Un regalo da uno sconosciuto Il messaggio nella chat aziendale spuntò tra fogli Excel e mail urgenti come una decorazione natalizia in mezzo ai faldoni: «Colleghi, parte Secret Santa! Scambio anonimo di regali in ufficio. Budget massimo: 20 euro. Link al modulo in basso». Arturo rilesse il testo e controllò automaticamente l’orologio nell’angolo dello schermo. Mancavano dieci giorni lavorativi a fine anno, due settimane al risultato trimestrale, tre giorni alla rata del mutuo. Da mesi misurava tutto in scadenze. Le reazioni in chat fioccavano già: gif di renne, commenti sarcastici, domande sul budget. La responsabile HR, Katia, aggiunse subito: «Non è obbligatorio partecipare, ma è molto consigliato. Creiamo la magia del Natale!». Arturo finì il caffè ormai freddo e cliccò sul link. Il modulo chiedeva nome, settore, consenso ai dati. In fondo lampeggiava “Partecipa”. Esitò un attimo, immaginando una nuova tazzina inutile sul suo già affollato tavolo. Poi pensò al suo nome senza regalo nella lista. Premette. — Anche tu ti sei buttato nella lotteria? — chiese Sandro dell’ufficio accanto, sporgendosi dalla sua scrivania. — Spero mi capiti qualcuno ironico. Ho già in mente il regalo: un libro su come gestire il tempo al capo! — È anonimo, però… — ricordò Arturo. — Proprio per questo è più divertente. Immagina la sua faccia quando scopre il dono… — Sandro fece una smorfia comica e ridacchiò. Arturo, educato, sorrise e tornò al report. Dopo un po’, i numeri si confondevano. Da qualche parte organizzavano set regalo per i partner, tra chi proponeva cioccolatini costosi e chi voleva risparmiare. Al bar la mattina si discuteva della tredicesima: ci sarà? La taglieranno? “In natura” sottoforma di pacchi regalo? Tutto scorreva come un sottofondo natalizio: l’albero finto della reception, le palline plasticose, i biglietti neutri “Stimati partner, auguri…”. Arturo aveva due obiettivi per quell’anno: raggiungere il bonus a fine trimestre, e non perdere la pazienza con il figlio per i voti. Entrambi sembravano difficili uguale. La sera ricevette una mail: “Il tuo Secret Santa”. La aprì in metro, pressato da giacconi e zaini. «Ciao Arturo! Il tuo destinatario: Arturo De Rosa, settore analisi». Rilesse. E ancora. Il convoglio sobbalzò, qualcuno gli sfiorò la spalla. In chat fioccavano screenshot: «È un bug?» «Anche io ho estratto me stesso!» «Nuovo livello di auto-analisi». Katia rispose: «Sì, è saltato tutto. Non facciamo in tempo a cambiare, l’IT dice che è tutto legato agli ID. Prendiamolo come un esperimento. I regali si portano comunque, si finge tutto. L’importante è tenere viva la magia». «Che magia, se so già sono io?» scrisse uno. «Immagina che sia uno sconosciuto che ti capisce davvero», rispose Katia col’emoji dell’albero. Arturo chiuse la chat e infilò il cellulare in tasca. In metro, qualcuno parlava a voce alta di budget di fine anno. Si guardò nel vetro scuro: quarantuno anni. I capelli reggono ma alle tempie già qualche filo grigio. Il viso stanco, non vecchio. Giacca da centro commerciale, orologio in finanziamento, smartphone come quello del direttore. Un regalo a se stessi, come da uno sconosciuto, pensò. Cosa potrebbe regalarmi questa persona? Non aveva risposta. Il giorno dopo, al bar, si discusse solo di quello. — Dovrebbero annullare tutto, — sbuffò Paolo, il legale, spegnendo la sigaretta. — Manca lo spirito. Il Babbo Natale segreto deve davvero essere segreto. — A me piace, — ribatté Anna del marketing. — Finalmente posso regalarmi qualcosa di decente. Basta sciarpe coi cervi. — Ma te le compri già da sola, — osservò qualcuno. — Non proprio. Ci sono cose che non mi concedo mai, — Anna sorrise. — E questa è la parte interessante. Arturo ascoltava in silenzio. In testa giravano le solite idee: cuffie, powerbank, nuovo mouse. Tutte cose che avrebbe potuto comprare senza giochi, tornando a casa dal lavoro. Ma tutto sembrava più un accessorio che un regalo. — Tu cosa ti regali? — chiese Sandro in ascensore. — Non so, — ammise Arturo. — Io mi prenderei la PlayStation. Ma il budget non basta, — Sandro rise. — Prenderò birra artigianale e scriverò “da Santa”. E io? — pensava Arturo rientrando in ufficio. — Cosa vorrei se qualcuno mi vedesse davvero? Non il collega, né il pagatore del mutuo, né il padre “che non passa abbastanza tempo col figlio”. Ma… chi? Un uomo? Non trovava la parola. La sera entrò in un centro commerciale. Tutto illuminato, musica, offerte “regalo perfetto”, “set per lui”, “per uomini di successo”. In ogni poster un uomo in cappotto costoso e sguardo sicuro. Nessuno aveva occhiaie e debiti. Entrò nel negozio di elettronica. Sullo stand le cuffie “best seller”. Un commesso spiegava a un ragazzo le differenze tra modelli. Ecco, cuffie. Pratico. Musica, podcast. “Mi prendo cura di me”, rifletteva Arturo. Prese la scatola, la girò. Il prezzo rientrava nel budget. Ma è un acquisto come tutti gli altri. Che senso ha? Compro sempre ciò che “deve avere” uno come me: telefono, orologio, scarpe decenti, giacca non da saldo. È davvero un regalo? Rimise la scatola e uscì. Il libreria faceva più caldo. All’ingresso pile di libri motivazionali: “Diventa la versione migliore di te”, “Fai tutto e meglio”, “Felicità pianificata”. Arturo ne prese uno, lo sfogliò, trovò le solite frasi su “zona di comfort” e “efficienza” e si sentì più stanco. Nel fondo c’era lo scaffale dei romanzi. Passò il dito tra i libri, riconoscendo qualche autore. Da studente divorava romanzi in una notte e alle lezioni ci arrivava con occhi rossi. Poi lavoro, mutuo, bambino, e la lettura era diventata “da fare”. Forse un libro? Ma quale? E poi, chi vorrebbe regalarmi un romanzo sapendo che non trovo mai il tempo di leggere? Uscì a mani vuote. In testa, solo pubblicità e musica di sottofondo. A casa, la moglie chiese: — Sei cupo? — No, tutto bene, — rispose togliendosi le scarpe. — Gioco in ufficio. Regali. — Ancora candele e tazze? — ironizzò lei. — Stavolta ognuno si regala da solo. La piattaforma si è incasinata. — Beh, è fantastico, — mise la pasta sul tavolo. — Prenditi qualcosa che non ti concedi mai. — Tipo? — Non so. Lo sai tu meglio. Tacque. Il figlio sfogliava il libro di scuola, fingeva di studiare. — Di solito vuoi qualcosa di specifico: telefono, orologio, zaino. Sei uno che ama queste cose. — Però le compro quando servono, — disse. — Non per sfizio. — Allora magari non un oggetto, — suggerì lei. — Un buono. Un massaggio. Una giornata libera. Qualcosa… — Per la giornata libera serve il capo che non scriva di domenica, — la interruppe. Lei sorrise. — Allora chiedi a Babbo Natale un capo così. — Non bastano venti euro, — scherzò. Quella notte faticò a dormire. In testa i negozi, gli slogan dei poster, le altrui speranze: “carriera”, “successo”, “prosperità”. Importanti, ma come decorazioni che togli a gennaio. Cosa vorrei davvero, senza giudizi? Né colleghi, né moglie, né figlio, né genitori, né banche? Ancora nessuna risposta. A una settimana dal party l’ufficio era frenetico. Prime buste regalo spuntavano sulle scrivanie. Qualcuno le nascondeva nei cassetti, qualcuno in bella mostra. In chat discussione su dress-code, menu, giochi. Katia scrisse che ci sarebbe un presentatore, dj e “il momento Secret Santa”. Arturo ancora senza regalo. — Che aspetti? — chiese Sandro. — Poi rimangono solo avanzi. — Ci sto pensando, — replicò Arturo. — Su, prenditi qualcosa di utile. Io mi sono regalato un kit per griglia. Sempre voluto, mai trovato tempo. Così me lo prendo. A pranzo al bar del piano terra, tra code, chiacchiere su figli, traffico e “Regala alle feste” sugli schermi. Seduto, controllò il cellulare. Aprì un sito. “Regalo per uomo quarantenne”. Gli apparve: orologi, portafogli, gadget, alcolici, barcode per barbiere. Sempre e solo come dovrei apparire, pensò. Mai come mi sento. Chiuse la finestra. Aprì la casella personale. Offer, sconti, “inizia l’anno con una nuova versione di te”. Tra le mail, una da un portale di corsi online: “Nuovo corso di fotografia. Iscriviti entro domenica”. Fotografia. Ricordò la vecchia reflex comprata dieci anni prima, quando ancora non aveva figlio e il mutuo era solo una prospettiva. Allora, nei weekend, scattava per la città: strade, vetrine, gente. Poi la macchina foto finì in armadio: prima niente tempo, poi energie, poi sembrava una sciocchezza. Ma dai, banale, ribatté la voce interiore. Quarantenne che riscopre vecchia passione. Se si mette a fare l’artista, fa ridere. Allontanò il vassoio. Dentro sentiva disagio: come quando ci si scopre vulnerabili. Non voglio cambiare vita. Solo… Non concluse. Il telefono vibrò. Il capo: «Cifre del trimestre, per stasera». Arturo sospirò e tornò in ufficio. La sera cercò la vecchia macchina fotografica in corridoio. Pesante, fredda. L’accese, batteria morta. Nel cassetto una carica. La moglie lo guardò stupita: — Fotograferai di nuovo? — Volevo vedere se funziona, — rispose. Appena la batteria si ricaricò, uscì sul balcone e fece qualche foto al cortile. Nulla di che: auto, finestre, neve, lampioni. Ma guardando nel mirino il rumore mentale si affievoliva. Non spariva, ma si calmava. Si rese conto di respirare più lento. Forse è questo il regalo? — pensò. — Non l’oggetto, ma il permesso di dedicarmi a questa cosa. Un’ora a settimana. Senza sentirmi sciocco. La cosa lo intimidiva quasi, subito la voce critica tentava di ridurre tutto a cliché. Ma un pensiero più delicato diceva: E perché no? Spendi per oggetti che dimenticherai. Qui, invece, forse qualcosa che ti piace davvero. Tornò al computer e riaprì la mail sul corso di foto. Moduli su composizione, luce, paesaggi urbani. Lezioni serali, due volte a settimana, online. Prezzo ok col budget. Un regalo da uno sconosciuto – pensò. – Uno che ricorda ciò che mi piaceva e non lo considera stupido. Cliccò “Compra”. Restava la “confezione”: alla festa, il dono deve essere fisico. Non basta dire “Mi sono iscritto”. Serve qualcosa da mettere in una scatola. Comprò una semplice agenda blu, senza disegni, e una busta. Stampò la conferma del corso, la mise in busta. Sulla prima pagina dell’agenda scrisse: “Per le fotografie che farai ancora”. Grafia incerta ma leggibile. Poi studiò una nota da affiancare: voleva che suonasse come parole di chi sa davvero come vive, non di un poster motivazionale. Dopo vari tentativi, ecco il testo: «Ad Arturo. Un promemoria: non sei solo report e call. Regalati un po’ di tempo per guardare il mondo diversamente. Spero ne farai buon uso. Il tuo Babbo Natale». Rilesse. Una stretta al petto. Non enfasi, ma bisogno. “Babbo Natale” era più premuroso di come lui si trattava di solito. Ripose tutto: conferma corso nella busta, busta nell’agenda, agenda incartata in carta marrone e chiusa con nastro rosso. Il regalo era umile. Ma senza marchi, né slogan. La festa era nella sala del piano terra: tovaglie bianche, luci, dj con hit pop. Colleghi arrivavano: abiti eleganti, camicie da lavoro, senza badge. I regali su un tavolo a parte, con nomi. Arturo appoggiò il suo, osservò gli altri: sacche con logo, scatole colorate, strane forme incartate. — Pronto a rivelarti a te stesso? — gli strizzò l’occhio Katia. — Finché si può, — rispose. A metà serata il presentatore annunciò: “Ora il momento speciale”. Musica abbassata, luci soffuse. Tutti ormai rilassati. — Amici, questo Secret Santa è davvero… segreto. Ognuno mago di se stesso. Ma, per gioco, facciamo finta di nulla. Risatine in sala. — Ora uno alla volta: si prende il regalo col proprio nome e si apre qui. Ricordate: conta ciò che scoprirete su voi stessi. Ancora un motivatore, pensò Arturo, stanco. Quando toccò a lui, si accorse che era emozionato. Prese il pacchetto “Arturo De Rosa” e tornò al tavolo. — Dai, vediamo! — suggerì Sandro. — Speriamo non siano calzini! Arturo sciolse il nastro: agenda e busta. Sulla busta, il suo nome. Le mani tremavano leggermente. — Non è una griglia, almeno, — Sandro osservò. Arturo aprì, sistemò il foglio. C’era chi gridava: “Mi hanno regalato un buono SPA”, chi mostrava un gioco da tavolo. La contabile Svetlana nascondeva gli occhi dietro un libro di yoga, Katia rideva sulla tazza “Migliore Collega”. Arturo lesse la nota. E ancora. Le parole, scritte da sé, ora sembravano davvero di un altro. Non sei solo report e call. Qualcosa dentro si smosse. Un lieve imbarazzo, come se lo avessero colto di sorpresa. E insieme sollievo: chiunque fosse, non giudicava. — Cos’hai ricevuto? — insisteva Sandro. — Un corso di fotografia. E un’agenda. — Bel pensiero, — fischiò Sandro. — Qualcuno si è impegnato. Sarà uno creativo, chissà. Ma non si deve cercare, vero? — No, — disse Arturo. — Bene, — Sandro già pensava alla sua griglia. — Così la prossima festa farai tu le foto. Tornerà utile. Arturo chiuse l’agenda. Lo speaker scherzava, la gente ballava. Tutto rumoroso intorno, ma dentro c’era calma. Sul cellulare della moglie, attendeva il messaggio: “Com’è andata?”. Arturo scisse: “Normale. Regali buffi. Mi sono preso un corso” — e poi cancellò, sostituendo con: “Spiego dopo”. A casa rientrò quasi a mezzanotte. Il palazzo silenzioso, solo una porta che sbatte. La cucina illuminata, odore di mandarini. La moglie leggeva, il figlio già a letto. — Che regalo hai avuto? Appoggiò agenda e busta. — Tutto qui? — Dentro c’è altro, — aprì la busta. Leggendo il foglietto, lei gli chiese piano: — L’hai scritto tu? — Sì, e ho pagato il corso. Di fotografia. Lei annuì, senza ridere, né ironizzare. — Un bel regalo, — disse. — Ti piaceva. — Era tanto tempo fa. — E allora? “Tanto tempo fa” non vuol dire “finito”. Lui scrollò le spalle, ma dentro qualcosa si era mosso: come un mobile riscoperto. — Vedremo, — disse. Il primo gennaio si svegliò senza sveglia. Fuori, mattina grigia, auto nel cortile, un po’ di neve residua. La testa pesante, non dolorante. Moglie e figlio dai suoceri, lui li avrebbe raggiunti dopo. Silenzio in casa. Caffè, seduto al tavolo. Agenda aperta, sulla prima pagina: “Per le foto che farai ancora”. Accese il portatile, cercò la mail del corso. Primo modulo introduttivo disponibile. Audio tranquillo, niente “efficienza”, solo attenzione a luci e ombre. Per una volta non controllò le mail di lavoro. Telefono in camera, nemmeno voglia di prenderlo. Finito l’intro, prese la reflex e uscì. Il freddo era pungente, non gelido. Gente col cane, altri buttavano le immondizie delle feste. Sul parco giochi, una sola stella filante. Alzò la macchina e guardò nel mirino: rami, fili, balconi. Nulla di speciale. Ma scattando, sentì di fare qualcosa di minimo ma importante. Non per report, non per KPI, non per slide. Solo per sé. Scattò ancora, tornò a casa, trasferì le foto. Quasi tutte insignificanti. Ma una, dove nel vetro dell’auto si rifletteva il palazzo accanto, lo colpì. La ingrandì. Nel riflesso, la sua sagoma, macchina in mano. Un regalo da uno sconosciuto, pensò. Che sono io. Ed è giusto così. Chiuse il programma, finì il caffè. Le email, le urgenze, il lavoro lo aspettavano. Ma aveva anche il suo corso, e quell’ora da dedicare solo a sé. Aprì l’agenda, scrisse la data. Poi: “Cortile, mattina, riflesso sul vetro”. Una riga modesta. Ma era davvero sua. E dopo molto tempo, pensò al futuro non solo in rate e report. Nello spazio piccolo che si era aperto, poteva finalmente guardare avanti e scegliere cosa volere. Era poco. Ma basta per respirare. Si versò altro caffè e aprì il programma del corso. Alla fine, uno spazio per appunti. Scrisse: “Non cancellare per lavoro”. Sorrise: la vita avrebbe trovato il modo di cambiare tutto. Ma ora almeno aveva diritto di provarci. E anche questo era un regalo.

Il regalo dello sconosciuto

Il messaggio nel gruppo aziendale è comparso sopra a fogli Excel e email urgenti, come una decorazione di Natale che spunta tra scartoffie:

«Colleghi, parte il Secret Santa! Scambio anonimo di regali al pranzo aziendale. Budget: massimo 50 euro. Trovate il link qui sotto».
Marco rilesse il messaggio e diede uno sguardo allangolo dello schermo, dove il tempo scorreva inesorabile. Dieci giorni lavorativi alla fine dellanno, due settimane al report trimestrale, tre giorni allennesima rata del mutuo. Da mesi la sua testa era regolata più dai countdown che dallorologio.

Nel gruppo fioccavano già le reazioni: una gif di una renna, il commento di nuovo?, la domanda sul budget. La responsabile HR, Francesca, era subito intervenuta: «Partecipazione facoltativa, ma caldamente consigliata! Latmosfera natalizia non si crea da sola».

Marco finì il caffè ormai ghiacciato e cliccò sul link. Nome, divisione, consenso privacy. In fondo lampeggiava il bottone «Partecipa». Ci pensò un attimo, immaginando lennesima candela profumata o tazza natalizia che sarebbe finita a ingombrare la sua scrivania già affollata. Poi pensò alla lista dei partecipanti, e a quel vuoto imbarazzante accanto al suo nome.

Cliccò, e via.

Marco, ti sei iscritto anche tu alla riffa? domandò Giovanni dallopen space. Speriamo che mi arrivi qualcuno con senso dellumorismo, così potrò regalare un manuale di gestione del tempo al boss.

Ma è anonimo! ricordò Marco.

Appunto. Vedi la sua faccia quando lo apre? Giovanni tirò una smorfia, poi scoppiò a ridere.

Marco abbozzò un sorriso educato e tornò al suo report. I numeri si fondevano in una colata grigia. Qualcuno discutendo di cesti regalo per i clienti, tra lodi ai cioccolatini buoni e tentativi di risparmio. In pausa, la solita diatriba sul bonus: arriverà, lo taglieranno, lo trasformeranno in un set di biscotti industriali?

Tutto intorno a lui, un sottofondo natalizio infinito: albero di Natale gigante nella hall, palline di plastica, auguri impersonali sulle cartoline aziendali. Marco aveva due obiettivi, quellanno. Primo: arrivare al bonus. Secondo: non ringhiare contro il figlio per un brutto voto. Entrambi sembravano maratone.

La sera ricevette la mail: «Il tuo destinatario Secret Santa». Aprì da smartphone, schiacciato tra cappotti ed ombre in metro.

«Ciao Marco! Il tuo destinatario: Marco Rossi, ufficio analisi».
Rilesse. Ancora.

Uno sussulto nel vagone, una spinta sullomero. Sul gruppo già spuntavano gli screenshot:

«È uno scherzo?»
«Anchio mi sono beccato me stesso!»
«Un nuovo livello di introspezione aziendale».
Francesca interviene: «Cari, sì, il sistema ha fatto cilecca. Cambio non fattibile ormai, lIT dice che tutto gira sui codici ID. Prendiamola come esperimento, fate finta di niente e portate lo stesso il regalo. Fondamentale latmosfera!»

«Ma che sorpresa cè se so chi sono?» scrive qualcuno.
«Immagina che sia uno sconosciuto che sa quello che vuoi prima ancora di te», replica Francesca con lemoji dellalbero di Natale.

Marco chiude la chat e infila il telefono in tasca. Nel vagone, qualcuno urlava al viva voce quanto chiude lanno in bellezza. Marco si fissò nel vetro nero: quarantuno anni, capelli ancora abbastanza, anche se le tempie sbiadiscono, volto stanco ma dignitoso. Giacca da centro commerciale, orologio a rate, smartphone come il capo.

Regalo a me stesso, da uno sconosciuto. Ma cosa vorrebbe regalarmi questo misterioso tizio?

Zero idee.

Il giorno dopo in pausa si parlava solo di questo.

Secondo me bisognerebbe annullare tutto sentenziava lavvocato Paolo, scacciando la cenere . Il concetto base della faccenda salta. Un Secret Santa che non è segreto non ha senso.

A me piace ribatte Luisa del marketing . Finalmente mi regalo qualcosa di decente. Non lennesima sciarpa con le renne.

Ma tu te li compri già tutti i tuoi regali osserva qualcuno.

Non proprio. Io su certe cose stringo Luisa sorride . Proprio per questo è divertente.

Marco ascoltava in silenzio. In testa giravano ipotesi: auricolari, power bank, mouse nuovo. Tutto roba che poteva comprare senza Santa, semplicemente uscendo un attimo da Mediaworld. Nessuno di quei oggetti gli sembrava un regalo. Più che altro, un altro gadget da scrivania.

E tu cosa ti regali? indaga Giovanni in ascensore.

Non ne ho la minima idea confessa Marco.

Ma dai! Io mi prenderei la PlayStation. Peccato quei cinquanta euro bastino per una confezione di birra artigianale: ci metto un post-it con scritto da Santa.

E io? pensa Marco tornando al suo posto. Cosa vorrei davvero se qualcuno mi vedesse, non come dipendente, non come debitore, non come papà che non dedica tempo al figlio, ma a chi? Come essere umano?

Non trova neanche la parola.

La sera va al centro commerciale. Luci, vetrine che brillano e Jingle Bells remixato. I negozi offrono il regalo perfetto, kit per lui, prodotti per il professionista moderno. Su ogni manifesto, un uomo impettito in cappotto costoso. Nessuno con occhiaie e debiti.

Nel reparto elettronica, vede le cuffie wireless best seller. Il commesso spiega le differenze a un ragazzo con piumino gonfio.

Ecco, auricolari. Pragmatico. Musica, podcast Cura di me stesso, si convince Marco. La confezione rientra a malapena nel budget, se non prende il top di gamma.

Ma non ha senso! Me le comprerei comunque. Già spendo su quello che ci si aspetta da me alla mia età e posizione: lo smartphone, lorologio, le scarpe decenti, il giubbotto che non strilla saldo. È questo un regalo?

Rimette la scatola e se ne va.

Nel reparto libri è più caldo. Allingresso pareti di bestseller motivazionali: Diventa la tua versione migliore, Come fare tutto e subito, Felicità a tempo determinato. Marco ne prende una, sfoglia, trova i soliti consigli su comfort zone e efficienza e gli cala la tristezza.

Sul fondo, la letteratura vera. Scorre i nomi familiari. Un tempo leggeva molto. All’università divorava romanzi di notte, arrivava alle lezioni esausto. Poi lavoro, poi mutuo, poi il figlio, e leggere è diventato solo un devo.

Forse un libro, pensa. Ma quale? E perché mai uno sconosciuto dovrebbe regalarmelo, se nemmeno io riesco mai a trovare tempo per leggerlo?

Esce senza acquisti, con la testa stordita di pubblicità e musica.

A casa, la moglie lo accoglie:

Che faccia cupa!

Niente, si schernisce togliendosi le scarpe . In ufficio giochiamo al Secret Santa. Regali.

Candeline e tazze, di nuovo?

Stavolta ognuno se lo regala da solo. Il sistema è impazzito.

Grande! lei serve il piatto di pasta . Comprati qualcosa che non vuoi spendere.

Tipo?

Non so Sei tu a conoscerti meglio.

Eccezionale. Il figlio borbotta dal tavolo, le parole chiuse in un libro di storia.

Tu di solito hai delle voglie chiare la moglie lo squadra . Telefono, orologio, qualche zaino nuovo. Sei uno da gadget.

Sì, ma di queste robe mi servo già appena ne ho bisogno dice Marco.

E allora basta cose. Magari unesperienza? Un massaggio? Un giorno off? Una

Un giorno off non serve il certificato Mi basta il capo che non mi scriva la domenica.

Lei sorride.

Dai, fattelo regalare da Santa un capo così.

Sforiamo il budget, scherza lui.

Quella notte Marco si rigira a lungo. Nella mente sfilano immagini di negozi, slogan, desideri giusti: carriera rampante, nuovi traguardi, saldo positivo. Tutto ciò importante, certo ma esterno. Coriandoli da riporre dopo Capodanno.

Che regalo vorrei davvero, se nessuno mi dovesse giudicare? Né colleghi, né moglie, né figli, né genitori, né la banca?

Risposta: nessuna.

A una settimana dal pranzo, lufficio freme. Gli angoli delle scrivanie si adornano di pacchetti. Cè chi nasconde, chi espone. Nel gruppo si discute di dress-code, menù, karaoke. Francesca annuncia: ci sarà un animatore, dj e un momento speciale per il Secret Santa.

Marco ancora a mani vuote.

Che ti fermi a fare? chiede Giovanni . Ti ritrovi i panettoni avanzati.

Ci sto pensando, dice Marco.

Su che pensi? Giovanni si scrolla . Prendi qualcosa di utile! Io ho ordinato il kit per la griglia. Sempre voluto, mai il momento.

Allora di pranzo Marco si infila al bar. Fila verso la cassa, conversazioni su report, traffico, figli. Sullo schermo sopra il bancone passa lo spot: Regalati un attimo di felicità!.

Si siede alla finestra con il vassoio e sfodera il telefono. Digita regalo uomo 40 anni. Appaiono orologi, portafogli, gadget, whisky kit, buoni da barbiere.

Tutti regali per apparire pensa. Ma niente che tocchi il modo in cui vivo me stesso.

Il browser rimane aperto. Nella casella accanto, email da ogni dove: Non accedete da tempo al nostro sito, Codice sconto per te, Riparti alla grande con un nuovo te.

Ma ecco una newsletter incastrata, da un portale didattico a cui aveva dato mail anni prima. Aperte iscrizioni per il corso di fotografia. Scadenza venerdì.

Fotografia.

Marco ripesca il vecchio reflex comprato dieci anni fa, pre-figlio e pre-mutuo. Allora girava per Milano la domenica, scattando case, volti, vetrine. Poi la macchina fotografica finì nello scaffale: prima mancava tempo, poi le energie, poi sembrava una cosa inutile.

Ma dai, troppo banale lo canzona il critico interno . Luomo di quarantanni che sogna di tornare artista! Ridicolo.

Eppure sotto, uno strano imbarazzo si accende. Non voglio cambiare vita. Voglio solo

Non finisce la frase. Il cellulare vibra. Il capo: «Mi servono i dati Q3 entro stasera».

Marco sospira e si rimette al lavoro.

A sera, riapre il ripostiglio e cerca la vecchia borsa. Reflex dentro, pesante, freddo. Carica la batteria col caricatore trovato in un cassetto.

La moglie alza le sopracciglia:

Che succede? Fotografo in azione?

Controllo se funziona ancora.

Quando la batteria si scalda, Marco va in balcone, scatta un paio di foto in cortile. Nulla di che: macchine, finestre, lampioni e un po di neve. Ma il momento nel mirino calma il rumore di fondo. Non sparisce, si ritrae.

Respira meglio.

Forse questo è il regalo? Non la macchina, ma il permesso di stare unora, magari due, a settimana dentro la passione. Senza sentirsi strano.

Pensiero semplice e pure spaventoso. Il solito critico sghignazza: Corso di fotografia, va bene roba che non cambia nulla.

Ma un tono più sommesso ribatte: E perché no? Sprechi soldi su oggetti che poi ti scordi. Almeno stavolta è qualcosa che ti piaceva sul serio.

Torna al computer e riapre la newsletter. Cè il modulo sulla composizione, la luce, il paesaggio urbano. Lezioni serali, online, prezzo in linea con il limite del Secret Santa, se non fa il pacchetto premium.

Regalo a se stesso dallo sconosciuto che ricorda ciò che amava, senza giudicare.

Clicca su paga.

Ora resta la questione formale: confezionare il regalo per Santa.

Nelle regole, il regalo doveva essere fisico, da scartare. Non bastava dire mi sono iscritto al corso. Doveva mettere qualcosa in una scatola.

Compra in cartoleria un quaderno blu scuro e una busta. A casa stampa lemail di conferma iscrizione, la piega con cura. Sulla prima pagina del quaderno scrive: «Per le foto che ancora scattarai». Calligrafia sgangherata ma leggibile.

Poi si mette a pensare al biglietto. Vuole evitare il cliché credi in te stesso, cerca il tono di uno che ti conosce per davvero.

Dopo qualche tentativo resta questo:

«A Marco.
Bisogna ricordarsi ogni tanto che non sei solo report e call. Che puoi vedere il mondo senza filtri Excel. Spero che userai questo tempo.
Il tuo Santa».
Rilegge. Un nodo in gola. Non sono parole da poster motivazionale, ma risuonano molto più vere di quanto si aspetti.

Santa gli è venuto più attento di quanto lui stesso sia con se stesso.

Infila la stampa nella busta, la busta nel quaderno, avvolge tutto nella carta marrone, fiocco rosso sottile.

Il regalo sembra umile. Nessun logo, nessun slogan.

La festa aziendale è nella sala banchetti del business center. Tavoli con tovaglie bianche, ghirlande, DJ che passa classici italiani remixiati. Entrano pian piano: abiti scintillanti, camicie da lavoro (senza badge, almeno), chi con scarpe da trekking, chi col tacco.

I doni vengono accumulati su uno spuntone decorato. Ogni pacco con il nome del destinatario. Marco mette il suo quaderno, sbircia la pila. Sacchetti dai negozi famosi, pacchi giganti, forme strane in carta argentata.

Pronto alla rivelazione interiore? lo stuzzica Francesca passando.

Quanto basta ribatte Marco.

A metà serata, lanimatore annuncia il momento speciale: musica giù, luci basse. Latmosfera è allegra, qualcuno ride forte, altri si azzuffano per il prosecco.

Cari arringa lanimatore questanno il Secret Santa è stato davvero segreto. Talmente segreto che siete i vostri stessi maghi! Ma facciamo finta di niente, vero?

Risate sparse.

Ora, uno alla volta, scartate il vostro pacco e ricordatevi: la sorpresa non è solo il regalo, ma ciò che scoprirete di voi.

Ancora frasi da copertina, pensa Marco.

Quando viene il suo turno, un strano nervosismo gli strozza la gola. Si avvicina al tavolo, riconosce il pacchetto Marco Rossi e lo porta al suo posto.

Dai, niente calzini spero si inclina Giovanni.

Scioglie il fiocco, apre la carta. Taccuino e busta. Sulla busta, il suo nome. Le mani tremano impercettibilmente.

Di sicuro non è un kit barbecue, ironizza Giovanni.

Marco apre la busta, legge la stampa. Attorno si esultano: «Buono spa!», «Gioco da tavolo!». Di sbieco vede la contabile Chiara commuoversi sfogliando Yoga per pigri, e Francesca che ride con la tazza Dipendente dell’Anno.

Marco legge. Poi rilegge. Le parole scritte da sé, adesso sembrano davvero di un altro.

Non sei solo report e call.

Una fitta. Quasi vergogna come se qualcuno lavesse visto in un momento fragile. E insieme, il sollievo di non sentirsi giudicato.

Che coshai lì? insiste Giovanni.

Un corso di fotografia. E un quaderno.

Caspita Giovanni fischia . Qualcuno ci ha messo del suo. Sicuro che non si possa sapere chi è?

No risponde Marco.

Oh, tanto meglio per me Giovanni si butta sul kit per costine. Almeno tu farai le foto alla prossima cena.

Marco chiude il quaderno con cura. Lanimatore gigioneggia dal palco, la gente balla. Il rumore intorno sembra più lontano, dentro è tutto più calmo.

Vede il messaggio della moglie: Comè andata?. Risponde: Tutto ok. Regali folli. Mi sono regalato un corso. Poi cancella lultima riga e sostituisce con: Dopo ti racconto.

Rientra verso mezzanotte. Nel condominio è silenzio, solo una porta sbattuta in alto. La casa lo accoglie con la luce calda e il profumo dei mandarini. La moglie seduta sul tavolo con un libro, il figlio già sotto le coperte.

Allora? domanda lei. Cosa ti hanno dato?

Appoggia il quaderno sul tavolo, accanto mette la busta.

È tutto qui? stupita.

Guarda dentro dice, aprendo la busta.

Lei legge il biglietto, lo guarda negli occhi.

Te lo sei scritto da solo? sussurra comprensiva.

Sì, ammette . E ho pagato il corso, fotografia.

Lei annuisce, né ironica né scherzosa.

Bel regalo, dice. Ti è sempre piaciuto.

Era una vita fa.

Non importa. Il tempo passa, non sempre cancella.

Marco scrolla le spalle. Dentro sente lo slittamento di qualcosa, come mobile che finalmente hai il coraggio di spostare.

Vedremo.

Il primo gennaio si sveglia senza sveglia. Mattina grigia fuori, il piazzale ingombro di macchine e briciole di neve. La testa pesante ma non devastata. Moglie e figlio sono dai suoceri già da ieri, lui seguirà dopo.

Casa stranamente silenziosa. Prepara il caffè, si siede con il quaderno. La prima pagina: «Per le foto che ancora scattarai».

Accende il portatile, trova la mail con il link al corso. La prima lezione è tra una settimana, ma intanto il modulo di introduzione è lì. Clicca: il docente spiega il rapporto tra luce e ombra, non dice autostima né produttività, ma invita a osservare.

Si ritrova ad ascoltare davvero, senza controllare la mail di lavoro. Il telefono è in unaltra stanza, mai tentazione.

Dopo il video, prende la reflex e scende nel cortile. Laria è pungente ma non glaciale. Gente che butta la spazzatura, chi porta a spasso il cane. Sullo scivolo una stella filante solitaria.

Inquadra: rami, fili elettrici, balconi. Niente di che. Ma nel premere il pulsante, ha la sensazione di fare una cosa minuscola ma importante.

Non per il report, non per l’indice, non per la presentazione. Solo per se stesso.

Scatta ancora, poi in casa trasferisce. Alcune foto sono brutte, alcune insipide. Una, però: riflesso della casa sullauto parcheggiata. Gli piace.

Lallarga, osserva. Nel vetro si nota la sua figura con la macchina in mano.

Regalo dallo sconosciuto, pensa. Che poi ero io. E va bene così.

Chiude il programma sorseggiando il solito caffè freddo. Lo attendono lavoro, riunioni e deadline, ma cè il corso che partirà a giorni e lora che proverà a tenere per sé.

Apre il quaderno, scrive: data, breve nota «Cortile, mattina, riflesso sullauto». Poche righe, ma sono sue.

Poi posa la penna. E per la prima volta, dopo tanto tempo, il futuro non è solo pagamenti e rendiconti. Si apre uno spazio minuscolo tutto suo, dove guardare e scegliere cosa desidera.

Poco. Ma basta per respirare.

Si versa ancora caffè, riapre il calendario del corso. In fondo cè lo spazio note. Scrive: «Non saltare per lavoro». Sogghigna: tanto la realtà sinventerà altro. Per ora, almeno, ha il diritto di provarci.

E sì, anche questo è un regalo.

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Un regalo da uno sconosciuto Il messaggio nella chat aziendale spuntò tra fogli Excel e mail urgenti come una decorazione natalizia in mezzo ai faldoni: «Colleghi, parte Secret Santa! Scambio anonimo di regali in ufficio. Budget massimo: 20 euro. Link al modulo in basso». Arturo rilesse il testo e controllò automaticamente l’orologio nell’angolo dello schermo. Mancavano dieci giorni lavorativi a fine anno, due settimane al risultato trimestrale, tre giorni alla rata del mutuo. Da mesi misurava tutto in scadenze. Le reazioni in chat fioccavano già: gif di renne, commenti sarcastici, domande sul budget. La responsabile HR, Katia, aggiunse subito: «Non è obbligatorio partecipare, ma è molto consigliato. Creiamo la magia del Natale!». Arturo finì il caffè ormai freddo e cliccò sul link. Il modulo chiedeva nome, settore, consenso ai dati. In fondo lampeggiava “Partecipa”. Esitò un attimo, immaginando una nuova tazzina inutile sul suo già affollato tavolo. Poi pensò al suo nome senza regalo nella lista. Premette. — Anche tu ti sei buttato nella lotteria? — chiese Sandro dell’ufficio accanto, sporgendosi dalla sua scrivania. — Spero mi capiti qualcuno ironico. Ho già in mente il regalo: un libro su come gestire il tempo al capo! — È anonimo, però… — ricordò Arturo. — Proprio per questo è più divertente. Immagina la sua faccia quando scopre il dono… — Sandro fece una smorfia comica e ridacchiò. Arturo, educato, sorrise e tornò al report. Dopo un po’, i numeri si confondevano. Da qualche parte organizzavano set regalo per i partner, tra chi proponeva cioccolatini costosi e chi voleva risparmiare. Al bar la mattina si discuteva della tredicesima: ci sarà? La taglieranno? “In natura” sottoforma di pacchi regalo? Tutto scorreva come un sottofondo natalizio: l’albero finto della reception, le palline plasticose, i biglietti neutri “Stimati partner, auguri…”. Arturo aveva due obiettivi per quell’anno: raggiungere il bonus a fine trimestre, e non perdere la pazienza con il figlio per i voti. Entrambi sembravano difficili uguale. La sera ricevette una mail: “Il tuo Secret Santa”. La aprì in metro, pressato da giacconi e zaini. «Ciao Arturo! Il tuo destinatario: Arturo De Rosa, settore analisi». Rilesse. E ancora. Il convoglio sobbalzò, qualcuno gli sfiorò la spalla. In chat fioccavano screenshot: «È un bug?» «Anche io ho estratto me stesso!» «Nuovo livello di auto-analisi». Katia rispose: «Sì, è saltato tutto. Non facciamo in tempo a cambiare, l’IT dice che è tutto legato agli ID. Prendiamolo come un esperimento. I regali si portano comunque, si finge tutto. L’importante è tenere viva la magia». «Che magia, se so già sono io?» scrisse uno. «Immagina che sia uno sconosciuto che ti capisce davvero», rispose Katia col’emoji dell’albero. Arturo chiuse la chat e infilò il cellulare in tasca. In metro, qualcuno parlava a voce alta di budget di fine anno. Si guardò nel vetro scuro: quarantuno anni. I capelli reggono ma alle tempie già qualche filo grigio. Il viso stanco, non vecchio. Giacca da centro commerciale, orologio in finanziamento, smartphone come quello del direttore. Un regalo a se stessi, come da uno sconosciuto, pensò. Cosa potrebbe regalarmi questa persona? Non aveva risposta. Il giorno dopo, al bar, si discusse solo di quello. — Dovrebbero annullare tutto, — sbuffò Paolo, il legale, spegnendo la sigaretta. — Manca lo spirito. Il Babbo Natale segreto deve davvero essere segreto. — A me piace, — ribatté Anna del marketing. — Finalmente posso regalarmi qualcosa di decente. Basta sciarpe coi cervi. — Ma te le compri già da sola, — osservò qualcuno. — Non proprio. Ci sono cose che non mi concedo mai, — Anna sorrise. — E questa è la parte interessante. Arturo ascoltava in silenzio. In testa giravano le solite idee: cuffie, powerbank, nuovo mouse. Tutte cose che avrebbe potuto comprare senza giochi, tornando a casa dal lavoro. Ma tutto sembrava più un accessorio che un regalo. — Tu cosa ti regali? — chiese Sandro in ascensore. — Non so, — ammise Arturo. — Io mi prenderei la PlayStation. Ma il budget non basta, — Sandro rise. — Prenderò birra artigianale e scriverò “da Santa”. E io? — pensava Arturo rientrando in ufficio. — Cosa vorrei se qualcuno mi vedesse davvero? Non il collega, né il pagatore del mutuo, né il padre “che non passa abbastanza tempo col figlio”. Ma… chi? Un uomo? Non trovava la parola. La sera entrò in un centro commerciale. Tutto illuminato, musica, offerte “regalo perfetto”, “set per lui”, “per uomini di successo”. In ogni poster un uomo in cappotto costoso e sguardo sicuro. Nessuno aveva occhiaie e debiti. Entrò nel negozio di elettronica. Sullo stand le cuffie “best seller”. Un commesso spiegava a un ragazzo le differenze tra modelli. Ecco, cuffie. Pratico. Musica, podcast. “Mi prendo cura di me”, rifletteva Arturo. Prese la scatola, la girò. Il prezzo rientrava nel budget. Ma è un acquisto come tutti gli altri. Che senso ha? Compro sempre ciò che “deve avere” uno come me: telefono, orologio, scarpe decenti, giacca non da saldo. È davvero un regalo? Rimise la scatola e uscì. Il libreria faceva più caldo. All’ingresso pile di libri motivazionali: “Diventa la versione migliore di te”, “Fai tutto e meglio”, “Felicità pianificata”. Arturo ne prese uno, lo sfogliò, trovò le solite frasi su “zona di comfort” e “efficienza” e si sentì più stanco. Nel fondo c’era lo scaffale dei romanzi. Passò il dito tra i libri, riconoscendo qualche autore. Da studente divorava romanzi in una notte e alle lezioni ci arrivava con occhi rossi. Poi lavoro, mutuo, bambino, e la lettura era diventata “da fare”. Forse un libro? Ma quale? E poi, chi vorrebbe regalarmi un romanzo sapendo che non trovo mai il tempo di leggere? Uscì a mani vuote. In testa, solo pubblicità e musica di sottofondo. A casa, la moglie chiese: — Sei cupo? — No, tutto bene, — rispose togliendosi le scarpe. — Gioco in ufficio. Regali. — Ancora candele e tazze? — ironizzò lei. — Stavolta ognuno si regala da solo. La piattaforma si è incasinata. — Beh, è fantastico, — mise la pasta sul tavolo. — Prenditi qualcosa che non ti concedi mai. — Tipo? — Non so. Lo sai tu meglio. Tacque. Il figlio sfogliava il libro di scuola, fingeva di studiare. — Di solito vuoi qualcosa di specifico: telefono, orologio, zaino. Sei uno che ama queste cose. — Però le compro quando servono, — disse. — Non per sfizio. — Allora magari non un oggetto, — suggerì lei. — Un buono. Un massaggio. Una giornata libera. Qualcosa… — Per la giornata libera serve il capo che non scriva di domenica, — la interruppe. Lei sorrise. — Allora chiedi a Babbo Natale un capo così. — Non bastano venti euro, — scherzò. Quella notte faticò a dormire. In testa i negozi, gli slogan dei poster, le altrui speranze: “carriera”, “successo”, “prosperità”. Importanti, ma come decorazioni che togli a gennaio. Cosa vorrei davvero, senza giudizi? Né colleghi, né moglie, né figlio, né genitori, né banche? Ancora nessuna risposta. A una settimana dal party l’ufficio era frenetico. Prime buste regalo spuntavano sulle scrivanie. Qualcuno le nascondeva nei cassetti, qualcuno in bella mostra. In chat discussione su dress-code, menu, giochi. Katia scrisse che ci sarebbe un presentatore, dj e “il momento Secret Santa”. Arturo ancora senza regalo. — Che aspetti? — chiese Sandro. — Poi rimangono solo avanzi. — Ci sto pensando, — replicò Arturo. — Su, prenditi qualcosa di utile. Io mi sono regalato un kit per griglia. Sempre voluto, mai trovato tempo. Così me lo prendo. A pranzo al bar del piano terra, tra code, chiacchiere su figli, traffico e “Regala alle feste” sugli schermi. Seduto, controllò il cellulare. Aprì un sito. “Regalo per uomo quarantenne”. Gli apparve: orologi, portafogli, gadget, alcolici, barcode per barbiere. Sempre e solo come dovrei apparire, pensò. Mai come mi sento. Chiuse la finestra. Aprì la casella personale. Offer, sconti, “inizia l’anno con una nuova versione di te”. Tra le mail, una da un portale di corsi online: “Nuovo corso di fotografia. Iscriviti entro domenica”. Fotografia. Ricordò la vecchia reflex comprata dieci anni prima, quando ancora non aveva figlio e il mutuo era solo una prospettiva. Allora, nei weekend, scattava per la città: strade, vetrine, gente. Poi la macchina foto finì in armadio: prima niente tempo, poi energie, poi sembrava una sciocchezza. Ma dai, banale, ribatté la voce interiore. Quarantenne che riscopre vecchia passione. Se si mette a fare l’artista, fa ridere. Allontanò il vassoio. Dentro sentiva disagio: come quando ci si scopre vulnerabili. Non voglio cambiare vita. Solo… Non concluse. Il telefono vibrò. Il capo: «Cifre del trimestre, per stasera». Arturo sospirò e tornò in ufficio. La sera cercò la vecchia macchina fotografica in corridoio. Pesante, fredda. L’accese, batteria morta. Nel cassetto una carica. La moglie lo guardò stupita: — Fotograferai di nuovo? — Volevo vedere se funziona, — rispose. Appena la batteria si ricaricò, uscì sul balcone e fece qualche foto al cortile. Nulla di che: auto, finestre, neve, lampioni. Ma guardando nel mirino il rumore mentale si affievoliva. Non spariva, ma si calmava. Si rese conto di respirare più lento. Forse è questo il regalo? — pensò. — Non l’oggetto, ma il permesso di dedicarmi a questa cosa. Un’ora a settimana. Senza sentirmi sciocco. La cosa lo intimidiva quasi, subito la voce critica tentava di ridurre tutto a cliché. Ma un pensiero più delicato diceva: E perché no? Spendi per oggetti che dimenticherai. Qui, invece, forse qualcosa che ti piace davvero. Tornò al computer e riaprì la mail sul corso di foto. Moduli su composizione, luce, paesaggi urbani. Lezioni serali, due volte a settimana, online. Prezzo ok col budget. Un regalo da uno sconosciuto – pensò. – Uno che ricorda ciò che mi piaceva e non lo considera stupido. Cliccò “Compra”. Restava la “confezione”: alla festa, il dono deve essere fisico. Non basta dire “Mi sono iscritto”. Serve qualcosa da mettere in una scatola. Comprò una semplice agenda blu, senza disegni, e una busta. Stampò la conferma del corso, la mise in busta. Sulla prima pagina dell’agenda scrisse: “Per le fotografie che farai ancora”. Grafia incerta ma leggibile. Poi studiò una nota da affiancare: voleva che suonasse come parole di chi sa davvero come vive, non di un poster motivazionale. Dopo vari tentativi, ecco il testo: «Ad Arturo. Un promemoria: non sei solo report e call. Regalati un po’ di tempo per guardare il mondo diversamente. Spero ne farai buon uso. Il tuo Babbo Natale». Rilesse. Una stretta al petto. Non enfasi, ma bisogno. “Babbo Natale” era più premuroso di come lui si trattava di solito. Ripose tutto: conferma corso nella busta, busta nell’agenda, agenda incartata in carta marrone e chiusa con nastro rosso. Il regalo era umile. Ma senza marchi, né slogan. La festa era nella sala del piano terra: tovaglie bianche, luci, dj con hit pop. Colleghi arrivavano: abiti eleganti, camicie da lavoro, senza badge. I regali su un tavolo a parte, con nomi. Arturo appoggiò il suo, osservò gli altri: sacche con logo, scatole colorate, strane forme incartate. — Pronto a rivelarti a te stesso? — gli strizzò l’occhio Katia. — Finché si può, — rispose. A metà serata il presentatore annunciò: “Ora il momento speciale”. Musica abbassata, luci soffuse. Tutti ormai rilassati. — Amici, questo Secret Santa è davvero… segreto. Ognuno mago di se stesso. Ma, per gioco, facciamo finta di nulla. Risatine in sala. — Ora uno alla volta: si prende il regalo col proprio nome e si apre qui. Ricordate: conta ciò che scoprirete su voi stessi. Ancora un motivatore, pensò Arturo, stanco. Quando toccò a lui, si accorse che era emozionato. Prese il pacchetto “Arturo De Rosa” e tornò al tavolo. — Dai, vediamo! — suggerì Sandro. — Speriamo non siano calzini! Arturo sciolse il nastro: agenda e busta. Sulla busta, il suo nome. Le mani tremavano leggermente. — Non è una griglia, almeno, — Sandro osservò. Arturo aprì, sistemò il foglio. C’era chi gridava: “Mi hanno regalato un buono SPA”, chi mostrava un gioco da tavolo. La contabile Svetlana nascondeva gli occhi dietro un libro di yoga, Katia rideva sulla tazza “Migliore Collega”. Arturo lesse la nota. E ancora. Le parole, scritte da sé, ora sembravano davvero di un altro. Non sei solo report e call. Qualcosa dentro si smosse. Un lieve imbarazzo, come se lo avessero colto di sorpresa. E insieme sollievo: chiunque fosse, non giudicava. — Cos’hai ricevuto? — insisteva Sandro. — Un corso di fotografia. E un’agenda. — Bel pensiero, — fischiò Sandro. — Qualcuno si è impegnato. Sarà uno creativo, chissà. Ma non si deve cercare, vero? — No, — disse Arturo. — Bene, — Sandro già pensava alla sua griglia. — Così la prossima festa farai tu le foto. Tornerà utile. Arturo chiuse l’agenda. Lo speaker scherzava, la gente ballava. Tutto rumoroso intorno, ma dentro c’era calma. Sul cellulare della moglie, attendeva il messaggio: “Com’è andata?”. Arturo scisse: “Normale. Regali buffi. Mi sono preso un corso” — e poi cancellò, sostituendo con: “Spiego dopo”. A casa rientrò quasi a mezzanotte. Il palazzo silenzioso, solo una porta che sbatte. La cucina illuminata, odore di mandarini. La moglie leggeva, il figlio già a letto. — Che regalo hai avuto? Appoggiò agenda e busta. — Tutto qui? — Dentro c’è altro, — aprì la busta. Leggendo il foglietto, lei gli chiese piano: — L’hai scritto tu? — Sì, e ho pagato il corso. Di fotografia. Lei annuì, senza ridere, né ironizzare. — Un bel regalo, — disse. — Ti piaceva. — Era tanto tempo fa. — E allora? “Tanto tempo fa” non vuol dire “finito”. Lui scrollò le spalle, ma dentro qualcosa si era mosso: come un mobile riscoperto. — Vedremo, — disse. Il primo gennaio si svegliò senza sveglia. Fuori, mattina grigia, auto nel cortile, un po’ di neve residua. La testa pesante, non dolorante. Moglie e figlio dai suoceri, lui li avrebbe raggiunti dopo. Silenzio in casa. Caffè, seduto al tavolo. Agenda aperta, sulla prima pagina: “Per le foto che farai ancora”. Accese il portatile, cercò la mail del corso. Primo modulo introduttivo disponibile. Audio tranquillo, niente “efficienza”, solo attenzione a luci e ombre. Per una volta non controllò le mail di lavoro. Telefono in camera, nemmeno voglia di prenderlo. Finito l’intro, prese la reflex e uscì. Il freddo era pungente, non gelido. Gente col cane, altri buttavano le immondizie delle feste. Sul parco giochi, una sola stella filante. Alzò la macchina e guardò nel mirino: rami, fili, balconi. Nulla di speciale. Ma scattando, sentì di fare qualcosa di minimo ma importante. Non per report, non per KPI, non per slide. Solo per sé. Scattò ancora, tornò a casa, trasferì le foto. Quasi tutte insignificanti. Ma una, dove nel vetro dell’auto si rifletteva il palazzo accanto, lo colpì. La ingrandì. Nel riflesso, la sua sagoma, macchina in mano. Un regalo da uno sconosciuto, pensò. Che sono io. Ed è giusto così. Chiuse il programma, finì il caffè. Le email, le urgenze, il lavoro lo aspettavano. Ma aveva anche il suo corso, e quell’ora da dedicare solo a sé. Aprì l’agenda, scrisse la data. Poi: “Cortile, mattina, riflesso sul vetro”. Una riga modesta. Ma era davvero sua. E dopo molto tempo, pensò al futuro non solo in rate e report. Nello spazio piccolo che si era aperto, poteva finalmente guardare avanti e scegliere cosa volere. Era poco. Ma basta per respirare. Si versò altro caffè e aprì il programma del corso. Alla fine, uno spazio per appunti. Scrisse: “Non cancellare per lavoro”. Sorrise: la vita avrebbe trovato il modo di cambiare tutto. Ma ora almeno aveva diritto di provarci. E anche questo era un regalo.
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