Quando a Lucia si sono rotte le acque, Vittorio era in viaggio per lavoro: dopo pochi giorni, senza neppure passare da casa, corse subito all’ospedale, dove però gli dissero che la moglie aveva lasciato una rinuncia scritta per i gemellini appena nati. Disse che nemmeno dei due figli più grandi le importava, figuriamoci di altri due, e se n’era andata. Vittorio, anche se non era certo che fossero suoi, si infuriò: “Lucia stavolta ha davvero passato il segno!” Tornato a casa, non trovò più la moglie; si era portata via tutto, lasciando i gemelli di tre anni, Antonio e Andrea, alla nonna di Vittorio e sparendo. Con solo la nonna Vera ancora in vita e troppo anziana per occuparsi dei bambini, Vittorio si vergognava all’idea di mandarli in orfanotrofio. Seguendo il consiglio di un amico, decise di affidarsi a una vicina: così bussò alla porta di Martina, una ragazza di 19 anni educata come maestra d’asilo, che, dopo vari tentennamenti, accettò di prendersi cura dei quattro fratellini. Da lì iniziò una difficile ma dolcissima avventura tra pannolini, favole della buonanotte, e una nuova famiglia che nacque quasi per caso. Ma non tutto fu facile: Vittorio, autotrasportatore assente e poco presente, finì presto per tradire Martina, lasciandola sola con i bambini, che però lei ormai sentiva suoi. Dopo anni di sacrifici, orgoglio e coraggio, Martina riuscì a crescere quei quattro ragazzi con amore e dedizione, diventando per loro la vera mamma, quella più amata e speciale del mondo.

Quando Giulia cominciò ad avere le prime doglie, io, Michele, ero ancora in viaggio per lavoro.

Dopo qualche giorno, senza neanche passare da casa, mi precipitai subito allospedale, ma lì mi dissero che mia moglie aveva lasciato una dichiarazione aveva rinunciato ai nostri gemelli appena nati, due maschietti. Aveva anche detto che non voleva nemmeno i figli più grandi, figuriamoci altri due, e poi era sparita. Rimasi attonito e arrabbiato, anche se dentro di me cera il dubbio erano davvero miei quei bambini? Ma la rabbia prese il sopravvento: Giulia aveva superato ogni limite!

Tornato di corsa a casa, già non la trovai più. Aveva impacchettato tutto, aveva lasciato i gemelli più grandi, Matteo e Andrea, tre anni appena, a mia nonna Lidia e se nera andata. Non sapevo davvero cosa fare mio unico parente rimasto era la nonna Lidia, e anche lei era anziana. E mandare i figli in orfanotrofio mi sarebbe sembrata una vergogna. Così ascoltai il consiglio dellamico del mio vicino: assumere qualcuno che si occupasse dei bambini. Facevo lautotrasportatore, lavoravo con il mio camion, guadagnavo bene, potevo permettermi una tata.

Una mattina bussai dunque alla porta accanto. Martina, ragazza di diciannove anni, timida e riservata, aveva sempre lavorato come assistente allasilo, ma mai a tempo pieno in una casa con quattro bambini. Ci pensò a lungo, ma alla fine la convinsi. Si licenziò e venne a vivere da me, visto che cera bisogno di una presenza costante. Quando tornammo insieme dallospedale con i due neonati, lei si trasferì definitivamente. Io come padre non ero proprio portato: non sapevo nemmeno cambiare un pannolino o fare un bagnetto, e nemmeno mi impegnavo troppo, a dire il vero. Faccio il camionista, non leducatore, mi giustificavo.

Martina era davvero in gamba, anche se per lei non fu affatto facile: due neonati, Davide e Daniele, e due bambini di tre anni da tenere docchio senza sosta. Fortuna che i più piccoli erano tranquilli, mangiavano il latte e poi dormivano sereni nelle culle. Martina trovava il tempo per leggere manuali su come crescere bene i bambini, imparava a fare massaggi e piccoli esercizi di sviluppo. La nostra infermiera di famiglia, Patrizia, spesso passava a darle consigli utili.

Allinizio Martina temeva di non farcela, voleva quasi mollare, ma col tempo si affezionò moltissimo ai bambini, come fossero suoi. Io nei rari periodi in cui non lavoravo restavo poco a casa, ma in quei giorni eravamo una vera famiglia io, lei e i quattro maschiacci: i due più grandi vivaci e allegri, i due piccolini paffuti e tranquilli. Stavamo bene, insieme ci sentivamo finalmente una casa; si parlava di tutto, si decideva cosa comprare per i ragazzi, ci si sdraiava in salotto a giocare tutti insieme, si rideva e si scherzava. Un giorno ci ritrovammo a dormire abbracciati nello stesso letto.

Dopo una settimana, andammo a firmare i documenti in Comune: io avevo già divorziato, tolto la patria potestà a Giulia. Martina non ascoltava chi la criticava né genitori né amiche, che dicevano che non ero luomo per lei, che la sfruttavo e non lamavo veramente. Dicevano che nemmeno con Giulia avevo costruito una famiglia ideale, e con Martina sarebbe andata peggio. Ma lei amava troppo quei bambini e, in fondo, anche me sentiva che ero sincero, che avrei apprezzato e amato una donna così. E poi: ormai, da quei quattro figli non avrebbe mai potuto separarsi.

Organizzammo una cerimonia semplice, solo tra familiari, senza abito bianco né velo. A me non interessavano le formalità, Martina non insistette. Non era quello il senso duna buona vita assieme.

Ma vivere bene si rivelò più difficile del previsto. Non fui affatto il marito modello: smisi quasi subito di dare una mano né coi bambini né a casa; dicevo che dopo tanti viaggi avevo bisogno soltanto di rilassarmi, magari con un bicchiere in più. Cominciai a tornare sempre meno, i soldi erano risicati e perfino per i pannolini Martina doveva chiedere. Se provava a lamentarsi, le rispondevo seccamente: “Se non ti sta bene, te ne puoi andare!” Ma lei non riusciva proprio a lasciare quei bambini, la sua vita ormai erano loro.

Così passarono due anni. Una sera rientrai da un viaggio, cenai e chiamai Martina:

Meglio essere chiari: ho unaltra donna, in un paese qui vicino. La vedo spesso, più che te, e presto nascerà un figlio. Ho deciso di sposarla. Vorrei il divorzio, mi dispiace.

Martina rimase impietrita da quelle parole fredde. E i bambini? E lei?

Non ti lascio i bambini! sussurrò.

Fai pure. Io avró il mio, ora risposi stancamente.

Il tuo? E questi chi sono, allora? replicò lei, sconvolta.

Basta con le prediche, tu li tieni volentieri A me basta divorziare.

Va bene, ma solo se mi permetti di adottare i bambini ufficialmente. E che tu non svelerai mai loro che non sono nata come loro madre.

Ma anche tu prometti intervenni che non parlerai mai male di me con i ragazzi. Un padre si rispetta.

Divorzio rapido, senza clamore. Agli altri e ai bambini Martina raccontò che il papà era andato a lavorare lontano, a costruire grandi case per i poveri allestero, e che sarebbe tornato chissà quando. Vendemmo la vecchia casa, ne comprammo una nuova in unaltra zona. A me non importava. Martina voleva solo che nessuno sapesse che i ragazzi non erano suoi figli naturali.

Aveva fatto, dopo le superiori, anche dei corsi da parrucchiera, così in quellambiente riuscì a guadagnare piano piano sempre di più, iniziando dai vicini fino a diventare richiesta in tutta la zona. Aveva mani doro e il cuore grande: la gente si affezionava a lei. Guadagnava a sufficienza per tirare avanti tutti insieme. Da me non pretese mai nulla.

“Mamma, papà tornerà presto dallestero? Verrà con noi a scuola il primo giorno?” chiedevano Matteo e Andrea mentre preparavano le cartelle insieme, dividendo matite e penne.

Non stavano nella pelle: non vedevano lora di mostrare alla maestra quanto già sapevano leggere e disegnare. Martina mise via le cartelle per non farle smontare dai più piccoli, Davide e Daniele, e rispose:

No, cari miei, papà deve finire ancora tante case, lì lontano.

Io non mi feci più vedere né sentire, e Martina non volle mai sapere più nulla di me. Aveva i suoi bambini, ed era felice così. Insegnava loro a leggere, a cantare, giocavano a calcio, si bagnavano ogni mattina con acqua gelida. La sera bevevano tutti insieme il tè, inventavano storie e fiabe divertenti che Martina appuntava su un quadernone grosso. Immaginava un giorno i figli grandi che le avrebbero lette ai loro bambini, ridendo insieme e ricordando quei momenti felici.

“Ivan lo scudiero e il Lupo Grigio raccolsero farina dal mulino, fecero una torta; Ivan salì a cavallo e portò la torta alla principessa La principessa ne mangiò un pezzo e si trasformò in un cagnolino! Poi andò a fare il circo, e il mago la riportò normale!”

Gli anni passarono. I figli crebbero, i più grandi si sposarono, regalarono a Martina due nipotini. I più piccoli studiavano alluniversità. La domenica tutta la famiglia si riuniva: si cucinava qualcosa di buono, a volte si leggeva la “Raccolta delle Favole della Mamma”, e si rideva come bambini.

Quel giorno fatale era anche il compleanno dei gemelli più piccoli, Davide e Daniele. Era una giornata calda di fine estate: misero un tavolo grande in cortile, le nuore cucinavano, noi uomini facevamo la grigliata. Caterina e Gaia, le ragazze dei ragazzi più piccoli, sistemavano la tavola. Martina, appoggiata allo stipite della porta, sorrideva e pensava a quanto fosse fortunata.

Talmente assorta che non notò subito luomo anziano che entrava dal cancello. Maglietta stropicciata, vecchi pantaloni da ginnastica penzolanti e scarpe da tennis rotte, senza calze. Attraversò il cortile guardandosi intorno come fosse sempre stato il padrone e gridò:

E nessuno che venga a salutare il papà?

Rimasero tutti fermi, Martina trattenne il respiro, riconoscendo a fatica lex marito Michele. Lui, barcollando, cercò di abbracciare prima Davide poi Daniele, ma i ragazzi si ritrassero, infastiditi dallodore acre di alcool e tabacco.

Martina, dì ai figli chi sono! Il padre si rispetta! Ricordati la nostra promessa!

Martina, paralizzata dal terrore, non sapeva cosa spiegare ai figli: che il loro papà, il costruttore di città per i poveri, era solo un vecchio ubriacone che li aveva abbandonati?

Tutti zitti, guardavano ora me ora la loro madre. Alla fine Andrea sbottò:

Quindi bisogna rispettare il padre, eh? Ma doveri tutto questo tempo, papà? O credi che non abbiamo capito niente? È la mamma che dobbiamo rispettare! Lei sola ci ha cresciuti, ci ha fatto da famiglia e ci ha insegnato tutto.

La vostra mamma? Non è nemmeno vostra madre, è solo una balia! replicai, amaramente.

Martina abbassò lo sguardo, entrò in casa e raggiunse la stanza dove i suoi nipotini dormivano. Si sedette sul letto e si coprì il volto con le mani. Il suo mondo le sembrava finito. Pianse in silenzio.

Appena dopo sentì la porta aprirsi piano piano. Sollevò il viso bagnato dalle lacrime e vide i suoi figli, ormai uomini cresciuti. Tutti e quattro abbracciati, con il sorriso sulle labbra. In mano Andrea stringeva la “Raccolta delle Favole”. La diede a Martina: nellultima pagina compariva una scritta a lettere grandi:

“E vissero tutti insieme, a lungo e felici, perché con loro cera la loro mamma, la più amata, la più speciale del mondo!”

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Quando a Lucia si sono rotte le acque, Vittorio era in viaggio per lavoro: dopo pochi giorni, senza neppure passare da casa, corse subito all’ospedale, dove però gli dissero che la moglie aveva lasciato una rinuncia scritta per i gemellini appena nati. Disse che nemmeno dei due figli più grandi le importava, figuriamoci di altri due, e se n’era andata. Vittorio, anche se non era certo che fossero suoi, si infuriò: “Lucia stavolta ha davvero passato il segno!” Tornato a casa, non trovò più la moglie; si era portata via tutto, lasciando i gemelli di tre anni, Antonio e Andrea, alla nonna di Vittorio e sparendo. Con solo la nonna Vera ancora in vita e troppo anziana per occuparsi dei bambini, Vittorio si vergognava all’idea di mandarli in orfanotrofio. Seguendo il consiglio di un amico, decise di affidarsi a una vicina: così bussò alla porta di Martina, una ragazza di 19 anni educata come maestra d’asilo, che, dopo vari tentennamenti, accettò di prendersi cura dei quattro fratellini. Da lì iniziò una difficile ma dolcissima avventura tra pannolini, favole della buonanotte, e una nuova famiglia che nacque quasi per caso. Ma non tutto fu facile: Vittorio, autotrasportatore assente e poco presente, finì presto per tradire Martina, lasciandola sola con i bambini, che però lei ormai sentiva suoi. Dopo anni di sacrifici, orgoglio e coraggio, Martina riuscì a crescere quei quattro ragazzi con amore e dedizione, diventando per loro la vera mamma, quella più amata e speciale del mondo.
La mia famiglia la costruirò su principi diversi