte donne lavoravano tutto il giorno e la sera era lunico momento libero. A scuola non sono tornata più.
La vita si è fatta più serena: Marco ha mantenuto il vecchio lavoro, ci siamo concessi la macchina, rifatto casa, qualche vacanza al mare a Rimini. Io sono venuta solo tre volte con la famiglia: destate aumentava il lavoro col pedicure. Marco iniziò a stimarmi di più.
Sei il mio pane quotidiano, diceva con affetto. Sei anni dopo è arrivata Caterina. Non volevo lasciare il lavoro e perdere la clientela, così ho trovato una tata per Caterina e lavoravo dalle due alle otto di sera. Dopo un anno anche Luca ha iniziato la scuola, vicino casa, ed è subito diventato autonomo.
Con Caterina gli anni sono volati: i figli crescevano, aumentavano le spese, le preoccupazioni. Faticavo a riposarmi. Tornavo dalla mia mamma a Cuneo solo in occasione dei funerali di papà o, raramente, per qualche giorno.
Adesso Luca ha ventiquattro anni, Caterina diciotto. Luca ha finito Giurisprudenza ma non ha trovato lavoro stabile e decente. Lavora per uno stipendio misero. Caterina studia Tecnologie Alimentari.
Un anno fa Luca ha portato a casa la fidanzata, Alessandra, originaria di Foggia, studentessa di Economia. Da allora vive con noi, ma mantiene le distanze: torna dopo le lezioni e si chiude in camera.
Un giorno ho realizzato che non avevamo più una famiglia unita. Nessuno parlava davvero più con me, sembravamo coinquilini. Marco sempre più scorbutico, mi rispondeva male se cercavo di stargli vicino. Ho smesso di farmi domande, per evitare discussioni.
Il mio amorevole, premuroso figlio passava il tempo in stanza con Alessandra. Io non entravo mai. Avrei voluto mettere ordine da loro, ma poi ho lasciato perdere: vivessero pure come volevano.
Non sforzavo più neanche Caterina a riordinare: protestava sgarbatamente, Mamma fammi respirare, basta! E io, alla fine, rimettevo a posto da sola. Di recente, Caterina ha proprio lasciato andare: i panni sporchi li getta ovunque in bagno, non si degna nemmeno di sollevare il coperchio del porta-biancheria.
Ieri, correndo verso il lavoro, ho chiesto ad Alessandra di caricare la lavastoviglie e passare lo straccio in cucina.
Non sono la vostra domestica, ha replicato e mi ha chiuso la porta in faccia.
Non ho più dormito dopo le spinte di Marco. Alle cinque ero già in cucina a preparare colazione, a pelare patate e a cucinare ancora arrabbiata. Cercavo di capire: quando mi sono trasformata nella donna-fantasma che si occupa di tutti senza che abbiano mai un pensiero per me? A che punto non mi hanno più vista come moglie e madre?
Si sono svegliati, hanno fatto colazione con il porridge e la frittata che avevo preparato, senza nemmeno un grazie. Marco è uscito per primo, poi Caterina. Lasciandosi dietro la camicetta sulla sedia, mi ha urlato: Mi serve per stasera, lavala!
Alessandra si stava sistemando nella sua stanza, mentre Luca mi si è avvicinato: Mamma, smettila di far pesare le cose ad Alessandra. Ieri lhai fatta stare male, ha pianto. Se continui così, io non ti considero più mia madre, capito?
Sono usciti tutti. Avevo appuntamento coi clienti alle dieci. Ho preso in mano il telefono e cancellato tutto. Mi sono recata in salone, ho raccolto attrezzi e materiali, saldato i conti dellaffitto.
Poi sono tornata, ho messo qualche abito nel trolley, raccolto i documenti. Ho lasciato sul frigo un biglietto: Cari miei, ho capito che non mi volete né come moglie né come madre. A fare la serva ho finito le forze. Sono certa che starete meglio senza di me.
Poi ho chiamato un taxi, sono andata in stazione. Quando mia madre mi ha visto sulla soglia della sua casa a Cuneo si è meravigliata.
Maria, come hai fatto a capire che non sto bene? Volevo chiamarti ma sapevo quanto sei presa, temevo di disturbarti
Mamma, vengo a stare un po con te. Devo ritrovarmi, mi sono persa. Mi sento come un asino da soma sfruttato, le ho detto, abbracciandola in lacrime.
Speravo, ovviamente, che Marco mi chiedesse di tornare, che i figli cercassero il mio perdono Marco non ha mai chiamato. Caterina invece sì: Come hai potuto andartene senza lavarmi la camicia? E comunque, senza di te sto meglio, almeno non mi scocci.
Sono ormai cinque mesi che vivo a casa di mia madre. Sono figlia unica, mia madre è molto indebolita, si ammala spesso. Nel mio paese ho affittato una stanzetta e lavoro ancora nella mia professione, ma con ritmi più umani. Guadagno meno, ma anche le spese sono diminuite. Laura ogni tanto mi chiama, mi dà sostegno.
Marco, dopo pochi mesi dalla mia partenza, si è trasferito da una collega, con cui aveva già una relazione.
Caterina ha portato a vivere con sé un compagno di università. Perché Luca sì e io no? chiese al padre. Lui le passa un po di soldi, ma non bastano. Va da lui quando serve, ma dalla mamma ha vergogna di chiedere: aveva insistito che stava meglio senza.
La loro vita ormai è uno scontro continuo: nessuno cucina o pulisce, nessuno vuole occuparsene.
Mi preoccupo ancora per i figli, ma mi consolo pensando che ormai sono grandi, e se non hanno bisogno di me, peggio per loro.
Marco mi ha delusa profondamente, e io, immersa nel lavoro, non ho visto il nostro distacco crescere.
Ho chiesto la separazione e la divisione dei beni. È doloroso e frustrante che, a quarantanove anni, mi ritrovi senza famiglia dopo averle dedicato ventisette anni.
La cosa che fa più male è sapere che la colpa, in fondo, è stata mia.
Una donna non deve mai affidarsi totalmente alla famiglia.
La famiglia non se ne accorge mai, e ti trasforma in uno zerbino.



