Ha lasciato la moglie dopo venticinque anni di matrimonio: in un piccolo paese dove tutti si conoscono dalla nascita, si mormora che non volesse più lavorare e che lei, poverina, sia dovuta andare in fabbrica; tra chiacchiere da bar, una cena degli ex compagni di scuola in un costoso ristorante, e la verità che viene sbandierata pubblicamente, si snoda la storia di Massimo, ex operaio ora freelance, e Giulia, tra rancori, ricerca di lavoro e un finale che nessuno si aspetta.

Ho lasciato mia moglie

Immagina, venticinque anni di matrimonio! E se nè andato! mormoravano gli amici.
Lui non voleva più lavorare, e poveretta lei, alla sua età, si è dovuta mettere in fabbrica! commentavano gli altri.

***

Il nostro paese era talmente piccolo che ci si ricordava lun laltro fin dai tempi del passeggino. Le rimpatriate scolastiche erano frequenti, ma di solito si trattava di una pizza in trattoria o di una grigliata in qualche cascina. Stavolta, però, Daniela, insieme alle sue amiche più intraprendenti, aveva voluto a tutti i costi un ristorante troppo caro per i nostri standard.

Dai, anche noi dobbiamo far vedere che ce la facciamo, diceva lei a sua marito.

Enrico, che negli ultimi mesi si era limitato a cercare nuovi clienti dopo che aveva lasciato il posto in officina, si limitava a sorridere. Ce la facciamo, pensava.

Il nostro tavolo era in un angolo, e la cosa non mi dispiaceva affatto. Avevo appena iniziato il secondo bicchiere di Chianti quando si avvicinò Giuseppe, che mi sedeva accanto in classe. Lui era uguale a ventanni fa.

Oh, Enrico! Non ci vediamo da un mese almeno! scherzava, Dani, sei sempre splendida. Non maltrattare Enrico, mi raccomando: lui è uno che lavora! Allora, Enrico, novità dopo lofficina? Avete risolto tutto?

Aprii bocca per ammettere che, dopo aver lasciato la fabbrica dove avevo saldato di tutto per ventanni, con stipendi impossibili da credere da queste parti, ora mi preparavo solo il caffè la mattina e cercavo lavori su internet. Stavo per iniziare:

Ecco, Giuseppe, io

Ma Daniela mi interruppe subito:

Ma dai, Giuseppe, quale lavoro? sgranocchiava il pane, poggiata sul tavolo, e con tutta la sala che risuonava, la sentì anche mezzo ristorante, Perché mai dovrebbe lavorare?

Fu come una secchiata dacqua.

Ma che dici? le sussurrai a denti stretti.

Enrico non ha nessuna voglia di cercare lavoro. Ormai, Giuseppe, lo sai comè: il mestiere più redditizio è stare sulle spalle della moglie! Perché affaticarsi? Io mi spacco in fabbrica, lui si riposa. Enrico, non essere timido, è la verità, no?

Tutti, Giuseppe e i più vicini, ascoltarono.

Ah capisco, commentò Giuseppe, che mi guardava quasi con pietà, Devo andare, mi chiama Laura là in fondo. A presto.

Scappò quasi correndo, senza salutare davvero.

Mi girai verso Daniela:

Che hai detto?

Daniela si riempì il bicchiere:

La verità, caro. Perché ti dà fastidio?

Mi hai fatto passare per cosa?

Lei, che in realtà era risentita perché aveva dovuto tornare al lavoro, rispose:

Cosa dovevo dire? Che stai piantato in casa, fingendo di essere ricercato come artigiano? Non lavori più, Enrico. Lavoro io. È normale che tu stia sulle mie spalle.

Per me la serata finì lì.

Andiamo via. Adesso.

Ma la cena? ribatté Daniela.

Ma quale cena, Daniela? Si torna casa!

Daniela non si lasciò sfuggire loccasione di annunciare a qualche ex compagno:
Ci è venuto in mente un imprevisto! Non sentite troppo la nostra mancanza!

Il taxi, chiamato di fretta dopo essere usciti, correva per le strade silenziose della notte.

Daniela, iniziai mentre il tassista era impegnato al telefono, ti rendi conto di cosa hai detto davanti a tutti?

Ci avevamo già discusso, ma non era chiaro tra noi.

Te lo ripeto ho detto la verità, Enrico. Non credi che la verità, anche se fa male, sia meglio di mille scuse per coprire la tua pigrizia?

Pigrizia? mi girai di scatto, Ho mantenuto la famiglia per ventidue anni! Tu non hai lavorato un giorno! I figli li abbiamo portati al mare, li abbiamo fatti studiare alluniversità. Non mi dirai che non conta niente?

Daniela notò che il tassista ora ascoltava in silenzio, ma non si fermò.

È stato, ora non cè più, Enrico. Ora lavoro io. Mantengo io la casa. Tu non cerchi lavoro.

Non ho lasciato il lavoro per scelta. Sono un operaio, non laiutante di nessuno, replicai.

Ero davvero il miglior saldatore della fabbrica, saldavo ciò che nessuno voleva toccare. Ma il nuovo capo urlava solo parolacce, e io non sopportavo più.

E di parlare non serve a niente, se non lavori, disse lei.

Ho messo annunci ovunque! insistetti.

E mentre aspetti, Daniela ripeteva come un disco rotto, passi le giornate sul cellulare, mentre io mi spezzo in fabbrica per pagare le bollette! E basta con la storia delle vacanze.

Arrivammo a casa in silenzio.

Entrando, passai accanto a Daniela che sistemava le buste della sera, e mi chiusi in camera, senza nemmeno cambiarmi. Mi sdraiai e basta.

Dopo poco, la porta si aprì.

Rimani lì ancora? Mi lasci la cucina da sistemare?

Non ho voglia, Daniela.

La verità non offende.

Quello fu lultimo suono prima di chiudere gli occhi e sperare di dormire.

Mi vennero in mente le notti in bianco da ragazzo, i lavori extra per comprare casa; la vecchia auto sistemata con le mie mani pur di non spendere per il meccanico. Ricordai Daniela orgogliosa, allora…

E ora, dopo solo un mese senza stipendio, ero diventato un peso inutile.

Mi spostai nel soggiorno, lontano da lei.

***

Verso mezzogiorno squillò il telefono.

Pronto.

Buongiorno, sono Giovanni. Ho trovato il suo annuncio, lei è saldatore vero? Avremmo bisogno per rifare una struttura se può venire a vedere, le spiego.

Certo, Giovanni, arrivo subito.

Dopo quella chiamata iniziarono a fioccare altre richieste. Qualcuno ricordava che avevo saldato una cancellata anni prima, altri avevano bisogno di sistemare caldaie, altri ancora cercavano chi gli costruisse delle strutture per il tetto.

In tre settimane mi rimisi in forma. Ordinativi uno dietro laltro; lavoravo anche quattordici ore, ma erano i miei lavori, i miei soldi, e nessun capo sulla testa.

Ti vedo come ai vecchi tempi, osservò Daniela quando tornai tardi da un lavoro.

Ho lavoro, risposi versando un bicchiere dacqua.

Meno male, disse lei, Allora: quando posso lasciare la fabbrica?

Era da quel primo acconto, da parte del primo cliente, che aspettavo la domanda.

Vuoi lasciare? sorrisi.

Certo. Ora i lavori ci sono. Non ha senso continuare a spaccarmi lì dentro. Quando torni come prima? Avevamo deciso che la casa era roba mia.

Ma io ormai avevo deciso diversamente.

Daniela, il suo nome suonava strano, Non mi riguarda cosa fai col lavoro.

Non capì.

Che intendi dire?

Intendo che ormai non puoi lasciare.

Enrico, sei ancora arrabbiato per quella sera? Ormai lho scordata! Vuoi litigare per queste sciocchezze?

No, Daniela. Non è una sciocchezza. Tu hai deciso che quello che ho fatto per ventanni non vale nulla. Ok. Ora lavori anche tu. Faremo conti separati. I miei soldi sono miei, i tuoi, tuoi.

Non era per vendetta. Semplicemente, ero stanco. Se Daniela mi considerava così, la trattavo allo stesso modo.

Conti separati? Sei impazzito? Siamo sposati da venticinque anni!

E allora? Non eri tu a dirmi che vivevo sulle tue spalle? Ecco, nessuno vive sulle spalle dellaltro. Vuoi continuare a lavorare? Decidi tu.

Dormii di nuovo in sala. Daniela non dormì affatto. La mattina raccolse un paio di borsoni, ci mise i suoi vestiti e le foto dei figli. Mi lasciò un biglietto sul tavolo, proprio sopra il mio quaderno di lavori:

Sto dalla mamma per un po. Pensaci tu.

Non mi affrettai a riportarla a casa. I sentimenti non spariscono subito, ma le parole brutte non si dimenticano. Rimasi solo anche a Capodanno, senza cercarla, temendo però le chiamate delle mie figlie.

La prima fu la maggiore, Giulia.

Papà, buon anno! Come stai?

Ciao, Giulia. Tutto bene.

Volevo venire, ma ho lesame il tre gennaio. Uno scandalo. Senti So che con la mamma Non ci pensi di sistemare?

Era quello che temevo. Sapevo che Giulia sarebbe stata dalla parte della madre, ma non ero pronto.

Giulia, non so. Magari finirà davvero in divorzio.

Mi aspettavo di essere maledetto.

Papà pensi che ti giudichiamo?

Rimasi senza parole.

Davvero?

Siamo grandi, papà. Ci ricordiamo quanto hai lavorato. E ho sentito cosa ti diceva la mamma Fa quello che ti senti. Se credi sia giusto, noi ci siamo. Ti vogliamo bene.

In quel momento mi resi conto che tutte le paure erano inutili.

Mi vennero le lacrime mentre parlavo. Giulia forse piangeva anche lei.

Grazie

Con la piccola, Martina, fu ancora più semplice. Lei, più sensibile, disse solo:

Papà, se sarai felice tu, lo saremo anche noi. La mamma è agitata, ma tu non farci caso. Esagera anche lei.

La separazione fu rapida. Le lasciai la casa, non volevo dividerla con una ex, e mi trasferii nella mia nuova piccola abitazione, accanto al laboratorio che avevo affittato.

Per i conoscenti restai il cattivo.

Venticinque anni e lha lasciata! si bisbigliava tra amici.

Non voleva più lavorare, e lei, poverina, si è messa in fabbrica! compatìvano gli altri.

Nessuno sapeva nulla delle parole di Daniela. Videro solo la fine, non tutto il resto.

***

Ora so che ci sono momenti in cui, per rispetto di sé stessi, bisogna mettere un punto. A volte, anche chi ti è più vicino può ferirti. Ho imparato che il valore di tutto ciò che ho fatto non dipende da chi non vuol capire; dipende solo da me e da chi davvero mi vuole bene.

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