Finestra per due
Emanuela esce dallappartamento con una busta in mano, contenta per latipico silenzio del corridoio. Sul piccolo orologio della cucina sono le undici meno cinque, lanatra arrosto si sta raffreddando sul piano del fornello, in sala lampeggia la fila di lucine. In casa restano solo la televisione con i suoi concerti infiniti e un piatto di mandarini. Il marito è andato dal fratello a dargli una mano con dei lavori e ha promesso di tornare per il brindisi di mezzanotte, ma lei già sa che rientrerà allalba, allegro e stanco. Il figlio trascorre la serata con gli amici in centro. Emanuela non lo ha trattenuto.
Premendo il pulsante dellascensore, si sistema la sciarpa e, quasi per abitudine, si guarda allo specchio nellangusto vano quando le porte si aprono. Proprio in quel momento le si avvicina il vicino del quinto piano, due buste in mano, e un delicato profumo di mandarini e pino si diffonde nellaria.
Oh, va giù? chiede, ansimando leggermente. Io al primo.
Lei annuisce, si ritira in un angolo. Vivono sullo stesso pianerottolo da più di dieci anni, ma le loro conversazioni si riducono a rapidi saluti. Sa solo che lui fa i turni, talvolta rientra tardi, e che possiede un cane, che sente ogni tanto la mattina.
Lascensore si muove, poi di colpo si blocca tra i piani. La luce resta accesa, ma la cabina si immobilizza con un leggero sobbalzo. Nel silenzio, rimangono in ascolto.
Uh dice lui, premendo il pulsante del piano terra. Nulla succede. Siamo rimasti bloccati, pare.
A Emanuela si secca la gola. Le tornano alla mente paure infantili e storie di persone rimaste ore nellascensore.
Un attimo, dice lui, premendo il pulsante dellassistenza. Pronto? Sì, edificio tal dei tali, ascensore fermo tra il secondo e il terzo, siamo dentro. Sì, aspettiamo.
Spento il telefono, si rivolge a lei:
Hanno detto una ventina di minuti, forse due mezzore, riferisce con calma.
Ecco, sfugge a Emanuela. Dovevo solo buttare la spazzatura.
Sorride, indica la sua busta.
Anche io nulla di celebrativo: ho ritirato una consegna al piano terra. Pensavo di salire veloce.
Si crea una piccola pausa. Emanuela nota di osservare davvero il suo volto, che per anni aveva appena intravisto: normale, segnato dalla stanchezza e qualche ruga negli occhi. Sembra un po imbarazzato, ma sicuro.
La aspettano a casa, immagino, dice lei, per dire qualcosa.
Mi attende il televisore, ride lui. Sono solo. Beh, cè il cane. Ma non sa preparare la tavola.
Ride anche lei.
E da lei? chiede. Tante persone?
TV e anatra, risponde Emanuela. Mio marito è da suo fratello, mio figlio con amici. Dovevo brindare con linsalata e lo spumante.
Non male, riflette lui, dopo una breve pausa. Almeno nessuno decide cosa vedere alla TV.
Inaspettatamente, Emanuela si lascia andare a una risata che risuona più forte del previsto sulle pareti della cabina.
Io, a proposito, mi chiamo Guido, si presenta lui improvvisamente. Viviamo vicini, ma il nome forse non lo sa.
Emanuela sorride, un po incerta.
Lo so, dai citofoni. Mai detto ad alta voce, però. Sono Emanuela.
Sì, lho visto sul campanello, annuisce lui. Mi è sempre sembrato strano presentarsi in corridoio così, dal nulla.
È strano davvero, riflette lei. È più facile parlare con sconosciuti al supermercato che con chi vive dietro la stessa parete.
Guido si appoggia alla parete, poggiando con cura le buste a terra.
Forse perché gli sconosciuti vanno via, i vicini restano. Se il discorso non va, ogni giorno si rischia quellimbarazzo.
Emanuela ci pensa. È una risposta fin troppo vera.
Lei è spesso in casa? domanda. La vedo raramente.
I turni, spiega. Di giorno, di notte. Alcune settimane mi sento ospite a casa mia. Ma il cane è felice, quando finalmente lo porto fuori.
Sento che scende le scale con lei la mattina, confessa lei. Raspa buffamente con le zampe.
Ha fretta, sorride Guido. Crede che il mondo possa sfuggire se tardiamo.
Emanuela guarda il display che ostinato segna sempre 3.
Strano, dice. Viviamo così vicini e tutto quello che so di lei è che ha un cane e che lavora, chissà dove.
Officina, spiega lui. Meccanico. Oggi anche lì si festeggia, ma invece di insalata, uso olio motore e bulloni. Stamattina ho finito il turno, sono tornato, ho dormito. Speravo in una notte tranquilla.
E invece Emanuela allarga le braccia.
Invece sono rimasto bloccato con la vicina, con cui ho sempre solo scambiato il buongiorno.
Sente un lieve imbarazzo, ma niente di spiacevole.
Lei di che si occupa? chiede Guido.
Ragioneria, risponde lei. Niente di speciale. Chiuso lanno, presentate le dichiarazioni, respiro fino a fine gennaio.
Immagino pensino che ami i numeri, osserva Guido.
I numeri amano meno me di quanto io ami loro, scherza lei. Ma mi mantengono.
Lui annuisce, come se tutto gli fosse chiaro.
Emanuela avverte una strana agitazione nello stomaco. Spazio chiuso, un uomo che non conosce davvero, capodanno alle porte, e loro due lì, quasi chiusi apposta per farli finalmente parlare.
Ha paura? chiede Guido, notando che lei stringe la tracolla della borsa.
Un po, ammette. Ho sempre avuto paura degli ascensori. A dieci anni ci sono rimasta dentro con unamica, si spense la luce e restammo al buio. Da allora ogni scossone mi fa tremare il cuore.
Qui la luce cè, dice lui con dolcezza. E la comunicazione funziona. Se serve, griderò forte.
Lei sorride.
Non sembra il tipo che grida.
Non sono nemmeno quello che parla tanto, ribatte. Ma oggi è uneccezione.
Restano in silenzio. Dallalto si sente sbattere una porta e voci lontane. A mezzanotte mancano poco più di trenta minuti.
Le piace questo giorno? chiede lei, riempiendo il silenzio.
Lui scrolla le spalle.
Mi piaceva. Quando mio figlio era piccolo: albero, regali, stelle filanti. Poi è cresciuto, ha preso la sua strada, anche la moglie se nè andata. Ormai è solo una notte con le stesse facce in TV.
Capisco, dice piano Emanuela. Anche da noi era più vivace. Genitori, amici. Ora mia madre si è trasferita, mio padre è morto, gli amici dispersi nelle loro famiglie. Rimangono le abitudini: linsalata, le luci. Ma la vera festa pare svanita.
Guido si fa più attento.
È triste, commenta.
È la verità, rettifica Emanuela. Ma non mollo ogni anno. È come se smettendo di apparecchiare la tavola e di accendere le luci, si spezzasse davvero qualcosa.
Ostinazione? ipotizza lui.
Può darsi, annuisce lei. E lei, ha abitudini rimaste?
Ci pensa.
A mezzanotte, ogni anno, esco sul balcone, dice. Guardo i fuochi dartificio. I vicini di sopra brontolano per le scintille. Il cane si nasconde, spaventato. Ma io esco comunque. Mi dico che prima o poi qualcuno starà lì con me.
Emanuela sente un pizzico al cuore. Immagina Guido sul terrazzo condiviso, solo, con la giacca calda, le esplosioni nel cielo, voci altrui dal cortile.
Strano, dice. Probabilmente siamo lì entrambi, ognuno sul proprio balcone, negli stessi minuti. Io col bicchiere, lei chissà. E nemmeno lo sappiamo.
Ora lo sappiamo, risponde lui sereno.
Sorridono.
Ha mai pensato inizia lei, poi si ferma.
Cosa? domanda lui morbido.
Beh cerca le parole. Di semplicemente suonare alla porta del vicino e dire: Venga, si beve un tè, è Capodanno!
Guido accenna un sorriso tenero, privo dironia.
Sì, ci ho pensato. Più volte. Soprattutto nei giorni in cui sentivo silenzio da casa sua. Poi però immaginavo lei al citofono, sospettosa: Cosa vuole? E rimanevo dovero.
Non avrei pensato male, dice Emanuela, sorprendersi della sicurezza.
Non avrebbe saputo che ero io, fa notare Guido. Non ci si è mai chiamati per nome.
Emanuela sospira.
Io invece sentivo spesso lei al portone la sera, a cercare le chiavi. Pensavo: ora apro, le offro aiuto, magari anche una fetta di torta. Poi immaginavo la sua sorpresa, la sua ritrosia, e mi sentivo imbarazzata. Alla fine quella torta la mangiavamo solo io e mio marito.
Strano davvero, commenta lui piano. Quanti inviti non scritti da una parete allaltra.
Sorridono, e cè una vena di amarezza tra i loro sorrisi.
Forse siamo troppo educati, dice lei. Non vogliamo imporci.
O troppo cauti, aggiunge Guido. Abituati a non disturbare nessuno.
Dallalto si sente un rumore, come un colpo metallico.
Pare che stasera la decisione sia presa per noi, osserva scrutando il soffitto. Per la prima volta siamo davvero chiusi qui insieme.
Emanuela ride piano.
Non trova che sembri una scena da film? chiede. Notte di Capodanno, ascensore bloccato, due vicini sempre timidi.
Nel film si confidano subito i segreti più profondi, nota Guido.
Noi per ora solo di cani e lavoro, ribatte lei.
Guido resta in silenzio, poi dice a bassa voce:
Il segreto lo tengo per me. Però posso dire questo: qualche volta lho vista salire le scale, mi sembrava stanca, volevo chiedere se tutto andasse bene, ma non mi sono mai fatto avanti. Paura dessere invadente.
Emanuela abbassa lo sguardo.
Stanca lo ero davvero, confida. Tra lavoro e casa, a volte mi sembrava di contare solo soldi degli altri o di lavare piatti. Nessuno domandava come stessi. Marito sempre occupato, figlio nel suo mondo. Neanche il dottore: quando stavo male, non dicevo nulla. Non avevo nemmeno a chi confidare Vai a controllarti.
E ci è andata poi dal medico? chiede Guido.
Sì, annuisce. Quando era insopportabile. Niente di grave per fortuna, solo serviva riposo e cambiare abitudini. Ma è più facile a dirsi.
Lo guarda e lui sembra ascoltare davvero.
Se serve, dice Guido, si può anche solo dire allo scalone che si ha mal di testa. So ascoltare. Non saprei dare tanti consigli, ma ascolto.
Emanuela sente un nodo alla gola.
E lei? domanda. Qualcuno glielo dice che è stanco?
Sorride, ma i suoi occhi sono seri.
Il cane. Si siede accanto quando torno dal turno, mi guarda come se capisse tutto. Gli umani meno. Colleghi troppo presi, mio figlio lontano. Ci sentiamo, ma le conversazioni sono altre.
Quanti anni ha? chiede lei.
Ventitré, risponde Guido. La sua vita. Ne sono felice. Ma quando scrive Pa, ti richiamo dopo e poi si dimentica, io cammino per casa e non so dove mettermi.
Capisco, ripete Emanuela. Anche il mio sempre di corsa. Imparo a non prendermela. Mi dico che va bene, si fa la sua vita. Ma quando è una sera come questa, e la stanza è vuota, metto comunque un piatto in più.
Tacciono. Dallalto si sente ancora baccano, e una voce chiama:
Ehi, state bene? Tra poco vi apriamo!
Tutto bene! risponde Guido deciso. Fate pure, noi parliamo!
Emanuela ride. Stavolta la risata è leggera.
Senta, dice lei, facciamo così: se ci liberano entro mezzanotte, venga a prendere un tè da me. Ho anatra, insalate, mandarini. Da sola non ce la faccio.
Guido la guarda sorpreso.
Sicura? chiede con prudenza.
Non troppo, ammette lei. Ma se taccio ora, poi per un altro anno ci saluteremo come niente fosse. Non lo voglio più.
Lui annuisce, come preso da una decisione.
Allora anche lei venga da me dopo, aggiunge. Dal mio balcone i fuochi si vedono meglio, e il cane sarà contento di un ospite.
Va bene, accetta Emanuela.
Lascensore riprende a tremare, le porte si aprono leggermente, poi si richiudono.
Apriamo a mano, si sente gridare dallalto. Non temete.
Finalmente, le porte scorrono e il volto del manutentore sbuca, con tanto di berretto.
Ecco i campioni del Capodanno, liberi! esclama.
Guido raccoglie le sue buste, fa cenno di lasciarle passare.
Buon anno, saluta il tecnico.
Anche a lei, rispondono insieme, scambiandosi uno sguardo.
Il corridoio li accoglie con la sua consueta frescura, la luce fioca in alto. Salgono le scale fino alla loro porta, ognuno con le proprie buste, ma non più in silenzio.
Quindi lei a destra, io a sinistra, dice Guido davanti alle porte. Come su una scacchiera.
Ma i pezzi sono fermi da tempo, risponde lei.
Entra, dal corridoio si diffonde laroma della carne arrosto e della scorza di mandarino. Il televisore ronza in sottofondo.
Io dice voltandosi, sistemo tutto in dieci minuti. Venite senza suonare, se non ha cambiato idea.
Guido guarda la sua porta, poi di nuovo lei.
Se non arrivo, scherza, mi ha rapito il cane. Ma è difficile.
Emanuela sorride, si immerge in casa lasciando la porta socchiusa, il cuore che le batte forte. In fretta prepara lanatra sul vassoio, sistema le insalate, mette un piatto in più. Ora sul tavolo ci sono due bicchieri, non uno solo.
Alle undici e cinquantacinque sente passi cauti nel corridoio. La porta si apre con delicatezza e Guido sbircia dentro.
Permesso? domanda.
Obbligato! replica lei, indicando la tavola.
Si siedono uno davanti allaltra, brindano con i bicchieri, senza troppi discorsi. Sullo schermo si prepara il discorso di fine anno del Presidente, fuori i primi petardi scoppiano in cortile.
Sa, dice Guido, credo che sia il miglior guasto dascensore che mi sia capitato.
Mai una rottura più utile, conferma Emanuela.
Quando in TV parte il countdown, escono sulla terrazza. Laria fredda li investe in volto, nel cortile esplodono fuochi colorati. Emanuela si accorge di non sentire la solita solitudine.
Il prossimo anno, dice lei guardando il cielo, non aspettiamo che lascensore si blocchi. Se ci sentiamo soli, basta bussare alla parete.
Daccordo, risponde lui. Però preferisco suonare alla porta.
Rimangono fianco a fianco, ascoltando i botti sopra i tetti. Il nuovo anno entra nella loro vita senza troppa enfasi, ma con limprovvisa presenza dellaltro. Ed è abbastanza, perché quella notte, la finestra sul terrazzo diventi davvero una finestra per due.






