Che neanche il fantasma di un gatto si veda qui dentro, o liberate la casa! urlava la padrona di casa.
La stanza che aveva affittato Assunta era piccola, eppure la luce vi danzava come aria di mare tra le persiane socchiuse. I mobili odoravano di passato, robusti come alberi vecchi. La padrona di casa Signora Alberta Ferri laveva accolta con occhi stretti, avvertendola subito:
Io sono una donna di principi. Ordine. Pulizia. Silenzio. Se qualcosa non va, me lo dica subito, qui non si accumula niente.
Assunta aveva annuito. Voleva solo dormire in pace, senza urla da dietro i muri e senza litigi di vicini sbronzi come le sue notti nella periferia di Napoli, dove la tranquillità era solo un sogno balordo. Qui, invece, quel silenzio era come stare in cielo sopra Positano.
Prese casa. Si adattarono. Alberta Ferri non era maligna, solo chiusa a doppia mandata, come la porta della dispensa. Portava negli occhi una stanchezza secca, come chi si è preso troppo sul groppone da vivere.
Assunta cercava di diventare invisibile. Cucinava allalba, quando Alberta ancora navigava nei sogni. Si muoveva a passi di piuma, il televisore muto come una bocca chiusa. Viveva come un fantasma sul battiscopa.
Poi arrivò Zita.
La gatta era venuta da sola, o forse dal vento. Grigia e magra, occhi verdi come basilico fresco, si appostava davanti al portone e miagolava con quel tono disperato che fa tremare persino i sassi: «Prendimi, ti prego, prendimi».
Assunta non poté resistere.
La portò su, la riempi di pappa e acqua, le fece un giaciglio con un vecchio asciugamano in una scatola. Zita si raggomitolò, prese a fare le fusa; e nel petto di Assunta si sciolse qualcosa che pareva ghiaccio da mesi.
Zitina mia bella.
Nascondere la gatta? Facile. Alberta non entrava quasi mai in camera sua. E poi Zita era una piuma, non graffiava, non correva per il corridoio, faceva solo le fusa e dormiva al sole della finestra.
Ma una sera, un urlo squarciò la quiete:
Assunta Mancini!
La voce di Alberta gelava come il vento sulle Apuane. Assunta uscì tremando. Alberta era alla porta, la faccia rossa, in mano ciuffi di pelo grigio.
Ma cosè questo?! Chi avete in stanza?!
Signora Alberta, io
Una gatta?!?!
La padrona urlava come davanti a una vipera, o peggio, a un topo enorme. Il viso paonazzo, le mani che ballavano di rabbia.
Le odio! Sporcano! Lasciate peli ovunque! E quellodore mamma mia!
Ma è pulita, non da fastidio
Che non ne resti nemmeno il fantasma, oppure lasci subito lappartamento!
Alberta sbatté la porta, lasciando nellaria una scia di rabbia.
Assunta crollò sul divano, le mani tremanti. Zita venne a strofinarsi sulle sue gambe, miagolando piano.
E adesso, piccolina, dove andiamo? sussurrò tra le lacrime che scendevano senza sosta.
Ricominciamo tutto da capo ancora? Bisogna cercare, impacchettare tutto, andare altrove?
Ma Assunta non ce la faceva.
Così decise: finché non la cacciavano per forza, restava. La gatta lavrebbe nascosta meglio.
Nei giorni seguenti tutto sembrò una strana partita a nascondino. Nel sogno, Assunta nascondeva Zita nel mobile dell’armadio ogni volta che sentiva i passi di Alberta. Le dava da mangiare solo allalba o dopo cena, quando la padrona usciva a far la spesa. La lettiera era ben celata dietro una valigia che nessuno toccava da vent’anni.
Pareva che Zita capisse. Non miagolava mai, restava ferma a guardare il mondo fuori dalla finestra con occhi tristi. A volte Assunta pensava che persino il suo respiro fosse più lieve.
Sei una campionessa, sussurrava accarezzando il suo dorso caldo. Tieni duro ancora un po. Andrà tutto bene.
Ma non andava proprio bene, per niente.
Alberta girava per casa come un interrogatorio muto, il volto accigliato come se fosse stata tradita dal destino. Ispezionava gli angoli, annusava laria. Una sera rimase muta davanti alla porta di Assunta, con lorecchio attaccato al legno. Dentro, Assunta stringeva Zita, il cuore come un tamburo.
Madre mia, che non senta nulla.
Alberta rimase ancora un po, poi rientrò. Ma la casa era gonfia di tensione.
A cena, silenzio di chiesa. Alberta sorbiva la minestra senza vedere nessuno, poi improvvisamente:
Pensate forse che io sia stupida?
Assunta quasi si strozzò con il tè.
Ho capito tutto! Voi la gatta non lavete cacciata lavete nascosta da qualche parte! Credete che non senta nulla?
Signora Alberta
Basta! si alzò bruscamente. Niente bugie. E quando arriva mio nipote, non voglio il minimo segno della bestia!
Se ne andò, lasciando Assunta come un foglio bianco.
Il nipote?
Il giorno dopo Alberta raccontò di lui. Parole secche, ma nella voce vibrava qualcosa di nuovo ansia, paura?
Matteo arriva per le vacanze. Dodici anni. I suoi genitori lavorano sempre. E così lo mandano da me a Firenze. Arriva venerdì.
Ma è una gioia! tentò Assunta con un filo dottimismo. Sarà contenta di rivederlo!
Alberta fece una smorfia amara.
Già, contenta Ma sembra un estraneo. Sta solo col telefonino. Non parla nemmeno con me. Arriva, si chiude in camera e se ne va. Sempre così.
Un dolore profondo attraversò la voce della padrona.
Ma è suo nipote! tentò Assunta.
Sì, sì, fece Alberta. Lui vuole solo il Wi-Fi. Ti ho detto tutto.
Poi, più bassa:
E niente gatte in giro, hai capito?
Assunta annuì. Ma dove lavrebbe nascosta per una settimana?
Arrivò venerdì come una raffica di vento di tramontana.
Matteo arrivò sul tardi, alto, secco, con le cuffie alle orecchie e la faccia ombrosa. Salutò per obbligo, chiuse la porta e sparì in camera.
Alberta trafficava, preparava la tavola, lo chiamava per cena. Matteo uscì svogliato, sedette senza togliere gli occhi dallo schermo.
Mangia, Matteo, dai lo supplicava la nonna.
Non voglio.
Ho fatto le polpette apposta per te.
Ho detto che non voglio!
Assunta ascoltava tutto dalla sua stanza stretta nella pelle doca. Povera Alberta, ci metteva il cuore, ma il nipote nemmeno la guardava.
Intanto, Zita vegliava il buio oltre i vetri con occhi grandi.
Abbi pazienza ancora, piccola.
Ma il giorno dopo successe qualcosa che pareva impossibile, ma nei sogni tutto è liquido.
Assunta uscì in bagno, solo una manciata di secondi. La porta socchiusa, senza chiave.
Zita, forse spinta dalla curiosità di gatta, si infilò fuori e trotterellò lungo il corridoio.
Al ritorno, Assunta vide che Zita non cera più.
Terrore, sudore freddo sulle tempie.
Zita! Zitina!
Uscì nel corridoio. E la scena:
Nel salotto, in mezzo al tappeto, stava seduto Matteo e accanto lui Zita. Il ragazzo la accarezzava, la gatta faceva le fusa così forte che pareva una motoretta di Vespa.
Oh, sospirò Assunta, tremando.
Matteo la guardò. E per la prima volta, sorrise.
Di chi è questa gatta?
Mia ecco scusami, Matteo, è scappata per sbaglio.
Posso coccolarla ancora un po? Ma quanto è dolce!
Assunta era confusa come in un sogno: da una parte temeva lo schianto di Alberta, dallaltra lo sguardo felice di Matteo sulla gatta.
In quel momento, dalla cucina sbucò Alberta.
Vide la scena. Rallentò.
Assunta trattenne il respiro.
Matty, chiamò Alberta con voce spezzata. Giochi con la gatta?
Sì, nonna! Ma hai visto come fa le fusa? Posso darle da mangiare io?
Alberta osservò il nipote. Poi, a sorpresa, annuì piano.
Va bene.
Da quel giorno la casa cambiò stagione.
Matteo non si staccava più da Zita. La nutriva, giocava con lei, la ritraeva con le matite colorate. Il cellulare dimenticato. Rideva. Raccontava storie di scuola, di amici, di come sognava un gatto tutto suo.
Alberta si sedeva in cucina, ascoltando. In quegli occhi per la prima volta brillava un tepore di primavera.
Una sera si avvicinò ad Assunta.
Lasciamola stare qui, bisbigliò. La vostra Zita può restare. Almeno ora cè allegria in questa casa.
Assunta vide scivolare sul volto di Alberta una lacrima limpida come olio doliva.
Passarono i mesi.
Matteo telefonava ogni sera. Non a mamma, non a papà alla nonna.
Chiedeva di Zita, implorava un video. Alberta si ingarbugliava con il cellulare, la gatta spariva dal campo, Alberta malediva la tecnologia.
Ma che diavoleria! Matty, la vedi?
Sì, nonna! Ciao, Zitina!
E la gatta, riconoscendo la voce dallo schermo, si avvicinava e miagolava di risposta.
Nonna, verrò davvero a trovarti alle vacanze di primavera, vero?
Certo che vieni, amore. Io e Zita ti aspettiamo.
E davvero aspettavano. Alberta aveva già scelto in negozio una canna con piumette per giocare; a Matteo piacerà, pensava.
Assunta ormai non si nascondeva più. Cucinava in cucina, sorseggiava tè con Alberta, raccontava pezzi della sua vita: di suo marito, del loro incontro sul lungomare di Bari, del dolore dopo la sua morte.
Se non ci fosse stata Zita, non so come avrei fatto.
Alberta annuiva, complice.
Gli animali sentono. Arrivano quando ne abbiamo bisogno, così, senza una parola.
Diventarono quasi amiche. Due donne sole, portate dalla sorte e unite da una gatta grigia.
Arrivò la primavera e Matteo tornò. Zaino gigante, pieno di regali: croccantini, un nuovo collarino con campanellino, una cuccia morbida.
Nonna, ho comprato tutto con i miei risparmi! vantò orgoglioso.
Bravo!
Matteo trascorse la settimana con Zita: giocavano, correvano nel cortile, disegnavano insieme. Prima di partire disse:
Nonna, posso venire da te tutta lestate? Per tanto tempo?
Ma certo!
Alberta lo strinse forte e pensò: ecco la vera felicità. Non nel silenzio lucido, né nellimmacolata perfezione. Ma in questi abbracci, in queste corse nel corridoio, nel riso dei giovani.
E tutto grazie a quella piccola, stramba gatta grigia.






