Diario di Chiara Bellanti
Oggi è successo qualcosa che mi ha fatto pensare a quanto la felicità, a volte, sembri proprio una cosa rubata. Ci siamo incrociate in quel viottolo stretto tra i muri a secco io, la moglie di Pietro, e Lucia, quella che avrebbe potuto esserlo, che doveva, secondo ogni giustizia, esserlo, ma invece no… Era un pomeriggio gelido, di quelli da restare chiusi in casa, col fuoco acceso e il profumo di minestrone nellaria.
“Un brutto sogno, tutto qui!”, ho pensato mentre fissavo gli occhi vivaci di Lucia. Lei, poverina, nemmeno poteva immaginare i sentimenti che portavo nel cuore. Forse nessuna delle due sarebbe dovuta trovarsi lì, eppure solo io sapevo quanto facesse male.
Da piccola, pensavo che Pietro fosse irraggiungibile, una figura che ammiravo da lontano, senza nemmeno farmi sfiorare dal pensiero che Lucia fosse la sua sposa da tempo. Moglie del signor Pietro Sartori, madre dei suoi figli, nonna dei suoi nipoti. Per me, questa cosa proprio non poteva esistere. Nei miei sogni, era come se lordine naturale fosse tuttaltro e la realtà una specie di incubo da cui non riuscivo a svegliarmi.
“No, non è possibile, non lo accetto! Non può vivere secondo la legge di tutti!” mi ripetevo quando vedevo Lucia. Doveva essere una vita falsa la sua, una vita che non le apparteneva davvero! Se avesse seguito la sua strada, non si sarebbe mai sposata con Pietro, non avrebbe avuto i suoi figli, non sarebbe diventata la nonna dei suoi nipoti! Ma cosa potevo fare? A nessuno, a nessuna anima umana avrei mai potuto spiegare questa verità straziante. Nessuno ci avrebbe creduto, nessuno avrebbe compreso, nessuno lo avrebbe nemmeno notato, questa terribile ingiustizia. Nessuno, tranne me.
Cè chi nasce con mancanze evidenti: senza mani, senza piedi, ciechi o sordi, malati o segnati dal destino. Ma la mia era una mancanza invisibile: un segreto sordo e cieco, che solo io, Chiara Bellanti, conoscevo.
Eppure, eccola qui davanti a me, Lucia, su quella viuzza coperta di neve, che sembrava arrotolare i miei sogni cattivi e chiederli in dono a qualcun altro:
Come va, Chiara?
Tiro avanti…
Eh, pure io, sono ancora viva! e si girava a destra e sinistra, quasi a far vedere che era ancora lì in carne e ossa Eccomi qui!
Il suo volto era candido… Tutti in paese sapevano che Lucia non andava mai a letto senza essersi lavata il viso col latte fresco. Aveva occhi grandi e rotondi, quasi sporgenti, e indossava una giacca di lana nera bordata di bianco, un foulard caldo, e scarponcini nuovi, ancora immacolati.
A guardarla bene, mi sono ricordata: è domenica! Avevo perso il conto dei giorni, ma Lucia era vestita di festa, dalla testa ai piedi.
E tu, Chiara, come mai sei venuta da queste parti a San Benedetto? Da che parte vai?
Era stato semplice: non vedevo Pietro Sartori da tre giorni, e il desiderio di vedere quelle tendine alle sue finestre mi aveva spinta fin qui. Da quelle tende, da come erano sistemate, capivo che era ancora lì, in salute.
Basta uno sguardo oltre il muro e si vedono le due finestrelle della casa dei Sartori, ma io non ho voluto guardarci. Invece, Lucia lha fatto, poi ha ripreso:
Da che parte sei diretta, insomma?
Così… per camminare…
Lucia ha sorriso appena.
E tuo marito, Giulio? Comè? Da un po non lo vedo.
Va avanti… ho sospirato. È sempre lui: lavora la legna, aggiusta qualcosa, vive silenzioso. Di lui non cè niente da raccontare… Poi, dun tratto, le ho chiesto di scatto, quasi con rabbia: E Pietro Sartori, come sta? Sta sempre lavorando, si sarà pieno di pensieri come al solito?
Unaltra al mio posto si sarebbe arrabbiata, mi avrebbe gridato dietro: “Ah, brutta! Ti vedi con luomo mio di notte? Lo porti sotto le tue finestre? Col marito vivo? Davanti a tutti?” Nel paese, nessuna donna avrebbe perdonato una cosa così, figurarsi la moglie!
Ma Lucia non era fatta così. Un attimo ha abbassato lo sguardo, il pallore sul viso si è fatto ancor più teso, ma subito due fiocchi di neve le hanno bagnato le guance e si sono sciolti come lacrime, portando via il rancore.
Lucia rimaneva bella, elegante, ancora gentile. E mi chiedeva quasi premurosa:
Ma Pietro Sartori non viene in comune quasi ogni giorno? Dovresti saperlo meglio di me!
Lo so, ma sono tre giorni che non si fa vedere…
In lei c’era davvero qualcosa che la rendeva degna di essere la moglie di Pietro. E lo era diventata. Mi faceva quasi più paura questa sua calma serena, e avrei voluto che almeno una volta mi gridasse contro, mi insultasse, mi mettesse al muro.
Pietro non è mai stato un uomo quieto, sempre impegnato, sempre a lavorare da qualche parte, da giovane e ora. Da quando è diventato padre e ora anche nonno.
Ma alla fine non ti annoiavi con uno così serio e attento? Tutta la vita così?
Lucia sorrideva appena, poi mi rispondeva con voce bassa, come si parlerebbe a unamica:
Mio padre mi ha insegnata così. Mi ha detto: “Avrai forse poco da divertirti da giovane, ma con la maturità capirai quanto è buono il pane che mangi.”
E avevi ragione?
Ma certo! Dopo un po, cominci a notare quanta fortuna hai ad abitare una casa dove non volano parole grosse, non si litiga, non si beve, niente urli, niente botte. E quando sentivo certi racconti daltre donne… pensavo sempre: io sono stata fortunata. Pietro mi ha rispettata sempre, mai ha fatto qualcosa di brutto e io ho imparato a vederlo speciale.
Vita facile, però! Forse anche troppo!
Facile?! Ma ti spiego: non era nessuno ai tempi, Pietro! Altro che facile! Era uno di quei ragazzi che manco si vedevano tra la compagnia, tutto preso dai suoi libri… E nessuna delle altre ragazze ci faceva caso, tutte volevano qualcun altro, tutti tranne me! Grazie a mio padre, davvero… e poi le altre si sono mangiate le mani, ma ormai era tardi, la stagione era finita!
Lucia allimprovviso scoppia in una morbida risata e in un sorriso caldo, sincero. Una donna saggia che sorride a una ragazza sciocca.
Così era Lucia, vera e tranquilla, non solo nei miei sogni, ma nella realtà. Mi toccò il braccio e mi invitò a spostarci da quel viottolo, mentre ricordava la sua giovinezza e diceva che era sempre stata la più elegante del paese, sulle sue scarpe gialle con il tacco. Mentre io, per difendermi da pretendenti sgraditi, portavo un coltellino nascosto, e mio padre quasi mi voleva dare via per un fiasco di vino e un paio di scarpe rotte.
Così mi è apparso chiaro: per Lucia, Pietro era poco più di uno sfortunato, ma solo per abitudine e perché la vita glielo aveva messo davanti; io invece lo guardavo a distanza e non avrei mai osato nemmeno nominarlo come possibile marito di fronte a mio padre. E non lho nominato.
Ora camminavamo vicine, come amiche, quasi sorelle, due donne ancora belle per le vie di San Benedetto, in questa domenica dinverno. Una sempre elegante, alta sui tacchi, laltra più semplice, quasi trasparente. Eppure, camminavamo fianco a fianco.
Dun tratto, quasi per sfida e con un mezzo sorriso, le ho detto:
Lucia, mi fai entrare da voi? Non sono mai stata in casa Sartori!
Lucia ha fatto un piccolo passo falso. Siamo arrivate così al cancello dei Sartori.
Ha tolto il gancio in cuoio per aprire il cancello. Ecco, siamo dentro! Le tegole rosse, il portico, la casa.
Dentro si respirava quel profumo di pane e peli di animali, la cucina grande con il tavolo sotto le immagini sacre; la stufa con le piastrelle blu in cima… Ho dato unocchiata alla stanza principale: ordinata, ma non come la mia, dove cè solo il ficus e un comò; qui invece era piena di vita, abiti di bambini sparsi, una culla, i nipotini di Pietro che giocavano, e sua figlia Elisabetta seduta su uno sgabello, scalza e con le lentiggini, tutta presa a rattoppare una giacca. Vedendomi, mi ha solo fatto un cenno, un po sorpresa.
Elisabetta non era cattiva, solo troppo semplice e timida…
In un angolo, un mobiletto col vetro pieno di libri. Quelli li avevo visti solo nelle case dei signori, quando da ragazzina facevo la domestica in una villa di Pavia. Là avevo imparato a leggere, aiutata dal figlio del padrone che ci provava pure con me: un giorno mi spinse pesantemente sul divano, rosso in volto, e io, più per istinto che altro, lo mandai per terra.
Quell’episodio segnò la fine delle mie lezioni e, poco dopo, anche della mia infanzia in Lombardia: con mio fratello e mia madre siamo partiti per lEmilia. Lui però si ammalò durante il viaggio e non siamo mai arrivati dove speravamo, in quel paese dove pensavo che la gente dovesse essere migliore. Ho sempre sentito che a quei posti ci sarei dovuta arrivare, avrei voluto leggere, scoprire la storia di quelle persone in un libro con la copertina dorata.
Ora, dentro la casa dei Sartori, davanti a quella montagna di libri, quel sogno interrotto mi è tornato in mente, come un morso. Ho invidiato Pietro, che poteva leggere quanto voleva, sapere quello che io non avevo mai potuto imparare, e mi sono sentita meschina a incolparlo di tacergli i segreti che nei libri aveva trovato. Con Lucia, chissà, forse ne parlava. A me, mai. Quanto avrei voluto che lo facesse!
Io, al posto del mio maestro, non avrei tirato via la mano… no, non lavrei fatto!
Nel frattempo Lucia si spogliava delle sue cose bagnate e mi diceva:
Spogliati anche tu, fa caldo qui! Ma io sono rimasta vestita, affascinata dal mobile dei libri. Lucia mi ha guardata, poi ha detto: Lascia che legga pure chi vuole… Cè chi brucerebbe tutto, ma io dico che almeno la pace qui dentro cè. Lo vedi anche tu.
Mi sono seduta vicino alla stufa e ho tolto la giacca, lanciandola nellandrone, ma proprio in quel momento è balzato in casa Barone, il cane di Pietro.
Fuori! Dove credi di andare, bestia! gli intimò Lucia. Ma Barone non si muoveva. Si sdraiò sul pavimento, tremante, e alzando il muso, iniziò a ululare con un suono straziante.
Dovè Pietro? È a casa?
Oggi è fuori, dalla mattina… nel bosco, a cavallo. Barone, smetti! Ehi, ti spacco la testa con il mestolo!
Ma Barone non si mosse, anzi, ormai pareva impazzito di paura.
Mi inginocchiai accanto a lui, accarezzandogli il fianco, e la mano mi si tinse di una sostanza rossastra e densa.
Sangue… è sangue, Lucia!
Eh, e allora? Ne avrà presi nei boschi! Barone sarà anche buono, ma una volta ha strappato lorecchio a un altro cane!
Non è suo il sangue. Nessuna ferita addosso…
E di chi allora?
Forse… di Pietro. Ho singhiozzato, coprendomi il viso con la mano.
Lucia si è finalmente lasciata andare alla rabbia:
Eh, brava lospite! Che bella notizia da portare! Ma non ti credo, Chiara, te lo dico! Pietro è tornato sano dalla guerra, non succederà niente oggi, non lo permetto! Ne a te, ne ai malauguri!
Fuori nevicava piano, i fiocchi si attaccavano ai vetri come dita di bambini che vogliono entrare. Ma dentro di me sentivo che qualcosa di terribile era successo davvero.
Elisabetta entrò di corsa dalla stanza accanto, con lago ancora in mano, pallida di paura:
È successo qualcosa! Barone lo sente! A papà è capitato qualcosa!
Le afferrai le spalle:
Pietro era a cavallo? Dove?
Sì, su Fiorenza, la cavalla, ma lo sai anche tu: quando le cose vanno male, vanno male tutte insieme…
Barone piangeva, batteva le zampe contro la porta.
Subito! gridai. Elisa, andiamo a vedere! Barone ci guiderà!
Non abbiamo più cavalli, Chiara! Fiorenza è fuori, gli altri… Giulio ha preso quello nuovo, laltra è zoppa! Niente da fare, proprio oggi! Niente, niente, per quanto tu possa urlare, non cè un cavallo!
Mentre lei piangeva appoggiata al pancione, io già correvo fuori dalla casa dei Sartori.
Dopo neanche mezzora, Giulio è uscito e mi ha vista che cercavo di imbrigliare una vecchia cavalla pezzata, con Barone che abbaiava impaziente accanto.
Ma dove corri? mi ha chiesto esitante.
Devo andare! ho urlato. Apri il cancello!
***
Quando finalmente, dopo quella corsa attraverso la campagna gelata, ho visto Pietro, mi è sembrato che il suo volto fosse ancora più pallido della neve. Quando ha sussurrato: “Chi è lì?”, ho capito che era vivo. Poi mi ha chiesto:
Il mio cavallo… Fiorenza? È vero, morta?!
Sì, è morta! Ho risposto, scoppiando in lacrime. Non sapevo se anche lui ce lavrebbe fatta. La voce gli usciva flebile, da un altro mondo. Come hai fatto a scappare, Pietro?
Chissà… Ho sparato a due lupi, gli altri se ne sono andati…
Con il braccio mi fece segno al lupo morto vicino, sanguinava ancora sulla neve. Unaltra macchia rossa si allungava verso il bosco.
Mi prese la mano e la posò sul muso gelido della cavalla. Dal naso usciva ancora un po’ di liquido caldo…
È proprio finita?
Sì, ormai è tardi.
Solo allora mi riconobbe davvero.
Chiara? Che ci fai qui? Da dove sei spuntata?
Ci doveva essere unaltra? No, Pietro, qui ci sono solo io, e ci sono sempre stata… Capiscilo, ricordalo!
E la cavalla? Davvero la lasciamo qui?
Ormai è fredda!
Anchio sono freddo… tutto!
Bugiardo! E pure se fosse vero, vi lascerei entrambi qui a gelare! Ma invece porto via con me ogni briciola del tuo calore, te lo giuro! Nessuno me lo porterà mai via… Lo caricai sulla slitta e gridai alla cavalla: Vai, muoviti! Siamo vivi, avanti!
Barone abbaiava e ululava, non voleva lasciare sola Fiorenza, la leccava, si buttava a terra. Ma era tutto inutile, per lei era davvero finita.
Ti sei fatto male alla schiena? chiesi più volte, frustando la cavalla.
No…
Alladdome?
Nemmeno…
Allora alle gambe?
La destra, sopra il ginocchio…
Dove ti porto adesso?
Pochi uomini hanno ricevuto così poco e così tanto, Chiara. Finirà la lingua anche a te, a forza di chiedere.
Non chiederò niente! Ti porto via, sei mio, nessuno può dire il contrario! Li ho seguiti per anni, i tuoi passi, sempre sola, adesso sei tu a venire con me! E se qualcuno chiede? Dirò che ho raccolto solo ciò che era mio! Chi lanima ce lha, capirà!
Pietro tentò di parlare, ma lo zittii. Ho ascoltato per anni i tuoi “non si può”, basta!
Viaggiavamo al buio, la cavalla inciampava tra le buche. Barone, a un tratto, saltò avanti abbaiando:
Arrivano col cavallo baio, Chiara. Dalla voce di Barone, lo sento disse Pietro.
Mi fermai. Tutto era silenzio. Barone aveva smesso anche lui.
E mentre io e Pietro restavamo lì, ognuno col proprio pensiero, arrivò la voce di Sandro, il genero di Pietro:
Chi va là? Siete dei nostri?
Barone abbaiò per primo, come a dire: “Ma non riconosci il padrone?”
Pietro non rispose subito, né io.
Chi cè? gridò ancora Sandro.
Sono io rispose finalmente Pietro.
Ma perché non dite niente, quando vi chiamo? Poi vide che cero anchio Sei tu, Chiara? Ma da dove vieni, dove hai trovato il suocero?
Dalla sventura lo porto via.
E la cavalla?
Nadia… è morta. E anchio sono ferito… Chi ti ha mandato?
Elisabetta, era preoccupata. Giuro, non abbiamo bevuto, né giocato a carte!
Sei sobrio, Sandro?
Te lo posso giurare! Voi sulle mie slitte, andiamo? O sulle vostre? Non rispondete? State male?
Pietro mi guardò come se in quellattimo dovesse scegliere se restare con me o tornare da tutto e tutti, e se finalmente i nostri sentimenti uscissero alla luce del sole… o mai più.
Sulle mie vado… disse, distogliendo lo sguardo.
Sandro si precipitò a sollevare il suocero. Lo prese goffamente, passandomelo davanti, e io restai silenziosa e immobile, calcificata dallangoscia. Poi, quasi in trance, chiesi a qualcuno, a nessuno:
E io? Come resto io? Che ne sarà di me?
Pietro gemette la gamba urlava. Sandro chiese: “Perdi sangue, suocero?” ma io continuavo a chiedermi: “E io?”
Quando Pietro fu sistemato nella slitta, Sandro lo girò, guidò il suo cavallo, e senza dire una parola sono scivolati via nella notte.
E io, io sono rimasta lì, con Barone che mi leccava la mano e una domanda che non avrà risposta: quello che ci viene rubato, si può mai davvero ritrovare?







