La baby-sitter per mio fratello: una figlia ribelle, genitori esasperati e la sfida di crescere insieme in una famiglia italiana

Tata per mio fratello

Che succede, Giulia? Non ti risponde di nuovo?

Non risponde! Giulia lasciò il telefono sul tavolo Non risponde dalle sei di sera! Non sono nemmeno andata da mamma per colpa sua Devo preparare da mangiare qui, preparare da mangiare lì, e con Matteo con chi lo lascio? Abbiamo cresciuto proprio una brava aiutante!

In quel momento si sentì il clic della porta dingresso.

Oh, non siete ancora a letto? disse Livia distrattamente, senza nemmeno togliersi le cuffiette. Ignorando i genitori, si diresse verso la sua stanza.

Ma la mamma non la lasciò passare così.

Livia! Ferma! la chiamò a voce alta, costringendola a fermarsi ma non a girarsi Dove pensavi di andare? Hai fatto sei ore di ritardo! Vuoi darmi una spiegazione?

Livia si tolse le cuffiette con aria annoiata.

Ma perché ti agiti?

Avevi promesso! disse sofferta Giulia Mi avevi promesso che saresti rimasta con Matteo!

Livia, che pensava solo ad andare a dormire, replicò a denti stretti:

È andata così. Nessuno è morto. Tanto eri a casa tu.

Ti ho avvisato una settimana fa che oggi ci sarebbe stato bisogno che stessi con tuo fratello! riprese Giulia Tuo padre fa il turno di sera, non fa in tempo, e io dovevo andare da nonna. Non ti importa né di tuo fratello, né della nonna! E nemmeno di tua madre!

La verità era che Livia non aveva proprio potuto. Si era trattenuta più del previsto con i compagni di corso, poi Luca aveva proposto di andare tutti a casa sua il tempo era volato senza che lei se ne rendesse conto. Livia lo raccontava così, persino a se stessa.

In realtà il cellulare non le si era scaricato: lo aveva spento lei apposta.

Avevo promesso, mamma, ma poi i programmi sono cambiati.

Fammi sentire lalito, pretese la madre.

Adesso siamo in carcere, o cosa? ribatté stizzita Livia.

Hai bevuto, constatò Giulia Le feste vengono prima della famiglia, per te.

E lì Livia perse la pazienza.

Sì, vengono prima! disse secca Io non mi sono mica candidata come tata per nessuno, io con Matteo non ci sto. Fate voi. Volevate fare i genitori alla vostra età? Godetevelo! Io ho la mia vita.

Il padre, che con Livia non aveva mai ne alzato la voce né si era mai davvero arrabbiato, intervenne.

Non ti stiamo chiedendo di essere la tata di casa. Ti chiediamo qualcosa molto di rado, ma oggi era importante e tu avevi promesso. Livia, sei arrivata con sei ore di ritardo, hai spento il telefono e ora stai scaricando la colpa su di noi?

Non sto scaricando nulla, ma Matteo è una vostra responsabilità. Sono uscita come tutti, perché io non potrei?

Spesso avevano evitato di darle troppe incombenze in casa: fino a un paio danni prima era solo una ragazzina, ora frequentava una facoltà impegnativa a La Sapienza. Lo sapevano, la assecondavano.

Ma Livia non aveva mai dato troppa importanza agli altri.

Lo sai cosè peggio? aggiunse la madre Che per colpa tua non sono andata da tua nonna. Non riesce nemmeno a prepararsi il pranzo! E io non posso sempre sballottarmi tra un bambino di tre anni e una madre malata!

Livia, sciogliendosi una complicata acconciatura fatta da una compagna di corso, gettò lì, fredda:

Beh, è un tuo problema, mamma. Sei tu che hai voluto altri figli a questa età. Occupatene. Io non vi devo nulla.

Lo disse con una tale indifferenza che persino il padre sussultò.

Livia, ora stai proprio esagerando.

Perché mai? replicò lei Studio, ho bisogno di socializzare, di costruirmi delle amicizie, magari trovare anche un fidanzato! Non posso stare sempre in casa a farvi da baby sitter!

Il padre la fece sedere.

Livia, ascoltami. Nessuno ti sta chiedendo di lavorare come una tata fissa. Era solo un favore, un piccolo aiuto alla famiglia. E tu avevi detto di sì.

Ormai, partita così, Livia non aveva alcuna intenzione di cedere.

Avevo detto sì, e poi ci ho ripensato. La vita cambia.

Certo, la vita cambia. Ma qui hai deciso tu senza avvisarci, rispose il padre Capisco che tu voglia vivere la tua età, ma sei anche parte di questa famiglia. Non ti stiamo trattenendo prigioniera. Ma ogni tanto ci serve una mano. Puoi trovare due ore a settimana per stare con tuo fratello? Solo due ore, magari per andare dal dottore o, come ieri, da nonna?

Livia nemmeno lo lasciò finire. Sbuffò lanciando indietro la testa, e tra i suoi capelli caddero le forcine.

No.

Perché?

Perché non è una mia responsabilità, papà. Non sono obbligata a rinunciare ai miei sogni per i vostri.

Livia si preparava già mentalmente alla bufera. Ora li sentirà urlare, magari proveranno a toglierle il telefono, ricordarle che un giorno si pentirà amaramente

Va bene, rispose invece il padre, calmo Ti ho sentita.

Eh? Sentita? E le urla? I drammi? Le capirai quando sarà troppo tardi?

E così sarebbe tutto qui? chiese Livia.

Sì. Per oggi considera chiusa la questione.

Livia, disorientata dalla reazione così tranquilla, scappò in bagno a struccarsi e poi a dormire Era stata una serata lunga, e non bastava, anche i genitori dovevano rovinare tutto.

I genitori invece, ormai in camera, continuarono a parlarne.

Andrea, ma come fa a essere così fredda? ormai affranta chiese Giulia Labbiamo cresciuta come tutti, mai negato nulla senza motivo. Non labbiamo mai tiranneggiata! Eppure, sembra che non ci ami per niente Che facciamo, la supplichiamo di stare con il fratello?

No, scrollò la testa Andrea Nessuna supplica. Se per lei non ci sono doveri, nemmeno per noi nei suoi confronti. Almeno finché non capisce cosa vuol dire la vera autonomia.

***

La mattina seguente non iniziò con un caffè, ma col peso della lite non ancora risolta.

Livia fu la prima in cucina. Bevve dellacqua. Sgranocchiò svogliatamente un tramezzino lasciato nel frigo la sera prima. Quando la madre entrò con Matteo, Livia già trafficava con il cellulare per evitare prediche. Ma Giulia mangiò in silenzio. Poi arrivò il padre, che la salutò persino:

Buongiorno, le disse.

Che onore, persino i saluti, rispose sarcastica Livia.

Il padre aprì la cartelletta delle spese di casa, elencando tutte le entrate e uscite.

Livia, devo parlarti.

Lei alzò gli occhi al cielo.

Di nuovo con la storia della responsabilità? Ti ho già

No, non proprio interruppe lui Un po anche di responsabilità, ma soprattutto di soldi. Da questo mese contiamo sulla tua parte per la spesa e le bollette. La tua quota.

Livia pensò fosse una battuta dellaltro ieri, giusto per darle fastidio subito la mattina. Ieri lei aveva dato fastidio a loro, oggi loro a lei. Equilibrio.

Ah ah, papà. Lascia perdere, non ci casco.

Ma il padre era estremamente serio.

Non scherzo, Livia. Da oggi, se sei indipendente, paghi la tua parte. Dalla A alla Z.

Anche Matteo, facendosi aria con il cucchiaino, osservava papà. Ancora non aveva capito che cosa fossero tutte quelle spese, ma latmosfera lo metteva in soggezione.

Come, scusa? sussurrò Livia.

Hai detto che non ci devi nulla. Va bene. Ora non dipendi più da noi. Da questo mese contribuisci a spese, bollette, e soprattutto alle tasse universitarie.

Livia capì che non stava scherzando: il muso era più duro del solito.

Papà, ma ti rendi conto di quello che stai dicendo? Va bene, magari il cibo, ma luniversità quella è sacra! Tu non mi negherai mai gli studi, non ce la faresti.

Ce la faccio eccome, rispose Hai diciannove anni, sei maggiorenne. Gli adulti pagano tutto da soli. Ti abbiamo sempre detto che ti saremmo stati accanto finché studiavi e vivevi qui, ma quellaiuto valeva finché eravamo una famiglia che si aiutava. Tu hai scelto di non partecipare, quindi anche noi smettiamo di farlo.

Giulia, che ormai aveva abbandonato il tentativo di imboccare Matteo, guardò il marito dubbiosa: Forse stiamo esagerando?

Livia lasciò cadere il pezzo di formaggio nel piatto, si alzò di scatto e, avvelenata, disse:

Meglio che non mangio! Tanto magari mi fate pagare anche quello!

Rimasero a colazione in tre. Livia si vestì rumorosamente e uscì per le lezioni, almeno quelle erano ancora pagate.

Siamo stati troppo duri? chiese Giulia.

Andrea addentava il pane a fatica.

Ma brontolò:

Era il minimo, Giulia. Se nessuno deve niente a nessuno, che impari a vivere da adulta. Fa male, ma serve. Altrimenti continua a farci la bella vita sulle nostre spalle.

Livia ormai incrociava i genitori solo di rado. Usciva presto, tornava tardi, non mangiava mai a casa. Anche quando Giulia, nonostante Andrea avesse vietato, timidamente le chiese se avesse fame, Livia rispose con uno sguardo gelido.

Capitò una volta di sostituire una collega al bar da lì prese qualche turno fisso e, quattro ore dopo le lezioni, sgroppava tra i tavoli ma almeno aveva qualche euro in tasca.

I genitori erano in ansia, ma restarono fermi.

Non è tornata nemmeno stasera a cena, Andrea. Sta digiunando. Va bene crescere, ma così esclamò Giulia.

Prima o poi sbollisce. Capirà che in una famiglia ci si aiuta. Adesso deve solo far passare lorgoglio.

Al terzo mese di questa guerra fredda, Livia cedette:

Ok. Considerate pure che avete vinto. Non ce la faccio più a lavorare così tanto dopo le lezioni, e poi i soldi bastano appena Va bene, sto con Matteo. Qualche volta a settimana, tre ore. Consideratela una specie di lavoro. Avete vinto. E qui ci sono i soldi per lappartamento, ho messo da parte quello che potevo.

Mise sul tavolo circa cinquecento euro. Non era molto. Ma i genitori la fermarono.

Livia non volevamo farti del male. Noi non siamo ricattatori, disse la mamma Ti abbiamo sempre aiutata perché sei nostra figlia e per amore. Ti chiediamo solo una cosa in cambio: partecipa anche tu alla vita di famiglia. Dacci una mano, ogni tanto.

Lho capito. Scusatemi e fu lei a corrergli ad abbracciarli.

Oggi, ripensando al tutto, scrivo qui il mio pensiero: per quanto si desideri la libertà da giovani, la famiglia è fatta di mani che si tendono, anche solo per poco. Solo tra adulti che si aiutano può nascere davvero il rispetto e lamore. Ho imparato che dare non sminuisce, ma costruisce ponti che, col tempo, ti salvano.

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