Il Cerchio del Mattino
Sulla porta dellascensore, ancora una volta qualcuno aveva fissato con del nastro adesivo un foglio sgualcito: NON LASCIARE LE BORSE VICINO AL CASSONETTO. Il nastro ormai resisteva per miracolo, agli angoli la carta sera alzata. La luce nellandrone lampeggiava, e quel messaggio appariva ora netto, ora sbiadito proprio come il tono delle discussioni nel gruppo WhatsApp del condominio.
Adriana Bellini stava sulla soglia, le chiavi strette in mano, ascoltando al sesto piano la voce metallica di un trapano prendere vita, poi fermarsi, poi ricominciare. Non era il rumore in sé a farla indignare. Era tutto il resto: ogni episodio diventava un processo. Cera chi scriveva nel gruppo con le maiuscole, chi rispondeva acido, chi inviava foto di scarpe altrui fuori dalla porta come sentenza morale. E tutto sembrava esigere una partecipazione anche da lei, anche se da tempo desiderava una sola cosa: il silenzio nella propria testa.
Salì in casa, posò la borsa della spesa sul tavolo senza nemmeno togliersi il cappotto e aprì il gruppo. In alto lampeggiava il messaggio: CHI HA PARCHEGGIATO SULLAREA GIOCHI QUESTA NOTTE?. Subito dopo, una foto della ruota sopra il marciapiede. Qualcuno aggiunse: E CHI NON SI DISTURBA A SALUTARE IN ASCENSORE?. Adriana scrollava irritata, sentendo la solita ondata di fastidio salire dal petto, finché si trovò a pensare che era stanca di assistere a liti altrui. E persino di quella sua prontezza a gettare benzina sul fuoco, anche solo con il silenzio.
La mattina dopo si svegliò presto, più per abitudine che per riposo. La stanza era fredda, i termosifoni sibilavano. Si infilò una felpa da ginnastica, pescò dallingresso le scarpe da corsa comprate per camminare e mai usate e si affacciò sulle scale. Lodore dellandrone era il solito: un po di polvere, la vernice vecchia delle ringhiere e quel misto neutro che non cè parola per descrivere.
Vicino allascensore si fermò a guardare la bacheca. Cerano le solite stampe: controlli ai contatori, un gatto smarrito, la convocazione della assemblea condominiale. Adriana prese dalla borsa un foglio già preparato e lo fissò con le puntine.
Passeggiate mattutine attorno al quartiere. Niente chiacchiere, nessun obbligo. Chi vuole, alle 7:15 fuori dal portone. Solo un giro, poi ognuno per la propria strada Adriana B.
Si sorprese di quanto le fosse venuto naturale. Niente diamoci una mano, niente siate civili, solo passi.
Alle 7:12 era già di sotto, dopo aver ricontrollato gas e finestre. In mano aveva chiavi e telefono, in testa il berretto. Credeva che avrebbe aspettato inutilmente, e poi sarebbe tornata su, come se nulla fosse.
La porta si aprì sbattendo, e sotto la pensilina uscì una donna sulla quarantina, capelli raccolti stretti, la faccia preparata alleventualità del dolore.
È lei, per il foglio? chiese, sistemando la sciarpa.
Sì disse Adriana, sono Adriana.
Lucia. Ho la schiena a pezzi, il dottore mi ha prescritto di camminare. Da sola però mi deprimo confessò, cercando subito una sorta di giustificazione: Non sono una gran chiacchierona.
Meno male rispose Adriana.
Un minuto dopo arrivò un uomo, leggermente incurvato nella giacca scura. Fece un cenno, le guardò come se non sapesse se servisse salutare, poi borbottò:
Buongiorno. Sono Marco, quinto piano.
Sesto precisò subito Adriana, che aveva in testa la mappa delle famiglie dello stabile, e si morse la lingua per quellirrefrenabile impulso di mettere tutto in ordine.
Marco sorrise di traverso.
Allora sesto. Ho sbagliato.
Il quarto arrivò alto, sui sessanta, con il berretto e landatura di chi è stato spesso su una pista datletica. Non chiese nulla, semplicemente si accodò.
Vittorio disse secco. Tanto io la mattina cammino lo stesso. Pensavo fossero cose da solitari.
Alle 7:16 partirono. Adriana aveva scelto il giro più semplice: attorno ai palazzi, davanti al panificio, nel cortile delle scuole, poi di nuovo verso casa. La neve era schiacciata, in certi punti si scivolava. Il respiro diventava vapore nel freddo, e per i primi minuti nessuno parlò, si ascoltava solo il passo proprio.
Adriana sentiva il corpo prima ribellarsi, poi adattarsi. Nella testa, dove di solito rimbalzavano i rimproveri altrui, ora si faceva spazio una quiete nuova, non allarmante ma operosa, come un foglio bianco.
Allangolo Marco ruppe il ghiaccio:
Pensavo scherzasse, niente conversazione. Qui si finisce sempre per parlare.
Volendo si può rispose Adriana, basta non fare lappello.
Lucia rise piano ma subito fece una smorfia, portando la mano alla schiena.
Tutto ok? domandò Adriana.
Sì, va bene. Basta non fermarsi di botto
Vittorio procedeva con passo regolare, quasi li contasse. Sulla via del ritorno disse:
Si sta bene. Senza assemblee e discussioni. Si cammina e basta.
Quando tornarono, erano le 7:38. Davanti al portone, tutti restarono a fissarsi per un secondo, come dopo una breve riunione dufficio.
Domani di nuovo? chiese Lucia.
Se venite, rispose Adriana.
Io ci sarò, disse Marco, salutando con la mano.
Il giorno seguente erano in tre. Vittorio mancava, però si unì Anna del quarto piano, poco più che quarantenne, piumino colorato e quello sguardo di chi sembra venuta a controllare non fosse un raduno di fanatici.
Osservo solo, disse senza presentarsi.
Faccia pure, rispose Adriana, e partì prima che qualcuno iniziasse a spiegare regolamenti.
Anna camminava al fianco di Marco, in silenzio. Al secondo giro, una settimana dopo, parlava così:
Queste unioni non mi convincono. Poi si finisce coi soldi, chi non li mette diventa un nemico.
Nessuna colletta, disse Marco. Io sono allergico alle casse comuni dopo il divorzio.
Adriana colse il termine divorzio ma non indagò. Sapeva come il dolore privato diventasse subito oggetto di cronaca e poi di arma.
Le passeggiate si reggevano sulla costanza. Alle 7:15 giù, alle 7:40 si lasciavano. Ogni tanto qualcuno mancava e poi tornava. Lucia portava con sé una bottiglietta dacqua che sorseggiava camminando, Marco venne una volta senza cappello e si lamentò per tutto il percorso, ma rimase fino a fine giro. Anna allinizio teneva le distanze, poi si avvicinò poco a poco.
E pian piano questa strana liturgia si insediò nellandrone. Adriana notò che la gente si salutava più spesso. Non perché si deve, ma perché quella mattina già si erano visti, privi dellarmatura consueta.
Una sera, tornando dalla farmacia, Adriana era sfinita, piena di ricette e scartoffie. Trovò Vittorio davanti allascensore, che sistemava i pulsanti incastrati.
Non va? chiese lei.
Va, rispose lui, basta premere con decisione.
Schiacciò il pulsante, lascensore arrivò. Dentro la lampada accesa, lo specchio graffiato. Vittorio disse:
Grazie per queste camminate. Pensavo di non avere più compagnia. E invece va bene così.
Adriana annuì, sentendo un calore nuovo salire. Senza lasciarsi cullare troppo, notò solo: era più leggero per lui.
Piccoli aiuti nascevano spontaneamente. Una mattina Marco notò che a Lucia si era slacciata la scarpa; le fece segno di fermarsi. Lucia scrisse dopo, nel gruppo: Grazie a chi mi ha avvisata per la scarpa sarei caduta. Senza nome, ma con il sorriso nelle parole.
Anna un giorno portò un sacchetto di sale grosso per spargere sui gradini.
È per me, spiegò, lasciandolo vicino al muro. Non per tutti. Per non scivolare.
Grazie lo stesso, rispose Adriana.
Sparsero il sale insieme. Anna poi si pulì i guanti e burbottò:
Va bene, se ci siete anche voi
Nel gruppo, le maiuscole cominciarono a diminuire. Non sparirono, ma erano meno invadenti. Continuavano i litigi sulla spazzatura e sulle auto parcheggiate, ma ogni tanto qualcuno scriveva: Cerchiamo di non urlare, si può sempre parlare. Non sembrava uno slogan: era più un ricordo che si poteva dialogare.
Il problema venne fuori a fine novembre: al sesto piano cominciarono i lavori nellappartamento di Davide, un giovane con un cane. Non era il primo cantiere, ma stavolta il trapano andava anche nelle ore serali. Nel gruppo scoppiarono subito i messaggi: Basta!, Cè gente con bambini!, Ma ti rendi conto?. Anna scrisse: So chi è. È sempre lui. Non gliene frega niente.
Durante la passeggiata, Lucia era tesa, ogni passo le pesava doppio.
È lui, disse, passando vicino alle scuole, proprio sopra la mia testa. Ieri fino alle dieci. Dopo, anche a letto sentivo la testa vibrare come un trapano.
Marco scosse le spalle.
Per legge si può fino alle undici, se il rumore
Niente leggi, interruppe Lucia secca. Non si tratta di leggi. Parlo di rispetto.
Anna, di solito pungente, stavolta era seria.
Va fermato. Altrimenti non capisce. Si raccolgono firme, si chiama lamministratore. Che impari.
Adriana sentì la tensione del gruppo ieri caldo farsi subito clan da condominio. Ma il suo spavento era per la rapidità con cui si tornava al vecchio noi contro di lui.
Le firme dopo, intervenne. Prima, parliamone.
Con lui? Anna si bloccò. Sul serio? È solo un
È una persona, rispose Adriana. Non stiamo facendo processi.
Marco la fissò perplesso.
Ci vuole parlare lei?
Adriana non ne aveva voglia. Avrebbe voluto solo che tutto tornasse silenzioso. Ma sapeva che un linciaggio avrebbe rovinato le passeggiate; tutto sarebbe crollato.
Vado io, disse. Ma serve qualcun altro. Non una folla.
Marco annuì.
Vengo io.
Quella sera salirono al sesto piano. Adriana scrisse a Davide in privato: Possiamo parlare un minuto? Sono Adriana del palazzo. Rispose dopo dieci minuti: Sì, venite pure, sono in casa.
Fuori dalla porta cerano sacchi di macerie, ordinati. Era già un dettaglio. Non sporcizia, non ostentazione: solo roba da portare via. Adriana bussò. Nessun trapano.
Davide aprì in t-shirt, le mani ancora sporche di polvere. Il suo cane, marroncino, sbirciò dietro le gambe e poi scappò via.
Salve, fece in tono guardingo. Cè qualche problema?
Siamo venuti in pace, disse Adriana, rendendosi subito conto di quanto suonasse sciocco. Volevamo chiedere una cosa per i lavori.
Marco era al suo fianco, in silenzio.
Cerco sempre di finire per le nove, spiegò Davide. Solo che la ditta di giorno non può, faccio io dopo il lavoro. Devo sbrigarmi.
Lo capiamo, replicò Adriana. Solo che sopra di lei cè Lucia, ha problemi alla schiena. Per tutti, quando si va avanti fino a tardi, diventa difficile.
Davide sospirò.
Non lo sapevo. Pensavo insomma, come sempre: tutti a scrivere ma nessuno a dire niente in faccia.
Adriana sentì un piccolo rimorso. In effetti, pochi parlano di persona.
Facciamo così: ci dice i giorni in cui deve per forza finire tardi. Gli altri finisce prima. E la spazzatura, non la lasci la notte.
Davide guardò i sacchi.
Li porto via domani mattina con la macchina, promise. Non voglio lasciare schifezze qui. Oggi era tardi.
Bene, aggiunse Marco. E per lorario?
Davide si grattò la testa.
Alle nove posso smettere sempre. Solo se proprio serve, nove e mezzo. Ma avviso prima nel gruppo, e non più di una volta a settimana.
Adriana annuì.
Unultima cosa. Il cane è bravissimo, ma di notte che abbaia
Davide arrossì.
Quando esco, si annoia. Prenderò qualcosa per farlo distrarre. Ma se dà fastidio, ditemelo, basta che non scriviate subito nel gruppo, daccordo?
Uscirono e sulle scale Marco disse piano:
Un ragazzo normale. Solo giovane e solo.
Qui, a nostro modo, siamo tutti un po soli, ribatté Adriana, stupendosi di averlo detto a voce alta.
Il giorno dopo, nel gruppo, Davide scrisse: Lavori fino alle 21:00. Se dovrò andare oltre, avverto prima. La spazzatura la porto via domattina. Qualcuno mise una reazione, altri tacquero. Anna scrisse: Vedremo. Ma nessuna maiuscola.
Alla passeggiata, Anna arrivò con aria rigida.
E allora? chiese. Avete parlato?
Sì, disse Adriana. Ha accettato di finire per le nove e avvisare.
Tutto qui? Anna pareva cercare una vittoria, la conferma che il suo metodo fosse giusto.
Sì, rispose Adriana. Non cè nulla da vincere.
Anna sbuffò, ma proseguì. Dopo un paio di minuti disse, senza guardare:
Se farà casino, lo scrivo lo stesso.
Scrivi pure, replicò Adriana. Ma prima a lui.
Lucia camminava al suo fianco, e dun tratto disse sommessa:
Grazie per non averlo linciato. Non ce lavrei fatta anche con quello.
Adriana sentì un groppo in gola. Inspirò forte, laria fredda le bruciò il petto e il groppo sparì.
Dopo una settimana, Vittorio smise di uscire. Adriana lo trovò davanti alle cassette della posta.
Ormai non la vediamo più, disse.
Il ginocchio, rispose lui secco. Il medico mi ha detto di lasciar stare per ora.
Peccato, fece lei.
Io vi guardo lo stesso, soggiunse con un sorriso. Voi passate, io apro la finestra. Come se fossi lì.
Questo era buffo e tenero insieme.
A Capodanno, le passeggiate erano ormai routine per tre: Adriana, Lucia e Marco. Anna si univa a giorni alterni, talvolta spariva per una settimana, poi riappariva per vedere se il gruppo esisteva ancora. Davide ogni tanto si univa, specie dopo le giornate più dure: marciava in silenzio ascoltando il rumore della neve, e poi si separava per primo.
Il palazzo non diventò perfetto. Le borse vicino al cassonetto comparivano ancora. Qualcuno parcheggiava storto. Nel gruppo ogni tanto riesplodeva qualche vecchia tensione. Ma ora Adriana sentiva che in quella casa non cera solo nervosismo, ma anche memoria di unaltra possibilità.
A gennaio, una mattina qualsiasi, scese alle 7:14. Marco era già lì, che si allacciava la giacca. Alzò la testa.
Buongiorno, Adriana.
Buongiorno, Marco.
Lucia arrivò attenta alle scale cosparse di sale.
Ciao. La schiena oggi regge, e sorrise come se fosse una piccola conquista.
Dalla porta apparve Anna, assonnata, senza la solita ironia.
Vengo con voi, ma oggi niente commenti sulla chat, borbottò.
Promesso, confermò Adriana.
Partirono. I loro passi battevano un ritmo unico, imperfetto ma saldo. Allangolo Marco trattenne Lucia che stava per scivolare, lo fece con tale naturalezza che nessuno si sentì di ringraziare a voce.
Quando tornarono, davanti al portone cera Davide col cane al guinzaglio. Salutò con un cenno.
Buongiorno. Esco dopo, vado al lavoro. Però grazie di essere venuti a parlarmi.
Adriana annuì.
Viviamo tutti qui, rispose.
Non era uno slogan. Era solo un fatto. E finalmente non era più un pretesto per la guerra.



