Egorino La mamma non era ancora arrivata. Tutti i bambini erano già stati presi dai loro genitori, era rimasto solo Egorino. Seduto in silenzio giocava con una macchinina in un angolo della classe, mentre la maestra Mariangela guardava l’orologio con crescente impazienza. Egorino sospirò, lanciò uno sguardo alla finestra già buia, poi alla porta chiusa. — Maestra Mariangela, oggi pomeriggio ho visto un cane grosso vicino al cancello, — disse timidamente, — magari la mamma è fuori e ha paura di entrare. Posso andare con lei a vedere? — Non c’è nessun cane, — rispose la maestra, — non inventare. Ora provo ancora a chiamare tua mamma. Mariangela compose di nuovo il numero della mamma di Egor. Nessuna risposta. Guardò l’orologio con preoccupazione. «Sarà successo qualcosa, — pensò. — Non è mai successa una cosa simile. Il papà di Egorino non c’è, e la mamma è una donna responsabile, ama suo figlio. Se avesse avuto ritardo avrebbe avvisato.» — Egorino, su, vestiti. Vieni a casa da me stasera. — E la mamma? — chiese preoccupato Egor. — Poi arriva e non ci trova. — Le lasciamo un biglietto, — propose Mariangela, — così quando arriva lo legge e sa dove sei. Lascio anche il mio indirizzo e il numero. È tardi, andiamo. Ho il gatto che mi aspetta, è affamato. — Davvero ha il gatto? Vivo? — si illuminò il bambino. — Posso giocarci un po’? — Certo, dai vieni. L’appartamento di Mariangela piacque a Egorino: caldo, accogliente e profumato di torte. Un grosso gatto rosso e pigro si lasciava accarezzare sopportando con pazienza le monellerie del piccolo. Dopo una tazza di latte caldo, Egorino si addormentò. Mariangela lo portò piano sul letto, poi corse al telefono in cucina. Lunghe telefonate con la polizia e l’ospedale: una giovane donna era stata ricoverata in gravi condizioni in seguito a un incidente stradale, priva di conoscenza. — Quando si sveglia, per favore ditele che il figlio sta bene. È con me. Verrà a trovarla. Non si preoccupi. Mariangela tornò in camera. Egorino era seduto sul letto con le lacrime agli occhi. — Dov’è la mia mamma? — chiese in lacrime. — Voglio andare a casa da lei. La mamma mi aspetta. Anche il mio lettino piange. Le mie macchinine mi aspettano. Torniamo a casa? — Tesoro, la mamma è solo impegnata, è al lavoro. Non piangere. Anche il gatto ti vuole bene qui. — Non è vero, lei mi aspetta, — continuava a piangere Egorino. — La mamma mica è volata in cielo vero? — No, Egorino, tranquillo. Starà bene, la andremo a trovare già domani. — Anche il mio papà è volato in cielo, e la nonna — mormorò, — ora mi guardano da lassù. Se mi comporto bene, si rallegrano… Spero che la mamma non vada via anche lei. Mariangela lo abbracciò forte. — Non preoccuparti, la tua mamma è forte. Domani andiamo subito a trovarla. È in ospedale, ma presto tornerà a casa. — Anche a lei fa male la gola? — chiese il bambino. — Sì, alla gola… e al braccio… Presto starà meglio. Le porteremo del latte con il miele. — Davvero? — Si rincuorò lui. Si rannicchiò ascoltando la voce dolce di Mariangela, che iniziò una fiaba. — Mariangela, perché vivi da sola? — chiese d’improvviso. Quel quesito colse la maestra di sorpresa; ebbe le lacrime agli occhi. — Avevo un bambino anch’io, e un marito. Sono andati in campagna, io sono rimasta a casa a fare le pulizie. C’è stato un incidente… adesso sono rimasta solo con il gatto. — Sono in cielo? — Sì, sono in cielo. — Non pianga, — la consolò Egorino, — loro la guardano da lassù. Quando è felice, sono felici pure loro. Non dobbiamo farli piangere anche noi. Non piangiamo più! Mariangela lo baciò commossa e lo strinse accanto a sé. — Ora dormi, domani andiamo a trovare la mamma. Resta un po’ con me fino a che può tornare a casa. A me e al gatto farà piacere. Va bene? — D’accordo, — annuì Egorino. — Lavo anche i piatti, se serve! Posso chiamarla nonna? Solo qui, non all’asilo. — Certo, Egorino. Buonanotte. Mariangela rimase a lungo seduta alla finestra, in silenzio, asciugandosi le lacrime mentre il bambino dormiva sul suo letto. Gli anni passarono. Egor si svegliò presto, saltò fuori dal letto e si stiracchiò. Dalla cucina arrivava il profumo di tortine calde. Mise il naso sulla porta. — Nonna, come mai già in piedi? — chiese Egor, baciandola sulla guancia. — Non riuscivo a dormire. Così vi preparo i dolci, che quando vi svegliate tu e la mamma fate merenda, e io sono contenta. Siediti che verso il latte. Tanto il riposo lo recupererò in cielo, quando arriverà il momento. Lidia Malcova

La mamma non arrivava. Tutti i bambini erano già stati presi dai genitori: rimaneva solo il piccolo Enrico. Nel silenzio della stanza ormai vuota, lui giocava piano piano con una macchinina nellangolo. La maestra, signora Maria Sereni, lanciava occhiate impazienti allorologio. Enrico sospirò profondamente, poi guardò nel buio fuori dalla finestra, e infine la porta.

Signora Maria, oggi ho visto un cane grosso vicino al cancello, disse Enrico, voltandosi verso di lei, Forse cè ancora. Magari la mamma non entra perché ha paura. Possiamo andare a vedere?

Non inventare storie, Enrico. Non cè nessun cane. Ora provo di nuovo a chiamare tua mamma.

Maria Sereni prese il telefono e riselezionò il numero della madre di Enrico, ma nessuno rispondeva. Guardò lorologio, sempre più preoccupata. Deve essere successo qualcosa, pensò tra sé. Non è da lei. Il papà non cè, ma la mamma è sempre puntuale, attenta anche se facesse tardi, avrebbe avvisato.

Enrico, dai, vestiamoci. Vieni a casa mia stasera.
Ma e la mamma? domandò agitato Enrico. Se passa e non ci trova?
Le lasciamo un bigliettino sulla porta, così saprà dovè il suo ragazzo. Scrivo anche il mio indirizzo e il mio numero, va bene? È tardi, andiamo. Il mio gatto a questora sarà già affamato!

Lei ha un gatto? Uno vero?
Gli si illuminarono gli occhi.
Certo che sì! Vieni pure a giocare con lui.

A Enrico la casa di Maria Sereni piacque subito: era accogliente, calda, profumava di torta. Il gatto, un enorme soriano rosso, si lasciava accarezzare e sopportava con infinita pazienza ogni carezza e piccola marachella. Dopo una tazza di tè, Enrico sprofondò nel sonno.

Maria lo prese in braccio e lo portò a letto; poi andò in cucina, il telefono stretto in mano. Dopo lunghi minuti di chiamate a polizia e pronto soccorso, seppe che una giovane donna, gravemente ferita in un incidente stradale, era stata ricoverata durgenza ed era ancora priva di conoscenza.

Quando si sveglia, ditele per favore che Enrico sta bene. Verrà a casa mia per un po, non deve preoccuparsi. Andremo a trovarla.

Conclusa la chiamata, Maria tornò in camera. Enrico era sveglio sul letto: la guardava con occhi pieni di paura e lacrime sulle guance.

Dovè la mia mamma? singhiozzò. Io la voglio, voglio tornare a casa. A casa la mamma piange, piange anche il mio lettino e le mie macchinine aspettano. Andiamo, voglio la mamma
Enrico, piccolo, disse Maria, agitata, dai, non piangere. La mamma si è solo fermata a lavorare di più oggi, non può venire Tranquillo, qui sei al sicuro. Ti voglio bene io, e anche il gatto.
No, la mamma mi aspetta continuava a piangere Enrico Io senza di lei non posso stare. Poi guardò Maria con timore: Ma non è che la mamma è volata anche lei in cielo?

No, tesoro, non è così. Perché lo pensi?
Il papà è volato in cielo, e anche la nonna. Adesso mi guardano dallalto. Se sono buono, sono tutti contenti ma la mamma non deve andare via. Non voglio

Maria lo strinse a sé forte forte, sentendo il suo viso premuto piano contro la spalla.

Ascolta, la tua mamma è forte, ce la farà. Domani ci svegliamo, la andiamo a trovare subito. È solo in ospedale, non a lavoro. Si è ammalata la mamma, ma si riprenderà, vedrai.
Proprio come quando io avevo mal di gola? chiese Enrico, subito attento.
Esatto, male alla gola e anche al braccio, un pochino Ma si rimetterà, poi tornerete a casa insieme.
Portiamo il latte caldo con il miele anche a lei? propose speranzoso.
Ma certo, amore, glielo portiamo. Ora sdraiati, chiudi gli occhi Ti racconto una favola.
Maestra Maria, perché lei vive da sola? domandò improvvisamente Enrico.

La domanda la colpì dritta al cuore. Maria esitò, poi, con voce rotta, iniziò a piangere.

Avevo un figlio e un marito sono andati al casale in campagna, io sono rimasta per sistemare casa. Poi lincidente. Ora sono qui, con il gatto. Se fossi stata lì, magari saremmo ancora tutti insieme.

Anche loro sono volati in cielo?
In cielo, sospirò Maria.
Non piangere, signora Maria, la consolò Enrico con ingenuità. Ti guardano da lassù. Se sei felice, sono felici anche loro. Me lha detto la mamma. Non li facciamo piangere, ok? Stiamo qui insieme senza piangere.

Maria asciugò gli occhi, lo abbracciò, lo baciò.

Adesso dormi, domani ci aspetta una giornata lunga. Ti vorrei qui con me un po, finché la mamma non guarisce. Io e il gatto saremo più allegri insieme a te. Va bene?
Va bene! annuì Enrico con entusiasmo. Aiuterò, so anche lavare i piatti! Poi, timido, domandò: Posso chiamarla nonna? Non allasilo, solo qui?
Certo, tesoro. Chiudi gli occhi.

E Maria rimase a lungo seduta davanti alla finestra, le lacrime sulle guance. Enrico dormiva piano nel suo letto.

Gli anni passarono.

Enrico si svegliò presto quella mattina, saltò giù dal letto e si stiracchiò. Dalla cucina arrivava il profumo di focacce appena sfornate. Affacciatosi, vide Maria.

Nonna, perché sei già in piedi? domandò e baciò Maria sulla guancia.
Non riuscivo a dormire. Ho pensato che ti sarebbe piaciuto svegliarti col profumo delle mie focacce, anche alla mamma. Siediti, ti verso un po di latte. E per dormire, ci sarà tempo quando verrà anche per me il cielo.

Lidia MalvasiEnrico la guardò serio, poi sorrise e le prese la mano con dolcezza.

Non preoccuparti, nonna. Prima di salire in cielo, dobbiamo ancora mangiare tante volte insieme, io, te e la mamma. E poi, quando finiremo tutte le storie del tuo libro delle fiabe.

Maria si chinò e gli passò una ciocca di capelli dietro lorecchio, stringendolo in un abbraccio che sapeva di pane caldo e di casa piena. In quellabbraccio cerano tutte le lacrime perdute e ritrovate, e la promessa silenziosa di non essere mai più soli. Fuori, la luce del sole entrava nella stanza, sciogliendo pian piano tutte le ombre della notte.

Sul tavolo, la focaccia ancora fumante, il latte caldo, e tre tazze: una per ciascuno, per quando la mamma sarebbe tornata. Era così che, nella piccola cucina profumata, la famiglia si ricostruiva ogni giorno, con la memoria e con lamore, mentre la vita continuava più forte dei cieli, più dolce di ogni favola.

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Egorino La mamma non era ancora arrivata. Tutti i bambini erano già stati presi dai loro genitori, era rimasto solo Egorino. Seduto in silenzio giocava con una macchinina in un angolo della classe, mentre la maestra Mariangela guardava l’orologio con crescente impazienza. Egorino sospirò, lanciò uno sguardo alla finestra già buia, poi alla porta chiusa. — Maestra Mariangela, oggi pomeriggio ho visto un cane grosso vicino al cancello, — disse timidamente, — magari la mamma è fuori e ha paura di entrare. Posso andare con lei a vedere? — Non c’è nessun cane, — rispose la maestra, — non inventare. Ora provo ancora a chiamare tua mamma. Mariangela compose di nuovo il numero della mamma di Egor. Nessuna risposta. Guardò l’orologio con preoccupazione. «Sarà successo qualcosa, — pensò. — Non è mai successa una cosa simile. Il papà di Egorino non c’è, e la mamma è una donna responsabile, ama suo figlio. Se avesse avuto ritardo avrebbe avvisato.» — Egorino, su, vestiti. Vieni a casa da me stasera. — E la mamma? — chiese preoccupato Egor. — Poi arriva e non ci trova. — Le lasciamo un biglietto, — propose Mariangela, — così quando arriva lo legge e sa dove sei. Lascio anche il mio indirizzo e il numero. È tardi, andiamo. Ho il gatto che mi aspetta, è affamato. — Davvero ha il gatto? Vivo? — si illuminò il bambino. — Posso giocarci un po’? — Certo, dai vieni. L’appartamento di Mariangela piacque a Egorino: caldo, accogliente e profumato di torte. Un grosso gatto rosso e pigro si lasciava accarezzare sopportando con pazienza le monellerie del piccolo. Dopo una tazza di latte caldo, Egorino si addormentò. Mariangela lo portò piano sul letto, poi corse al telefono in cucina. Lunghe telefonate con la polizia e l’ospedale: una giovane donna era stata ricoverata in gravi condizioni in seguito a un incidente stradale, priva di conoscenza. — Quando si sveglia, per favore ditele che il figlio sta bene. È con me. Verrà a trovarla. Non si preoccupi. Mariangela tornò in camera. Egorino era seduto sul letto con le lacrime agli occhi. — Dov’è la mia mamma? — chiese in lacrime. — Voglio andare a casa da lei. La mamma mi aspetta. Anche il mio lettino piange. Le mie macchinine mi aspettano. Torniamo a casa? — Tesoro, la mamma è solo impegnata, è al lavoro. Non piangere. Anche il gatto ti vuole bene qui. — Non è vero, lei mi aspetta, — continuava a piangere Egorino. — La mamma mica è volata in cielo vero? — No, Egorino, tranquillo. Starà bene, la andremo a trovare già domani. — Anche il mio papà è volato in cielo, e la nonna — mormorò, — ora mi guardano da lassù. Se mi comporto bene, si rallegrano… Spero che la mamma non vada via anche lei. Mariangela lo abbracciò forte. — Non preoccuparti, la tua mamma è forte. Domani andiamo subito a trovarla. È in ospedale, ma presto tornerà a casa. — Anche a lei fa male la gola? — chiese il bambino. — Sì, alla gola… e al braccio… Presto starà meglio. Le porteremo del latte con il miele. — Davvero? — Si rincuorò lui. Si rannicchiò ascoltando la voce dolce di Mariangela, che iniziò una fiaba. — Mariangela, perché vivi da sola? — chiese d’improvviso. Quel quesito colse la maestra di sorpresa; ebbe le lacrime agli occhi. — Avevo un bambino anch’io, e un marito. Sono andati in campagna, io sono rimasta a casa a fare le pulizie. C’è stato un incidente… adesso sono rimasta solo con il gatto. — Sono in cielo? — Sì, sono in cielo. — Non pianga, — la consolò Egorino, — loro la guardano da lassù. Quando è felice, sono felici pure loro. Non dobbiamo farli piangere anche noi. Non piangiamo più! Mariangela lo baciò commossa e lo strinse accanto a sé. — Ora dormi, domani andiamo a trovare la mamma. Resta un po’ con me fino a che può tornare a casa. A me e al gatto farà piacere. Va bene? — D’accordo, — annuì Egorino. — Lavo anche i piatti, se serve! Posso chiamarla nonna? Solo qui, non all’asilo. — Certo, Egorino. Buonanotte. Mariangela rimase a lungo seduta alla finestra, in silenzio, asciugandosi le lacrime mentre il bambino dormiva sul suo letto. Gli anni passarono. Egor si svegliò presto, saltò fuori dal letto e si stiracchiò. Dalla cucina arrivava il profumo di tortine calde. Mise il naso sulla porta. — Nonna, come mai già in piedi? — chiese Egor, baciandola sulla guancia. — Non riuscivo a dormire. Così vi preparo i dolci, che quando vi svegliate tu e la mamma fate merenda, e io sono contenta. Siediti che verso il latte. Tanto il riposo lo recupererò in cielo, quando arriverà il momento. Lidia Malcova
Per 36 anni l’ho aspettato di ritorno dai suoi viaggi, ma lui… per tutto questo tempo tornava da un’altra famiglia