Un regalo del destino
Mia moglie si era tolta le calze, le aveva appese al gancio nellingresso e se nera andata a farsi la doccia. Quel capo dabbigliamento femminile sembrava la vecchia pelle di una lucertola. Scesi nellingresso, mi sedetti sulla panca ed attesi che la mia rinnovata, profumata moglie uscisse dal bagno.
Di quella di ieri non ne volevo più sapere. Era nervosa, sempre scontenta e chiedeva continuamente soldi.
E se succedesse un miracolo per Capodanno, e ricevessi in dono una moglie gentile? fantasticavo tra me e me.
Avevo già preparato il regalo per una moglie gentile: un abbonamento annuale alla SPA e una gift card per una profumeria. Dalla mia consorte non mi aspettavo più nulla di memorabile. Il miglior regalo sarebbe stato se avesse lavato via sotto la doccia tutta la sua acidità.
E se prendessi le sue calze e le bruciassi sul balcone, dopo aver espresso un desiderio? Magari diventerebbe più dolce con me… che almeno brontolasse solo un giorno sì e uno no, invece che dieci volte al giorno…
Mi avvicinai in punta di piedi alla gruccia e già stavo per staccare le calze, quando sentii il profumo lieve di mia moglie.
Mi avvicinai, accostai il viso e rimasi immobile. Mi venne la testa leggera. No, non avrei mai potuto distruggere nemmeno una minuscola parte della donna che amavo, neanche qualcosa di tanto fuggevole come il suo odore.
Mi voltai, mi sedetti sulla sedia, presi il regalo dalla tasca della giacca e lo posai sulla credenza.
Proprio allora suonò il citofono.
Consegna di fiori.
Terzo piano, interno sette, risposi sbloccando lingresso.
Qualche minuto dopo avevo regolato il conto con il corriere, lasciando anche una generosa mancia. Lui mi augurò buon anno.
Mia moglie devessere stata attirata dai rumori, perché dalla doccia gridò:
Ti sei addormentato lì fuori, eh, babbeo? Muoviti e apri la porta, che qualcuno ha bussato!
Nessuna nuova moglie allorizzonte, pensai un po amareggiato.
Misi il mazzo di fiori accanto al regalo, poi tirai fuori il portafoglio, staccai un piccolo post-it giallo, ci scrissi il PIN della carta e lo attaccai sulla stessa. Sistemai tutto sopra il regalo.
Poi, semplicemente, uscii per sempre da quellappartamento.
Passarono tre anni.
Hotel a Taormina. Un ospite, annoiato nellattesa del check-in, aveva trovato dei canali televisivi esteri, e si era fermato su uno che trasmetteva un servizio su un monastero di suore. Scendendo dal secondo piano, io Matteo, il direttore dellhotel mi bloccai davanti allo schermo.
Un brivido mi percorse la schiena, le mani fredde. Tra le devote del monastero riconobbi mia moglie, colei da cui ero fuggito tre anni prima, senza nemmeno aspettare che uscisse dalla doccia.
Cosa lha spinta verso questa scelta, entrare in convento? chiese la giornalista.
Quando mio marito mi ha lasciata, allinizio lho visto come un dono del destino. Da tempo andava male tra noi, non riuscivamo più a sopportarci rispose la suora, di nome Elisabetta, e la sua voce tremava.
Noi, intende entrambi? Era una decisione reciproca?
Ora non so più cosa pensare. Allora mi sembrava di sì, ora… E le lacrime le scesero sulle guance.
E poi?
Poi, ogni giorno che passava, ho capito che non potevo vivere senza quella persona che credevo di odiare. Quando la sofferenza è diventata insopportabile, sono venuta qui in cerca di pace.
Elisabetta, sa qualcosa della sorte di suo marito?
Quasi nulla. Solo che è partito per lestero. I primi giorni pensavo fosse solo uno scherzo assurdo. Dopo una settimana mi chiamarono dal suo lavoro volevano sapere se conoscevo le ragioni della sua scomparsa. Gli avrebbero aumentato lo stipendio del trenta per cento, basta che tornasse. Poi iniziarono a chiamare amici e conoscenti, a cui aveva prestato qualche euro: volevano restituire i soldi. Io, nel frattempo, mi convinvevo che li avesse spesi con donne di facili costumi. Alla fine, si fecero vivi anche volontari e rappresentanti di associazioni: erano preoccupati che non si facesse più sentire…
Allinizio mi autoconvincevo di essere finalmente libera di fare tutto. Ma dopo un paio di mesi sentii un vuoto dentro. Laria era diversa, insipida come acqua. Il cibo aveva perso gusto. Non mi importava più di cosa mangiassi; assaporavo sale, dolce e spezie, ma come da lontano. Poi non minteressava più cosa indossassi. Non cera neanche più motivo di vestirsi: non cera nessuno per cui farlo. E nemmeno il senso della vita era rimasto. Non avevo più voglia di vivere. Ho capito che stavo scivolando sempre più giù e sono venuta qui a cercare di espiare il dolore che avevo causato agli altri.
A interrompere lintervista fu la Madre Superiora, una donna esile ma dallo sguardo fiero, che si avvicinò al microfono.
Matteo, so che in questo momento mi stai ascoltando. Elisabetta ti ama ancora con tutta lanima. Vieni e portala via da qui. Il suo posto non è in convento ma accanto a te, nella gioia e nel dolore…
Due settimane dopo, davanti al monastero cera un uomo sui cinquantanni indossava bermuda colorate e una vivace camicia a fiori. Così vestito, non lo fecero entrare. Attese mezzora, sotto il sole siciliano. Finalmente il portone si aprì e le suore gli portarono Elisabetta, quella stessa, la sua, in un abito lungo e semplice, con un foulard tra i capelli.
Si corsero incontro e si abbracciarono. Le suore, visibilmente imbarazzate, si allontanarono in disparte.
Arrivò anche la Madre Superiora Agata.
Vi meritereste una bella punizione… ma ormai vi siete già puniti da soli. Perché, come due bambini, non avete saputo custodire un dono così prezioso? Perché non avete protetto il vostro amore? Nella gioia e nel dolore…



