Mi sono rifiutato di badare ai nipoti della cognata, che non mi rispetta
Ma dai, Elisabetta, non fare la preziosa come un pandoro a Natale! Non sono mica estranei, eh. Non ti sto chiedendo di portare i nipoti al convento, ma semplicemente di tenerli allaria buona. Da te, in campagna, cè spazio e i pomodori saranno già maturi. Casa mia invece è un forno, il condizionatore è rotto e i vicini stanno facendo i lavori, il trapano non si ferma mai. Non si può tenere i bambini in quel baccano.
La voce nella cornetta era risoluta, decisa, con quelle sfumature che normalmente mi provocano il mal di testa. Era Teresa, la sorella di mio marito Giuseppe. La cognata. Donna che si crede il centro delluniverso e, ahimè, io e Giuseppe giriamo sempre troppo vicino a quellorbita.
Ho tenuto il telefono tra la spalla e lorecchio, mentre stendevo limpasto per i ravioli. Un po di farina era già depositata sulla tavola.
Teresa, ma i bambini hanno una mamma e un papà. Tua figlia Federica è in maternità, il genero è in ferie. Perché non li tengono loro? O da te?
Ma sei appena tornata dalla luna? sbuffò la cognata. Federica e suo marito devono anche rilassarsi, no? Si sono presi un viaggio last minute per la Grecia, solo una settimana. Ragazzi, devono divertirsi. E io, che lavoro, ho la chiusura dei bilanci: mica posso star dietro a due tornado di cinque anni. Tu invece sei in pensione, sei a casa. Che differenza fa cucinare per due o per quattro?
Misi via il mattarello e sospirai piano. Ecco come mi vede Teresa: stai a casa. Il fatto che, da quando sono in pensione, mi occupo finalmente della mia salute, del giardino e della casa che chiede cure continue, per lei non conta. Per Teresa, sono solo una risorsa gratuita, da usare a proprio piacimento.
Teresa, avevo dei programmi. Volevo cambiare la carta da parati in ingresso e ultimamente la schiena mi sta dando problemi. Non sono più agile come una volta.
La carta da parati non scappa, e la schiena fa male a tutti, tagliò corto. Non essere egoista, Elisabetta. Giuseppe mi ha promesso che vi aiutate. Ho già fatto le valigie. Arrivo tra unora. Baci.
Il segnale in cuffia suonò come una condanna. Mi sono seduta, scuotendo la farina dalle mani. Giuseppe ha promesso. Certo. Mio marito, buono come il pane, ma senza carattere quando cè di mezzo la sorella. Da bambino lo comandava già lei, e con gli anni è peggiorato.
La porta cigolò e Giuseppe apparve alluscio della cucina, colpevole ma cercando di fare il simpatico.
Betta, ma che gran muso oggi? Sa di dolci o ravioli?
Ravioli, Giuseppe. Con le ciliegie. Ma mi sa che li mangeremo in piedi, di corsa. Tua sorella ha chiamato. Ci porta i regalini. Due. Per una settimana.
Giuseppe si grattò la testa, evitando il mio sguardo.
Eh Teresa mi ha chiamato, sì. Si lamentava che non sapeva dove mettere i bambini. Federica parte, lei ha casino al lavoro. Elisabetta, dai, aiutiamo? Siamo parenti. I bambini sono carini, Luca e Marco. Dai, una settimana volante. Sarà più allegro.
Più allegro? ripetei piano, fissandolo. Ricordi lultima volta? Solo per due giorni, eh. Mi hanno rotto la mia amata ciotola, calpestato le orchidee, e Teresa, venendo a prenderli, disse che da noi il pavimento era da porcile, e i bambini dovevano stare in calzini. E io avevo pulito con la candeggina il giorno prima!
Eh, lei non pensa quando parla, è fatta così, bofonchiò Giuseppe. Ma sono nipoti. Sangue nostro.
Sangue sì, rispetto zero. Giuseppe, non ce lho con i bambini. Ce lho con il modo in cui tua sorella si comporta. Non chiede, impone. E non cè mai umanità. Per lei, sono solo una domestica: Betta, porta, Betta, prendi, Betta, perché la zuppa è insipida? Sono esausta, Giuseppe. Ho cinquantotto anni, voglio pace in casa.
Resistiamo, Betta. Solo una settimana. Ti aiuterò, lo giuro. Vengo prima dal lavoro.
Conosco il valore di quelle promesse. Giuseppe troverà sempre il garage, gli amici, la commissione urgente. E io resterò sola con due bambini viziati e la cognata che controlla tutto al telefono.
Dopo unora, sentii il clacson al cancello. Teresa uscì dal taxi, sistemando il caschetto di capelli. Dietro di lei, i gemelli Luca e Marco si precipitarono urlando verso le aiuole. Il tassista, spazientito, scaricava borse dal bagagliaio.
Eccoci qua, rinforzi in arrivo! proclamò Teresa entrando dal cancello, senza nemmeno salutare. E mi squadrò con aria critica. Ma cosa sei con quel grembiule, una cuoca del secolo scorso? Potevi almeno cambiarti, eh, che arrivavano gli ospiti!
Buongiorno, Teresa. Sto cucinando. Dici che dovrei indossare un vestito da sera per mescolare il sugo?
Bè, basta storie. Allora, sfoderò un foglietto dalla borsetta. Qui cè il programma. Luca è allergico agli agrumi e al cioccolato, Marco niente fritti sennò gli duole la pancia. La zuppa falla con il brodo ristretto, via la pelle dal pollo. Passeggiate due volte al giorno, unora ciascuna. E niente telenovelas, eh, solo cartoni educativi. Ho lasciato il tablet, ci sono i giochi scaricati.
Presi il foglio con due dita, come fosse contaminato.
E la spesa, lhai portata? Per una settimana almeno?
Teresa spalancò gli occhi truccati.
Betta, ma dai! Hai lorto, le galline, il latte dalla vicina. Che serve ai bambini? Una zuppa e un po di pasta. Ti ho affidato i nipoti, ti porto gioia a casa, e tu fai questioni per il pranzo? Tu e Giuseppe avete buona pensione, non vi mancherà.
Ero furiosa, ma non per i soldi, che con la pensione italiana si fa fatica. Era una questione di principio. Teresa, proprietaria di due negozi in città, per niente povera, dava per scontato che toccasse a noi mantenere i bambini.
Va bene, risposi tra i denti. Vedremo.
Allora. Ci vediamo sabato sera per riprenderli. Giuseppe, fratellino, vieni che ti abbraccio!
Giuseppe saliva sul portico scintillante come una moka nuova. Teresa lo baciò sulla guancia, altro sguardo di controllo sul giardino (Taglia lerba, Giuseppe, pare trascurato), e sparì.
La settimana fu un inferno.
Luca e Marco erano veri terremoti. Figli di Federica, cresciuti tra regalìe e permissività, sotto quello che chiamano oggi sviluppo libero della personalità.
Il primo giorno le personalità provarono a tormentare il gatto Leo. Il povero felino, ormai anziano, si salvò su un albero e restò lì fino a sera, finché Giuseppe lo recuperò.
Il secondo giorno, niente zuppa.
Bleah, schifo! disse Marco, spingendo via la ciotola di tagliatelle fresche. Mamma queste cose non le cucina! Vogliamo la pizza!
Nonna Betta, dammi il tablet! urlava Luca, picchiando il cucchiaio.
Prima si mangia, dopo il tablet, restai ferma.
Sei cattiva! Lo diciamo alla nonna Teresa che ci fai morire di fame! gridò Marco.
E, ovviamente, chiamarono. Verso sera, squillò il telefono.
Betta, cosa sta succedendo là? Il bambino piange, dice che lo costringi a mangiare roba indecente e urli. Sei prof di mestiere, sia pure pensionata! Dovè il tuo metodo?
Teresa, risposi stanca, massaggiando la schiena dolorante. Indecente è pasta fatta in casa. E urlo perché hanno dipinto con i pennarelli sui miei muri. Che erano appena cambiati!
Eh, sono bambini! Creatività! I muri sono vecchi, li devi cambiare comunque. Non essere noiosa. Ordina loro la pizza, ti do i soldi forse.
I soldi, nessuno li vedeva mai.
Arrivata la mercoledì, ero come uno straccio. Pressione alle stelle, mani che tremavano. Giuseppe, come previsto, rientra tardi: lavoro, mille scuse, un cenno ai nipoti e via al garage per controllare la pompa. Il carico era tutto su di me.
Il giovedì, la goccia che fece traboccare il vaso. Ho lasciato i bambini con i cartoni, mentre raccoglievo zucchine nellorto. Torno, e nel salotto trovo il disastro: il vaso con il mio ficus, che curavo da dieci anni, rovesciato, terra ovunque, pianta spezzata. I bambini, appena mi vedono, si nascondono.
Mi sono seduta, il volto tra le mani. Non piangevo, ero solo fredda e arrabbiata. Con me, per aver accettato. Con Giuseppe, per la sua debolezza. E con Teresa, per la sua insolenza.
Ho pulito tutto senza una parola, buttando il povero ficus. Quando Giuseppe tornò, non ho neppure apparecchiato.
Betta, la cena? chiese, sorpreso.
In frigo. Scaldati i ravioli. Per te e i bambini.
E tu?
Io sono stanca. Vado a letto. E Giuseppe, domani è venerdì. Sabato mattina questi bambini non devono stare qui.
Ma Teresa ha detto sera
Mattina, Giuseppe. Se no li porto al suo negozio e li lascio lì.
Sabato arrivò. Teresa venne verso lora di pranzo, infastidita che le avevo cambiato le comodità.
Che fretta! Avevo il parrucchiere.
Anchio ho da fare, risposi, mettendo i bagagli fuori.
Teresa sbuffò, ma i bambini li prese.
Eh, che delicatezza. Va bene, grazie lo stesso. Federica torna lunedì, li prende.
Finalmente, il sospiro di sollievo. Pensavo fosse finita. Invece era solo linizio.
Passò un mese. Mi ero rimessa, cambiato la carta del salotto, ritrovato una certa serenità. Nuovo squillo.
Elisabetta, ciao! voce zuccherosa come il torrone. Mai niente di buono.
Ciao, Teresa.
Senti Federica ha trovato un ottimo lavoro, ma con orari pazzi. E il nido chiude per lavori, tutto il mese. Capisci? Abbiamo pensato Ai bambini è piaciuto tanto stare da te! Uva fresca, latte appena munto. Li tieni ancora, un mese stavolta?
Rimango in silenzio. Un mese. Due bambini.
No, Teresa, rispondo fermamente.
Silenzio. Poi voce gelata:
Cosa vuol dire no?
Proprio quello. Non tengo i bambini. Non sto bene fisicamente e ho altri progetti.
Quali progetti? Guardare la TV? Betta, sei sicura di non esser fuori di testa? Ti chiediamo un favore! Sono i tuoi nipoti!
Sono tuoi nipoti, Teresa. E figli di Federica. Io sono solo la zia. Di nipoti miei non ne ho, mio figlio non è sposato. Quando saranno miei, mi farò in quattro. Ma i tuoi, no. Lultima volta sono rimasta distrutta.
Ah! Questa te la farò pagare! Lo dico a Giuseppe! Lui è capofamiglia!
Dillo pure a chi ti pare. La mia decisione è presa.
Ho chiuso. Le mani tremavano, ma dentro ero finalmente sollevato.
A sera tornò Giuseppe, con una faccia da sconfitta.
Betta Teresa mi ha chiamato. Dice che le hai messo giù il telefono.
Lho rifiutata, Giuseppe. Non tengo i bambini per un mese. Non ce la faccio fisicamente, né moralmente. Tua sorella mi tratta come una serva. Nemmeno grazie mi ha detto laltra volta, solo critiche per le calze sporche.
Eh, lei
No, Giuseppe. Basta. Se vuoi aiutare tua sorella, prenditi le ferie, cucina e pulisci tu, stai tu con loro. Io non muovo un dito. Vado da mia sorella a Firenze, lei mi aspetta da tempo. O vado in un centro termale.
Giuseppe rimase di sasso.
E se te ne vai? E io?
Decidi tu. O stai con tua moglie, che ti chiede rispetto, o con tua sorella, che ci tratta da zerbini.
Per due giorni silenzio in casa. Teresa chiamava di continuo: minacce, lacrime, insulti. Io ignoravo. Giuseppe girava cupo, incapace di schierarsi, ma capiva che stavolta non avrei ceduto. Ho tirato fuori una valigia, iniziando a preparare le cose.
Poi arrivò la resa dei conti.
Era sabato, stavo potando le rose in cortile. Cancello aperto, arriva lauto di Teresa. Lei, determinata come un rimorchiatore, portava i due bambini per mano. Decisa a lasciarli qui a forza.
Mi sono raddrizzato, ancora col potatore in mano.
Ciao, zia Betta! gridano i bambini, tentando di correre in casa.
Fermi! strilla Teresa. Elisabetta, tieni i bambini. Non ti possiamo nemmeno chiedere, ormai. Federica oggi inizia a lavorare, io sono piena col negozio.
Spinge il cancello, io resto in mezzo, bloccando il passaggio.
Teresa, ho detto no. Porta via i bambini.
Ma sei impazzita? arrossisce. Li lascio qui e me ne vado! Che fai, li sbatti fuori? I vicini ne rideranno!
Chiamerò i servizi sociali e la polizia, dichiarai freddamente. Dirò che una donna sconosciuta ha abbandonato due bimbi e poi è sparita. Farò pure denuncia, se non adempite ai vostri doveri.
Teresa rimase impietrita. Non si aspettava questa reazione da me, quella che si piega sempre.
Stai bluffando, sibilò.
Prova, tirai fuori il cellulare. Ho il numero del maresciallo qui. Lui le cose le fa per legge.
In quel momento Giuseppe usciva a sentire tutto. Teresa lo fulminò.
Giuseppe! Dille qualcosa! Vuole chiamare la polizia alla sua stessa cognata!
Giuseppe guardò me, vide le mani strette, mi ritornò in mente il ficus, il silenzio delle mie lacrime. Ricordò tutti quegli anni in cui Teresa comandava e noi muti.
Scese dal portico, venne vicino a me, mi mise una mano sulla spalla.
Teresa, porta via i bambini, disse cupo.
Che?! Teresa sgranò gli occhi. Anche tu? Calzino! Traditore! Mamma sarebbe furiosa!
Mamma non cè più, Teresa. E la mia famiglia è qui. Elisabetta è distrutta. Non possiamo tenere i bambini. Trova una tata. Puoi permettertelo.
Andate al diavolo! urlò lei, strattonando i bambini che si misero a piangere. Non metterò più piede qui! Siete degli ingrati!
Li spinse malamente in macchina, chiuse la porta con tale forza che tremò il cancello, e partì come una furia.
Io e Giuseppe restammo immobili, senza parlare, finché il rumore del motore svanì. Poi gli sorrisi debole.
Grazie, Giuseppe.
Scusami, Betta, mi strinse. Sono stato uno sciocco. Volevo pace, ma così ti lasciavo sola. Teresa può pagarsi la tata. Tu sei la mia unica famiglia.
Quella sera bevemmo il tè in veranda. Era silenzio. Niente strilli, né tablet, né fiori rotti. Il telefono tacque Teresa era ormai nel mio elenco nero, almeno per un po.
Una settimana dopo, seppi che Teresa aveva assunto una tata, una studentessa a cui paga due spiccioli e la tratta male. A noi non parla più, da vittima offesa. Ma a me non importa.
Sto nella mia poltrona, lavoro ai ferri per il futuro nipote mio figlio ha finalmente annunciato una gravidanza con la compagna e sorrido. Quando avrò nipoti miei, li terrò con gioia. Perché sarà amore, non obbligo. E in casa mia nessuno mi dirà come fare la zuppa o quali cartoni mettere.
I confini sono stati alzati. Robustissimi. E ormai nessuno può più abbatterli.






