La mamma non arrivava. Tutti i bambini erano già stati presi dai genitori: rimaneva solo il piccolo Enrico. Nel silenzio della stanza ormai vuota, lui giocava piano piano con una macchinina nellangolo. La maestra, signora Maria Sereni, lanciava occhiate impazienti allorologio. Enrico sospirò profondamente, poi guardò nel buio fuori dalla finestra, e infine la porta.
Signora Maria, oggi ho visto un cane grosso vicino al cancello, disse Enrico, voltandosi verso di lei, Forse cè ancora. Magari la mamma non entra perché ha paura. Possiamo andare a vedere?
Non inventare storie, Enrico. Non cè nessun cane. Ora provo di nuovo a chiamare tua mamma.
Maria Sereni prese il telefono e riselezionò il numero della madre di Enrico, ma nessuno rispondeva. Guardò lorologio, sempre più preoccupata. Deve essere successo qualcosa, pensò tra sé. Non è da lei. Il papà non cè, ma la mamma è sempre puntuale, attenta anche se facesse tardi, avrebbe avvisato.
Enrico, dai, vestiamoci. Vieni a casa mia stasera.
Ma e la mamma? domandò agitato Enrico. Se passa e non ci trova?
Le lasciamo un bigliettino sulla porta, così saprà dovè il suo ragazzo. Scrivo anche il mio indirizzo e il mio numero, va bene? È tardi, andiamo. Il mio gatto a questora sarà già affamato!
Lei ha un gatto? Uno vero?
Gli si illuminarono gli occhi.
Certo che sì! Vieni pure a giocare con lui.
A Enrico la casa di Maria Sereni piacque subito: era accogliente, calda, profumava di torta. Il gatto, un enorme soriano rosso, si lasciava accarezzare e sopportava con infinita pazienza ogni carezza e piccola marachella. Dopo una tazza di tè, Enrico sprofondò nel sonno.
Maria lo prese in braccio e lo portò a letto; poi andò in cucina, il telefono stretto in mano. Dopo lunghi minuti di chiamate a polizia e pronto soccorso, seppe che una giovane donna, gravemente ferita in un incidente stradale, era stata ricoverata durgenza ed era ancora priva di conoscenza.
Quando si sveglia, ditele per favore che Enrico sta bene. Verrà a casa mia per un po, non deve preoccuparsi. Andremo a trovarla.
Conclusa la chiamata, Maria tornò in camera. Enrico era sveglio sul letto: la guardava con occhi pieni di paura e lacrime sulle guance.
Dovè la mia mamma? singhiozzò. Io la voglio, voglio tornare a casa. A casa la mamma piange, piange anche il mio lettino e le mie macchinine aspettano. Andiamo, voglio la mamma
Enrico, piccolo, disse Maria, agitata, dai, non piangere. La mamma si è solo fermata a lavorare di più oggi, non può venire Tranquillo, qui sei al sicuro. Ti voglio bene io, e anche il gatto.
No, la mamma mi aspetta continuava a piangere Enrico Io senza di lei non posso stare. Poi guardò Maria con timore: Ma non è che la mamma è volata anche lei in cielo?
No, tesoro, non è così. Perché lo pensi?
Il papà è volato in cielo, e anche la nonna. Adesso mi guardano dallalto. Se sono buono, sono tutti contenti ma la mamma non deve andare via. Non voglio
Maria lo strinse a sé forte forte, sentendo il suo viso premuto piano contro la spalla.
Ascolta, la tua mamma è forte, ce la farà. Domani ci svegliamo, la andiamo a trovare subito. È solo in ospedale, non a lavoro. Si è ammalata la mamma, ma si riprenderà, vedrai.
Proprio come quando io avevo mal di gola? chiese Enrico, subito attento.
Esatto, male alla gola e anche al braccio, un pochino Ma si rimetterà, poi tornerete a casa insieme.
Portiamo il latte caldo con il miele anche a lei? propose speranzoso.
Ma certo, amore, glielo portiamo. Ora sdraiati, chiudi gli occhi Ti racconto una favola.
Maestra Maria, perché lei vive da sola? domandò improvvisamente Enrico.
La domanda la colpì dritta al cuore. Maria esitò, poi, con voce rotta, iniziò a piangere.
Avevo un figlio e un marito sono andati al casale in campagna, io sono rimasta per sistemare casa. Poi lincidente. Ora sono qui, con il gatto. Se fossi stata lì, magari saremmo ancora tutti insieme.
Anche loro sono volati in cielo?
In cielo, sospirò Maria.
Non piangere, signora Maria, la consolò Enrico con ingenuità. Ti guardano da lassù. Se sei felice, sono felici anche loro. Me lha detto la mamma. Non li facciamo piangere, ok? Stiamo qui insieme senza piangere.
Maria asciugò gli occhi, lo abbracciò, lo baciò.
Adesso dormi, domani ci aspetta una giornata lunga. Ti vorrei qui con me un po, finché la mamma non guarisce. Io e il gatto saremo più allegri insieme a te. Va bene?
Va bene! annuì Enrico con entusiasmo. Aiuterò, so anche lavare i piatti! Poi, timido, domandò: Posso chiamarla nonna? Non allasilo, solo qui?
Certo, tesoro. Chiudi gli occhi.
E Maria rimase a lungo seduta davanti alla finestra, le lacrime sulle guance. Enrico dormiva piano nel suo letto.
Gli anni passarono.
Enrico si svegliò presto quella mattina, saltò giù dal letto e si stiracchiò. Dalla cucina arrivava il profumo di focacce appena sfornate. Affacciatosi, vide Maria.
Nonna, perché sei già in piedi? domandò e baciò Maria sulla guancia.
Non riuscivo a dormire. Ho pensato che ti sarebbe piaciuto svegliarti col profumo delle mie focacce, anche alla mamma. Siediti, ti verso un po di latte. E per dormire, ci sarà tempo quando verrà anche per me il cielo.
Lidia MalvasiEnrico la guardò serio, poi sorrise e le prese la mano con dolcezza.
Non preoccuparti, nonna. Prima di salire in cielo, dobbiamo ancora mangiare tante volte insieme, io, te e la mamma. E poi, quando finiremo tutte le storie del tuo libro delle fiabe.
Maria si chinò e gli passò una ciocca di capelli dietro lorecchio, stringendolo in un abbraccio che sapeva di pane caldo e di casa piena. In quellabbraccio cerano tutte le lacrime perdute e ritrovate, e la promessa silenziosa di non essere mai più soli. Fuori, la luce del sole entrava nella stanza, sciogliendo pian piano tutte le ombre della notte.
Sul tavolo, la focaccia ancora fumante, il latte caldo, e tre tazze: una per ciascuno, per quando la mamma sarebbe tornata. Era così che, nella piccola cucina profumata, la famiglia si ricostruiva ogni giorno, con la memoria e con lamore, mentre la vita continuava più forte dei cieli, più dolce di ogni favola.




