Mio marito mi ha paragonata alla giovane vicina: da quel momento ho smesso di fare la serva in casa

Potresti almeno cambiare vestaglia, sai? Mi viene la nausea a vederti sempre con quella roba da vecchia che sembra uscita da un mercato rionale. Guarda Clara del secondo piano: quella ragazza sembra danzare anche quando porta giù la spazzatura, sempre pettinata, sui tacchi. E poi il profumo odora di primavera, di fiori, non certo di cipolla soffritta come te.

Lucia posò lentamente la pesante padella di ghisa sui fornelli. Lolio sfrigolò come il respiro di un drago addormentato. Ma il suono fu inghiottito da un silenzio improvviso, sospeso nellaria della cucina. Rimase di spalle al marito, fissando le piastrelle bianche che aveva lavato fino a farle brillare il giorno prima. Dentro di sé qualcosa si ruppe, ma senza rumore, come un cucchiaino che cade in un pozzo profondo.

Clara ha venticinque anni ribatté Lucia, calma, senza voltarsi. Vive sola, fa lestetista in un centro benessere e ordina sempre cibo a domicilio. Io, invece, Stefano, sono tornata adesso dalla tipografia; ho preso due buste di spesa e da unora ti sto preparando il pranzo per domani.

Oh, la stessa solfa sbuffò Stefano, seduto al tavolo mentre scorreva le ultime notizie sul cellulare. Sono stanca, lavoro tanto. Anche mia madre lavorava, ha tirato su tre figli e mio padre era sempre in ordine, e in casa nostra cera sempre una torta pronta. Non è questione di fatica, Lucia. È questione di volontà. Ti sei lasciata andare. Pensi che la fede al dito ti dia il diritto di fare come ti pare? Gli uomini hanno bisogno di un po di magia. Clara ieri mi ha sorriso in ascensore e mi ha rallegrato la giornata. Rientro e trovo te, imbronciata, con le polpette in mano. Che noia, Lucia. Mi sento svuotato.

Lucia spense il gas. Le polpette erano crude, ma ormai non le interessava più di tanto. Si asciugò le mani sul grembiule, proprio quello appena criticato, e si tolse lentamente i lacci.

Ti annoi, dici? si girò verso Stefano. Il volto era disteso, stranamente quieto. Non si scusò, né gridò come al solito. Solo silenzio. Ti manca lispirazione?

Si vede che sì borbottò Stefano, senza staccare gli occhi dal telefono. Sarà mica peccato volere un po di bellezza nella propria casa?

Ne hai pieno diritto, Stefano. Proprio così.

Lucia appese con cura il grembiule al gancio, uscì dalla cucina e andò in bagno. Rimase a lungo sotto la doccia, lavandosi di dosso la cucina, la stanchezza e quelle parole taglienti. Guardava le sue mani: curate, sì, ma segnate dal lavoro. Trentanni di matrimonio. Trentanni come retrovia affidabile. Aveva stirato le sue camicie, curato i malanni, cercato le offerte al supermercato per comprargli pneumatici nuovi o una canna da pesca migliore.

Ed eccola, ora, Clara: leggera, sempre sui tacchi.

Lucia uscì dal bagno, si mise la crema migliore, indossò il pigiama di seta tenuto sempre da parte e si sdraiò a letto voltandosi verso il muro. Stefano arrivò più tardi, sazio (forse aveva finito gli avanzi trovati in frigo) e soddisfatto. Provò ad abbracciarla, ma lei lo respinse.

Dai, smettila con questa sceneggiata mugugnò lui. Ti ho detto la verità, solo per spronarti.

Lucia restò zitta. La decisione era già presa.

La mattina dopo non iniziò come tutte le altre. Stefano fu svegliato dalla sveglia e non dal profumo del caffè che saliva da sotto la porta, né dal rumore delle uova in padella. In casa regnava un silenzio irreale. In cucina il tavolo era vuoto, nessuna tazza, né pane tostato. Tutto freddo.

Andò in camera da letto. Lucia era seduta davanti allo specchio, si truccava. Indossava un abito blu notte, quello elegante che usava solo per il teatro. E le scarpe col tacco, proprio quelle che lui aveva menzionato la sera prima.

Così mi piaci! fischiò Stefano. Alla fine mi hai dato ascolto, eh! Ma la colazione?

La colazione oggi non cè Lucia passò il rossetto con attenzione, baciando laria per testare il colore. Clara, se ti interessa, la mattina prende un caffè al bar. Io seguirò il suo esempio. Lestetica, Stefano, esige sacrifici.

Ma che sei impazzita? Devo andare a lavoro, ho bisogno di forze Fai almeno due uova.

Mi sono appena truccata, non posso sudare ai fornelli. Ho la pelle perfetta ora. In frigo ci sono le uova. Sei un uomo, no? Tutto ispirazione, tutto energia. Vediamo quanto vali.

Chiuse la porta dietro di sé lasciandolo nellassurdità e nel silenzio della casa. Stefano restò stupito nel corridoio, grattandosi la pancia, poi arrancò in cucina. Trovò la padella per caso, lolio schizzò sul braccio, luovo si bruciacchiò sotto e rimase crudo sopra. Il caffè traboccò, allagando il piano. Fece colazione ingurgitando quelluovo rappreso, borbottando: Ora vediamo quanto ti dura questa recita. Stanotte le donne hanno bisogno di vedere chi comanda, poi basta addolcirle.

Ma la sera il dolcetto non arrivò. Tornato dal lavoro affamato come un lupo, sognava la lasagna del giorno prima e le polpette. In casa, solo un profumo delicato di profumo di Lucia, nessun odore di sugo.

Lucia era in poltrona con un libro, sempre vestita elegante, con le scarpe eleganti (a casa!). Il viso rilassato.

Ciao mormorò lui togliendosi le scarpe. Che, niente cena?

Ciao voltò la pagina. Ho già mangiato fuori. Insalata e un bicchiere di Chianti. Ti fa sentire donna, e non una cuoca.

E io? Stefano si rabbuiò. Le polpette avanzate?

Buttate stamattina. Erano crude, puzzavano, hai detto che non sapevano di fiori. Polpette nuove non ci sono.

Lucia, ora basta questa commedia! Ok, ieri ho esagerato. Ma basta ora. Almeno cuoci i tortellini.

I tortellini sono nel freezer, lacqua nel rubinetto, la pentola nello sportello. Su, Stefano. Clara non fa i tortellini per il suo uomo, lo ispira a imprese epiche. Ecco la tua impresa: nutri te stesso.

Stefano si fece rosso. Avrebbe voluto sbattere i pugni sul tavolo, gridare, riportare ordine. Ma il suo sguardo incontrando quello di Lucia si fermò. Lei lo guardava come si guarda una zanzara o una sedia rotta: con totale indifferenza. E quellindifferenza faceva più paura dei litigi.

Così andò in cucina, sbattendo pentole, mise troppa pasta e il tortellino si sciolse in una poltiglia. Li mangiò direttamente a cucchiaiate, di rabbia. Vediamo quanto dura, pensò, vendicativo.

Passò una settimana. Laria di casa cambiò. Non era sporco: Lucia puliva sempre, ma solo sulle superfici visibili. Il bucato si accumulò: le calze di Stefano finirono.

Lucia, dove sono i calzini? gridò dalla camera, rovistando nei cassetti.

Dove li hai lasciati. Nel cesto rispose lei dalla cucina, sorseggiando tè davanti a una serie su tablet.

Sono sporchi! Perché non hai fatto la lavatrice?

I miei vestiti li ho già lavati ieri. I tuoi non li tocco. Ricordi che hai detto che le mie mani odorano di cipolla? Ora sanno di lavanda. E ci tengo a mantenerlo.

Ma sei seria?! Stefano si fiondò in corridoio, in mutande e con una calza. Come vado a lavoro? Le camicie non sono stirate!

Il ferro è sul davanzale. La tavola da stiro dietro la porta. Vai, che la musa non lava le mutande degli uomini.

Così Stefano mise in moto la lavatrice. Cosparso il doppio di detersivo, un mare di schiuma invase il pavimento. Le camicie le stirò col ferro rovente, lasciando delle pieghe e quasi bruciando il colletto. In ufficio, i colleghi lo guardavano di sbieco; la giovane segretaria Martina, su cui posava spesso lo sguardo estetico, rise a mezza bocca.

Fu uno schiaffo al suo orgoglio. Stefano pensò: Se lei vuole la guerra, allora giochiamo in due. Se non fa il suo dovere, io non farò il mio.

Il venerdì si preparò con cura: dopobarba a litri, l’unica camicia decente (ancora stirata da Lucia, una settimana prima).

Vado annunciò sulla porta. Esco con amici al bar. Se qui non trovo conforto, lo cercherò altrove. Magari incontro pure Clara, la sera esce sempre.

Divertiti disse Lucia, serena. E non dimenticare le chiavi, potrei andare a letto presto.

Stefano sbatté la porta, certo che lei lavrebbe fermato, magari con una scenata di gelosia. Ma niente.

Al bar, i discorsi erano spenti. Gli amici si lamentavano del lavoro, del costo della pasta, della politica. Stefano raccontò della moglie:

È impazzita, ragazzi. Non cucina più, non stira. Dice che lho paragonata a Clara e si è offesa. Ma io lo facevo per darle una scossa, tutto qui.

Eh, Stefano scosse la testa Angelo. Mai paragonare una donna a unaltra: è come sventolargli una bandiera rossa. La mia mi avrebbe spaccato la padella in faccia. La tua è ancora gentile. Chiedile scusa, portale un mazzo di fiori.

Fiori?! Ma se chiedo scusa adesso mi mette i piedi in testa. No, lei deve cedere, poi vediamo chi è il vero capo. E poi le blocco pure il conto. Vediamo come fa la reginetta senza euro.

Lidea gli sembrò geniale. Lucia guadagnava di meno, lui pagava sempre laffitto e la spesa. VivrÀ di pane secco, poi tornerÀ di corsa.

Quella sera, mentre rincasava, incontrò Clara nellandrone. Lei usciva dal taxi, stringeva la mano a un tipo alto, sulla trentina, elegante. Lui le porse la borsa, la portò dentro tenendole la porta, occhi innamorati.

Buonasera, signor Stefano! salutò Clara, allegra. Tutto bene?

Buonasera mormorò, infastidito. Si esce?

Sì, siamo appena tornati dal cinema. Ti presento Matteo, il mio fidanzato.

Matteo strinse la sua mano molle con il sorriso smagliante delle pubblicità. Stefano si sentì improvvisamente vecchio, sparuto e trascurato. Per Clara era invisibile, un pezzo di arredamento di un altro tempo.

Tornato in casa trovò il buio. Lucia dormiva. Si sdraiò sul divano del soggiorno, senza voglia di andare in camera.

Lindomani mise in atto il suo piano: trasferì il saldo del conto comune su quello personale. Attese.

Passò un giorno, due. In frigo rimasero un tozzo di pecorino e una bottiglia di senape. Pranzava al bar, la sera mangiava panini al volo, mentre Lucia pareva non mangiare o farlo altrove.

Il mercoledì sera crollò:

Lucia, muoio di fame. In frigo è rimasta la muffa. Vai a fare la spesa?

No, rispose guardando Sanremo in tv. Io mi sono presa yogurt e frutta, li tengo nella stanza, in quel mini-frigo che ho portato dalla casa al mare. Ti ricordi? Ecco, ora mi serve.

Cioè? Ma io?

Hai bloccato i miei soldi. Quando ho provato a pagare il pane mè arrivato lavviso della carta. Se vuoi fare limprenditore moderno, allora io faccio la donna in carriera e gestisco solo il mio microbudget. Con quello che guadagno compro solo per me.

Ma i soldi sono di tutti! esplose Stefano. Io guadagno di più! Ho diritto a controllare le spese!

Allora controlla pure. Solo che la casa è mia, sai? Eredità di nonna, prima di sposarmi. Tu sei solo residente. Già che parliamo di economia, ne approfittiamo per discutere il canone di affitto?

Stefano si strozzò.

Mi metti alla porta per una sciocchezza? Solo perché ho detto che la vicina era meglio vestita?

Perché hai smesso di vedermi, Stefano. Vedi solo una funzione: lava, piega, cucina, compra. Ma il rispetto non lho visto mai. Tu vuoi una moglie che sia come la pubblicità e una Clara in cucina, tutto insieme. Ma per la gratitudine non cè posto.

Ma chi ti vuole, a cinquantanni! giocò la carta più vile. Non credere che farai la fila!

Forse no. Ma vivrò in pace. Indosserò ciò che voglio, mangerò quello che mi pare e nessuno mi dirà che odoro di cipolla. Lunica vera solitudine è essere ignorata da chi ti vive accanto.

Lucia si alzò e andò a chiudersi in camera, la porta ben serrata.

Stefano rimase, con la fame che gli attorcigliava lo stomaco. Ma più della fame, lo mordeva la paura. Si rese conto che lei non stava scherzando. Era la fine. Davvero poteva chiedere il divorzio. E allora?

Pensò alla casa vuota (avrebbe dovuto affittare una camera sola o tornare a vivere dalla madre). Vestiti sporchi ovunque, tortellini al microonde mattina e sera. Nessuno a chiedergli come andava, nessuno a rimettergli la cravatta o a trovare gli occhiali. E Clara Clara non lo avrebbe mai più guardato.

Nei tre giorni successivi, Stefano visse sospeso. Il suo silenzio non scuoteva Lucia. Tentò di cucinarsi, con scarsi risultati: la cucina sembrava un campo di battaglia e tutto sapeva di poco. Vedeva Lucia uscire, più bella che mai. Era cambiata davvero. Audace, dritta sulla schiena, sembrava la ragazza che aveva conosciuto trentanni fa.

Il sabato mattina si svegliò con un profumo. Non di fritto, ma di vaniglia e torta appena sfornata. Saltò dal divano come a un richiamo dinfanzia. Era possibile? Lucia aveva perdonato?

Corse in cucina. Lucia toglieva dal forno una crostata calda. Era splendida, in tuta domestica ma curata.

Lucià! sorrise, tutto speranzoso. Hai fatto la crostata! Sapevo che ti passava! Pace?

Lucia posò la teglia, tagliò una fetta larga.

Questa è per me disse. Il resto lo porto via.

Vai via? Dove?

Da amiche. Una merenda insieme.

E io? la voce gli si spezzò.

Tu, Stefano, puoi annusare. Volevi bellezza? Prendi il profumo di vaniglia. Chi mangia la mia torta è chi mi vede davvero, non chi mi confronta con altre donne.

Coprì la crostata con la stagnola. Prima di uscire, lo fissò negli occhi.

Tra laltro, ho fatto domanda di separazione. Lhanno accettata ieri. Dicono che cè un mese per cambiare idea, ma la mia lho già presa. Trovati un alloggio. I soldi che hai prelevato ti serviranno per laffitto e magari per conquistare qualche vicina giovane. Se ci riesci.

Lucia, aspetta! la afferrò. Ti prego, perdonami! Sono stato uno stupido! Ti amo, davvero. Ho capito tutto! Cucinerò io, porterò i fiori!

Troppo tardi, Stefano. Il treno è già partito. Voglio vivere per me ora. Per ventisette anni ho vissuto per te e a te non è bastato. Lasciami andare.

Si divincolò, prese la torta e uscì.

Stefano rimase in piedi in cucina. Sul tavolo, solo delle briciole. Fuori il sole brillante e, nel cortile, la risata argentina di Clara che saliva sulla macchina del suo futuro marito. In casa, solo vuoto e silenzio.

Si specchiò per la prima volta, davvero. Vedeva le borse sotto gli occhi, i capelli radi, la pancia che sporgeva dalla cintura. Lucia aveva ragione. Il re era nudo. E non serviva a nessuno. Neppure più a lei.

Un mese dopo divorziarono. Stefano andò a vivere in una stanza in periferia (un appartamento costava troppo, senza contare gli alimenti ai figli del primo matrimonio, che Lucia gli aveva sempre ricordato). Provò a gestirsi, ma presto mollò: ingrassò ancora, trascurato. Le donne lo ignoravano.

Lucia sbocciò come una mimosa: rifatto casa, buttato il divano sfondato, si iscrisse a ballare il liscio. Dicono che ora abbia un compagno: un uomo pacato, che le riporta i fiori senza motivo e adora le sue crostate. Chi capisce, sa che una donna non è un servizio, né una fotografia. È un fuoco che scalda, ma solo se qualcuno si ricorda di tenerlo vivo. Altrimenti si spegne e va a scaldare un luogo diverso.

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Mio marito mi ha paragonata alla giovane vicina: da quel momento ho smesso di fare la serva in casa
Sono rimasto qui con te