Da giorni mi consacro completamente ai preparativi: la tavola imbandita, i piatti preferiti dei miei figli, tutto pronto per il mio compleanno. Nessuno, però, si è degnato di venire. Scopro, tra le lacrime, che sono arrabbiati con me: non ho dato loro una casa più grande.
I giorni delle feste Natale, onomastici, compleanni in casa mia sono sempre stati travolgenti, un turbinio di emozioni e faccende. Ma, di solito, si trattava di una gioia: finalmente si ritrovavano parenti lontani, tornava la famiglia al completo, la casa si riempiva di allegria e leggerezza. Oggi vi racconto la storia di una donna che desiderava solo una giornata insieme ai suoi cari, una madre italiana con il cuore colmo di attesa.
«Ho passato più di una settimana a preparare il mio sessantesimo compleanno», dice Anna, occhi languidi e voce spezzata. «Avevo fatto la lista della spesa, pensato il menù, cucinato antipasti, tortellini, arrosto, insalate di mare, persino il tiramisù. Con il lockdown, niente ristorante: tutto sarebbe avvenuto nella mia casa di Firenze. Vivo con mia figlia, Francesca, trentun anni e ancora nubile. Mio figlio Luca, sposato da poco e padre di una splendida bambina, mi aveva promesso che sarebbe venuto. Avevo pensato a tutto: ho invitato tutti per sabato, così nessuno poteva avere scuse.»
Ma quel sabato, restai a fissare la porta invano aspettando Luca e la sua famiglia. Non rispondeva alle mie chiamate. Non sapevo se piangere o arrabbiarmi. Seduta al tavolo, fissavo il pranzo che nessuno avrebbe mangiato. Francesca cercava di consolarmi, ma non riuscivo a calmarmi. La domenica, spinta dalla delusione, decisi di andare da Luca, il cuore martellava di inquietudine: forse era successo qualcosa.
Cresciuta in Toscana, rimasta sola con due figli quando mio marito partì per lavorare allestero e sparì nel nulla, solo grazie al sostegno dei miei genitori riuscii a comprare un trilocale a Firenze. Quando Luca compì trentanni e si sposò, acconsentii che lui e sua moglie si trasferissero in una stanza; Francesca nellaltra, io nella terza. Scomodo, sì, ma volevo aiutare quella giovane famiglia. Vivemmo così per otto anni. Poi nacque la bambina di Luca, e quando la suocera morì, lasciò a me il suo monolocale a Pisa. Era da ristrutturare, dopo il lavoro lo regalai a Luca. Lui, la moglie e la bambina si trasferirono, continuando a venire da me per le grandi ricorrenze.
Così, quel giorno, furono le undici del mattino quando arrivai davanti alla loro porta a Pisa, il cestino pieno di lasagne, arrosti e dolci rimasti dalla festa mancata. La nuora, Serena, aprì la porta stralunata, infastidita. Mi guardò come se fossi unestranea. «Perché sei venuta?» chiese con tono freddo.
Luca ancora dormiva, Serena si rifiutava di invitarmi ad entrare. Quando lui finalmente si alzò e mi offrì un tè, mi decisi a chiedere: «Perché non siete venuti alla mia festa? Vi ho invitato con largo anticipo!» Domandai anche perché non aveva risposto alle mie chiamate. Luca rimaneva silenzioso, ma Serena prese la parola, tagliente: «Non ce la facciamo a vivere in quel piccolo monolocale che ci hai dato. Tu vivi in un triocale a Firenze, noi siamo stretti: senza spazio, non possiamo pensare a un secondo figlio. Ti ringraziamo, ma sembra non basti mai.»
E quella sarebbe la gratitudine. Una madre tutta la vita si sacrifica, dona tutto quello che haanche una casae cè sempre chi rimprovera che non sia abbastanza. Bisognerebbe prima pensare a sé stessi, poi agli altri… Ma quando il cuore è di madre, come si fa?







