La vicina di villetta pensava che il mio raccolto fosse di tutti, ma le ho insegnato in fretta che l’orto non è una mensa gratis

Su, dai, Francesca, non fare così, tutta questa storia per due cetriolini? Tanto dai, che te ne frega, col caldo che cè ti diventano gialli nel giro di due giorni, poi che ci fai? A me sono arrivati i nipotini, gli servono vitamine. Non fare la taccagna, siamo vicine di casa, si vive porta a porta!

Caterina si sporge oltre la bassa rete in metallo che separa i nostri orti. Il suo viso tondo e rubicondo si illumina di un sorriso zuccheroso. In una mano tiene una ciotola smaltata, già mezzo piena delle MIE fragole, con laltra si allunga verso il cespuglio di ribes che, lo sa benissimo, cresce dalla mia parte.

Io invece sono inginocchiata nellorto tra le carote, con la schiena dolorante e le mani infangate di terra di Toscana, impegnata a strappare minuscole erbacce. Mi tiro su lentamente, la schiena protesta rumorosa. Asciugo con il dorso della mano il sudore dalla fronte e la fisso dritta negli occhi. Siamo tutti amici… Quante volte ho sentito questa canzone, da quando con mio marito abbiamo preso questo angolo di paradiso tra le colline e il prato selvatico è diventato un orto modello. Tre anni che vanno avanti così.

Cate rispondo calma, ma ferma. Anche tu hai le fragole, le ho viste. Perché non raccogli le tue?

Macché, le mie sono piccine, acidule e poi il maledetto punteruolo me le ha rosicchiate tutte. Io non sono brava come te, con fertilizzanti, concimi e tutte queste magie. Le lascio un po come vengono. Le tue, invece, sono enormi: un peccato lasciarle lì. E poi, tu e Luigi siete in due, che ci fate con tutta quella roba? Ve le dovete mangiare a forza!

Sospiro. Inutile discutere: la logica di Caterina è una corazza. Se ce lhai, la devi dare anche se lei non muove un dito per coltivare il suo. Lorto di Caterina, infatti, sembra la selva prima delle bonifiche: meli stortignaccoli coperti di muschio, aiuole che la vanga lhanno vista solo a Ferragosto, e il tarassaco che si espande felice tra i confini. Caterina, qui, viene solo a rilassarsi: penzola in amaca, cuoce le salsicce meno care sulla griglia fatta di mattoni, la radio sempre urlante sulle canzoni popolari.

Io invece sono una guerriera dellorto. Ogni pianta ha un nome, ordino semi rari di pomodoro da tutta Italia, mi alzo alle 5 per aprire la serra, ceno allimbrunire dopo aver irrigato lultima piantina. Ogni pomodoro, ogni zucchina sono frutto della mia fatica, dei pensieri notturni quando a primavera tornano i brividi di gelo.

Caterina, posa la ciotola. Le fragole le faccio per la marmellata. Anche una sola mi conta.

Ma dai! fa finta di scandalizzarsi, gli occhi al cielo. Sempre la solita tirchia! Suvvia, ne ho prese solo un paio, per i bambini. Non vorrai portarle via dalle mani di un bimbo?

Approfittando della mia esitazione, si infila in bocca una delle fragole più grosse, raccoglie in fretta i resti del bottino e scompare nella sua villetta.

Resto piantata nellorto, con una rabbia che mi sale nelle vene. Luigi, mio marito, esce dal capanno con il suo attrezzo da falegname. Ha visto tutta la scena, ma non interviene detesta le faccende da donne.

Ancora quella? chiede venendomi incontro.

Sì, proprio lei come una pecora in mezzo allorto degli altri. Luigi, è diventata insopportabile. Sabato scorso mi ha portato via le zucchine mentre eravamo in paese ha detto che le avevamo scordate, che erano troppo grandi! Ora fa man bassa anche delle fragole.

Metti un recinto alto, di quelli in ferro zincato suggerisce lui. Due metri e passa.

Non si può, rispondo scuotendo la testa. Nel nostro consorzio sono permesse solo le reti basse, niente barriere alte, sennò fanno ombra. E poi, con la serra nuova, abbiamo già speso abbastanza.

Situazione tesa. Luglio è incandescente, i pomodori maturano a grappoli, i cetrioli abbondano, i peperoni gonfi di sole. E più spuntano ortaggi, più spesso vedo Caterina appostarsi alla rete.

Una sera, mentre bagno le rose, sento musica e urla dal suo giardino: una decina di amici a cena, birra e allegria. A un certo punto, Caterina si presenta barcollando sotto la recinzione.

Fra, dai una mano, tra vicine! Siamo senza contorni. Due pomodori Cuore di Bue, un po di prezzemolo e insalatina? Il negozio è lontano, gli ospiti reclamano.

Mi raddrizzo, il tubo dellacqua in mano.

Cate, i pomodori stanno maturando ora. Quelli buoni domani li porto a mia figlia.

Oh, smettila! insiste lei, piegandosi sulla rete, alito pesante di vino. Sono lì tutti rossi. Non vuoi mica negarli alle buone persone? Dai!

No. rispondo con voce ferma. No.

Sul suo volto cade una maschera: gli occhi si fanno taglienti, la bocca si serra.

Tieniteli pure, sti tuoi pomodori! Che ti si spaccassero tutti! Al prossimo inverno, a chiedere il sale non venire! E si allontana mandando sonore imprecazioni.

Per tutta la sera il suo giardino risuona di battute acide e risate. Tirchia fiorentina, chi tiene troppo non ha mai abbastanza, meglio le mie verdure di quelle piene di veleni. Mi viene da piangere. Accendo la TV al massimo, chiudo persiane e cerco di non pensarci.

La mattina dopo, appena ne ho il coraggio, vado verso la serra. La porta di policarbonato è socchiusa. Il cuore in gola, corro alle piante di pomodoro.

Comera prevedibile: i grappoli migliori sono stati strappati, alcuni rami spezzati; a terra, resti di frutti acerbi. Cetrioli spariti. Dove cera il prezzemolo, un buco: qualcuno lha divelto tutto.

Resto lì senza parole. Questa non è solo una ruberia: è mancanza di rispetto, verso il mio lavoro, il mio tempo, la mia persona.

Luigi! lo chiamo, tremante.

Lui arriva, valuta il disastro e si fa serio.

Non è più uno scherzo, Francesca. Hanno passato il segno. Questo è reato.

Quale reato, Luigi? Senza prove? Non ci sono telecamere, chi vuoi che ci creda? Caterina negherà tutto e griderà alla calunnia.

Guardo dalla rete: il suo giardino è deserto, resti di festa. Sul tavolo una ciotola con quello che resta dellinsalata: vedo bene fettone dei miei Cuore di Bue e foglie di prezzemolo arricciato. Il tutto.

Basta, decido, e nella voce cè qualcosa di nuovo, dacciaio. Ho pazientato tanto. Adesso cambio musica. Mica con la forza: con un po di furbizia… e qualche trucco.

Luigi mi scruta, preoccupato.

Non esagerare, ti prego. Niente casini per un chilo di verdura.

Tranquillo, sorrido con malizia. Solo un po di psicologia. E un pizzico di chimica.

Entro in città, al più fornito consorzio agrario. Torno con degli strani acquisti: una tuta gialla da apicoltore con cappuccio, un respiratore, uno spruzzatore, bustine di colorante alimentare blu e una bottiglia di detersivo per piatti dal profumo disgustoso.

Allimbrunire, appena la compagnia di Caterina si è rimessa dal mal di testa, metto in scena il teatrino.

Mi vesto da astronauta: tuta, respiratore, occhiali, guanti giganti. Luigi fa da spalla, in cerata e mascherina. Preparo una soluzione dacqua, colorante blu e mezzo flacone di detersivo. Lodore è infernale, laspetto pure: il liquido, nerastro e denso, nelle bottiglie da spruzzo.

Luigi, stai lontano! grido forte, perché tutti sentano. Qui non si scherza, serve la massima protezione!

Comincio a spruzzare pomodori, peperoni, cavoli. Le gocce blu li macchiano ovunque: sembra un attacco chimico.

Caterina, incuriosita (e un po preoccupata dalla puzza), si fionda alla rete.

Che sta succedendo, Fra? Hanno attaccato i bruchi o cosa? Si sente uno schifo!

Sollevo lo spruzzatore, la maschera appannata.

Peggio, Cate. Ho letto online di una malattia nuova: mosaico virale con fungo. Distrugge tutto in 24 ore, dicono. Mi sono decisa a comprare un prodotto sperimentale! BioAgro-Tox. Dicono che bruci tutto. E chi lo mangia prima di 21 giorni rischia grosso. Avvelenamento anche serio, fegato e intestino… Capito?

Ventuno giorni? ripete Caterina, pallida.

E solo a toccare… meglio lavarsi le mani subito, o rischi. Io brucerò pure questa tuta.

Torno a lavorare veloce su ortaggi e cavoli, sotto gli occhi atterriti di Caterina. Lei sparisce di soppiatto verso casa.

Ragazzi! la sento poco dopo Basta mangiare quellinsalata! Ci ho ripensato… meglio buttarla via, magari è andata a male. Mi pizzicava la lingua ieri

Sorrido sotto il respiratore. La prima mossa è fatta.

Per una settimana Caterina gira alla larga. Guarda gli ortaggi tinti di blu con orrore. Se i suoi nipotini si avvicinano troppo, urla come ossessa:

Via di lì! Lì cè il veleno! Non respirate!

Io continuo la routine; la sera, insieme a Luigi, sciacquo via il blu dai cetrioli (che maturano in fretta e son buoni freschi), gli altri restano blu. Persino gli uccelli spiegano la loro rotta.

Ovviamente, dopo una decina di giorni la paura si smorza e la furbizia italiana rialza la testa.

Fra, mi grida il sabato successivo, come mai ti mangi i tuoi cetrioli? Non avevi detto che erano velenosi? O sei diventata immune pure tu?

Sto sorseggiando un caffè e sgranocchiando un cetriolo sulla veranda. Non scompaio.

Questi li ho presi allEsselunga, Cate. I miei non si possono ancora mangiare, li vedi? Tutti blu! Ci mancherebbe mettere in pericolo la salute.

Lei socchiude gli occhi malevola.

E i pomodori restano blu, anche dopo la pioggia?

Il prodotto è di ultima generazione! rispondo con foga. Va in profondità nella pianta, non sbiadisce. Nanoqualcosa, dicevano.

Abbozza un mugugno, se ne va, ma allorto non si avvicina più.

Finché, ad agosto, il blu se ne va dal sole e dalla pioggia. Caterina fa i conti: saranno passati i famosi ventuno giorni. O la gola è più forte della paura.

Io sto per partire alcuni giorni; metto il catenaccio al cancello e appendo alla rete un cartello plastificato dallaria minacciosa, stampato col computer:

*Attenzione! Area videosorvegliata. Trattamenti sperimentali agrochimici in corso rischio per la salute se si raccolgono ortaggi senza autorizzazione. La direzione del consorzio è stata informata. Intervento dei Carabinieri per chi viola la proprietà*.

Bugia sulle telecamere, realtà sulla serietà.

Torno due giorni dopo e vedo Caterina discutere furiosa con il presidente del consorzio, Pietro Bianchi, uomo puntiglioso e serio.

Pietro, qui cè da chiamare i NAS! si lamenta lei, indicando il cartello. Questa mi fa gli esperimenti, avvelena laria! Mio nipote stava male ieri, sarà quella roba! Toglila, costringila a levare le sue porcherie!

Il presidente si toglie gli occhiali, visibilmente esasperato. Vedendomi arrivare, prende un po di fiato.

Signora Francesca, buongiorno. Cè un esposto sulla questione… ehm… chimica e telecamere.

Saluto con un sorriso.

Nessun prodotto vietato o telecamere vere, Pietro. Ho messo questo avviso per spaventare i ladri a due gambe. Se nessuno entrasse nel mio orto a rubacchiare, nessun mal di pancia. E la privacy? Basta non impicciarsi!

Io? Rubare? Prova qualcosa, se ci riesci! sbotta Caterina.

Le telecamere ci sono, Cate, mento senza fatica Le ho montate vere ora. Con sensori di movimento. Hai voglia di vedere il filmino con il presidente? Martedì scorso, o magari sabato col prezzemolo… Volevo proprio andare in caserma a formalizzare la denuncia.

Lei si fa rosso peperone. Senza la certezza di non essere stata filmata, preferisce non rischiare la brutta figura.

Tanto non mi interessa niente delle tue brodaglie chimiche! Che te le mangi tu le tue schifezze! Ne faccio io di migliori!

Se ne torna in casa sbattendo la porta.

Il presidente mi lancia unocchiata di complicità.

Francesca, davvero così velenosa questa roba?

Colorante alimentare e detersivo, Pietro. Funziona bene soprattutto per il vicino troppo furbo.

Lui ride.

Lascia pure il cartello. Serve sempre ricordare il confine

Da quel giorno scatta la guerra fredda: Caterina non saluta più, mi gira le spalle e racconta in paese che vivo di magie nere e veleni. Io lascio correre. Limportante? Lorto più rigoglioso di sempre.

Poi, primavera successiva, la sorpresa. Trovo Caterina affaccendata nellorto suo: bestemmia, suda, zappa storta ma ci prova. Vicino a lei cassette di piantine, magrolina e pallide, ma sue.

Mi avvicino. Notandomi, si mette in difensiva con la vanga.

Cosa vuoi? Vedi e basta!

Buon lavoro, Cate, sorrido conciliatrice. Non andare troppo a fondo, qui sotto è argilla, aggiungi un po di sabbia…

Faccio da me, ce la so! Senza consigli, grazie. Sarà tutto biologico. Niente delle tue diavolerie.

È vero, sorrido. Quello che coltivi con le mani ha sempre un altro sapore.

A luglio raccoglie i suoi primi cetrioli, storti e piccini, e qualche pomodorino acido. Li guarda con lorgoglio di una vera contadina. E finalmente smette di spiare il mio orto. Impara il valore di ogni frutto.

Una sera la vedo urlare contro dei ragazzini dei vicini che cercano di recuperare un pallone.

Via! Qui non si gioca! Questo non è un campo sportivo: qui si lavora!

Luigi armeggia col barbecue; ci scambiamo uno sguardo e una risata.

Ecco, dico altro che recinzione. Lavorare educa più di mille divieti.

A fine stagione, passa lei a chiamarmi. In mano una vecchia boccia di vetro con tre cetriolini immersi in unacqua verde torbida.

Tieni, mi dice allungandola oltre la rete. Fatti in casa. Più naturali di così

Prendo il barattolo come fosse oro.

Grazie, Cate. Li assaggeremo. E ti dò qualche seme buono per lanno prossimo. Quelli Cuore di Bue. Ma vanno seminati già a febbraio, poi ti spiego come.

…E va bene, annuisce lei, nascondendo una mezza risata. Se proprio non ti pesa

Per chi lavora di sua mano, non pesa mai.

Restiamo così, in silenzio, guardando lorto che sfuma nellautunno. Il cartello di pericolo è sbiadito dalla pioggia, ma il rispetto è lì: più forte di qualunque barriera.

E quella stagione, ho fatto passate di pomodoro da record. E nessun frutto è andato sprecato.

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